Istituti di credito

Il futuro della funzione della banca

“La funzione della banca” è il titolo di un famoso libro del 1936 di Antonio De Viti de Marco. Oggi, parafrasando quel titolo, dovremmo domandarci: esisterà nel futuro una funzione della banca? Che il panorama economico e finanziario stesse mutando radicalmente e che la crisi del 2008 avesse trasformato sia il comportamento dei mercati sia la natura dei suoi protagonisti ne eravamo consapevoli, ovviamente, già da tempo. Ma dalle modalità di come ciò stesse avvenendo e dalle traiettorie che questi cambiamenti stanno assumendo, abbiamo sempre nuovi esempi che, in un certo senso, non mancano di stupire.

Alcune settimane fa avevamo assistito all’annuncio di Deutsche Bank di volere abbandonare la strada imboccata negli anni ‘80 che ha portato la banca tedesca a trasformarsi da banca tradizionale con un ruolo fondamentale nel finanziamento dell’industria tedesca in una piattaforma di trading e investimenti speculativi per diventare “banca universale” dalle dimensioni globali, depotenziando, così, l’erogazione di credito e il sostegno all’economia reale e facendo prevalere la finanza speculativa più spinta a supporto di target di efficienza e di borsa sempre più elevati. Quella strada è stata abbandonata e il colosso tedesco, a detta del suo amministratore delegato, ripensa a fondo sé stesso proponendo una “nuova cultura. Una cultura che mette sempre al primo posto la banca e i suoi clienti. Una cultura che prende sul serio la nostra responsabilità per l’economia e per la società”.

Leggiamo oggi, dalle colonne di The Banker, che Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo, la banca che prima della crisi finanziaria era l’esempio della capacità di sapersi muovere sui mercati per trarre enormi profitti dalle proprie posizioni dominanti, sta vivendo una “craving for normality”, una sorta di “brama di normalità”, che la porta a puntare alla gestione della liquidità, alla ricerca di operazioni bancarie retail, alle gestioni patrimoniali tanto da arrivare addirittura a organizzare giornate formative per i propri investitori e a creare una nuova divisione finalizzata alle attività di investimento dei privati. La partnership per la creazione della carta di credito targata Apple va esattamente in questa direzione e si aggiunge a iniziative dello stesso segno rivolte comunque alle operazioni bancarie più tradizionali.

Ma l’interesse e, soprattutto, l’appetito nei confronti dell’antico “mestiere” di intermediazione del credito è sempre più forte non soltanto da parte di istituti come Goldman che comunque sono da sempre istituti bancari, seppur nell’evoluzione che abbiamo descritto, ma anche da nuovi soggetti che nulla hanno mai avuto a che fare con questa antica quanto delicata funzione del sistema economico come ad esempio i cosiddetti “giganti del web”. Oltre ad Apple che ha lanciato la sua carta di credito – ma che per farlo ha avuto bisogno della collaborazione di Goldman Sachs – Google, il motore di ricerca più potente del mondo, sembra stia provando ad entrare nel mercato creditizio con un progetto dal nome in codice rivelatore “cache”, nascondiglio, deposito segreto. Anche in questo caso, però, per realizzare il progetto è stato necessario l’intervento di un partner, una grande banca internazionale focalizzata sul retail, la Citigroup, e una piccola azienda di credito della Stanford University. Ma prima di Apple e di Google anche Facebook con la Libra e Amazon con AmazonPay avevano rotto gli indugi per avventurarsi nel mercato del credito.

I problemi che si aprono sono tanti e tutti molti delicati. Il primo, e più evidente, è quello relativo alla regolamentazione che per le banche è molto stringente mentre per i nuovi operatori del tutto inesistente, cosa che se svilisce la libera concorrenza pone i risparmiatori, privati tra l’altro della possibilità di avere degli interlocutori in carne ed ossa, in una situazione di rischio e pericolo costante. Ma poi si aprono anche enormi problemi relativi alle concentrazioni oligopoliste, al pericolo dell’abuso di posizioni dominanti, alla raccolta e al trattamento di milioni di dati sensibili dal valore economico inestimabile.

Una domanda, però, viene spontanea guardando a questa rincorsa ad una delle più antiche attività imprenditoriali che nasce ancora prima dello stesso mercato: ma l’attività bancaria e con essa le banche non era finita? Non era stata sostituita dalla tecnologia? Dunque, la risposta, alla domanda iniziale non può che essere affermativa: sì, in futuro, continuerà a esistere una funzione della banca come, del resto i fatti stanno dimostrando.

* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

 

 

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