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Diversa politica dei tassi

Il Giappone steso dalla crisi dà una lezione a Europa e Stati Uniti

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La crisi economica che ha colpito il Giappone è fra le peggiori della sua storia. I dati inerenti il prodotto interno lordo sono molto pesanti e la sua ripresa, nonostante i proclami del governo, sembra lontana. Per Europa e Stati Uniti giunge un insegnamento importante dal paese del Sol Levante.

Partiamo dai dati del Pil dell’ultimo trimestre, secondo l’ufficio statistico nipponico: meno 15,2 per cento rispetto all’anno precedente, meno 4 per cento rispetto al quarto trimestre 2008. La recessione è piena per Tokio, dopo quattro trimestri di deterioramento del Pil. Questo è il peggior risultato dal 1955, anno in cui si è avviata la serie statistica in base a dati omogenei.

A pesare sul calo trimestrale ci sono i tracolli dell’export (meno 26 per cento) e degli investimenti societari (meno 10,4 per cento), senza dimenticare la lunga serie di licenziamenti che ha investito il paese. A seguito dell’arrivo dei nuovi dati sulla condizione del Pil, sono state riviste anche le cifre precedenti: l'ultimo periodo del 2008 è stato oggetto di revisione nella rilevazione diffusa dal governo: su base annua meno 14,4 per cento (da stime di -12,1 per cento) e meno 3,8 per cento (da -3,2 per cento) sui tre mesi precedenti. A fronte di queste notizie, gli operatori finanziari avevano immaginato una risposta sotto il profilo della politica monetaria da parte della banca centrale giapponese. Tuttavia, La Bank of Japan ha lasciato invariati i tassi allo 0,1 per cento e, contrariamente alle attese, ha alzato la sua valutazione sull’economia nazionale, per la prima volta in 2 anni e 10 mesi. Ma il sentore è che sia una mossa prevalentemente mediatica. Infatti la BoJ ha deciso di ampliare le garanzie che potranno essere accettate per fornire liquidità a banche e istituzioni finanziarie, accettando i titoli di Stato emessi da Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania.

Il Giappone, dopo aver esportato modelli di management virtuosi, sta pagando lo scotto della crisi dei primi anni Novanta. Nei 20 anni fra il 1989 ed il 1970 l’indice azionario principale, il Nikkei 225, registrò un’impennata del 1850 per cento, arrivando a quota 39 mila punti, contro i circa 9 mila odierni.

A seguito dello scoppio della bolla, la Bank of Japan ha cercato di contrastare il deleveraging con tassi d’interesse azzerati, dando vita alla Zero Interest Rate Policy. Numerosi analisti hanno studiato il fenomeno, giungendo alla conclusione che quello successivo al 1990 è stato per il Giappone un “decennio perduto”. Martin Wolf, dalle colonne del Financial Times, ha recentemente scritto che per il paese del Sol Levante si prospetta un “ventennio perduto”. E’ infatti palese la difficoltà con la quale Tokio sta reagendo alla crisi. L’iniezione sconsiderata di liquidità sui mercati da parte della BoJ, la contrazione della domanda interna, la forte esposizione ai derivati e la fragilità del sistema bancario nipponico rischiano seriamente di far verificare quanto scritto da Wolf.

Per l’Europa arriva quindi un esempio tangibile che la politica di tassi bassi o addirittura negativi, come ha ventilato qualcuno al di là dell’Atlantico, è completamente deleteria. Senza contare tutte le problematiche postume all’aumento indiscriminato della massa monetaria. BCE e Federal Reserve hanno continuato dall’inizio della crisi finanziaria, ora economica, a foraggiare i mercati ed i suoi attori, incuranti delle fragilità intrinseche delle misure adottate. Che si sono viste in modo esponenziale in Giappone. Da una parte si continua ad alimentare l’azzardo morale, dall’altra si corre il pericolo di creare un circolo vizioso nella sfera dell’inflazione.

In mezzo un’economia globale che, secondo anche gli ultimi dati Ocse, peggiora di trimestre in trimestre, procrastinando sempre più la propria ripresa. Oramai, però, notizie come questa passano quasi inosservate nel nostro paese: colpa dei misteri di Casoria o di una supponenza troppo elevata in merito allo stato della nostra economia?

 

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