Libertà di stampa

Il giornale quotidiano? La dose minima di odio necessaria per sentirsi onesti

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Hegel diceva che il giornale è la preghiera del laico. Sovente questo è vero, perché leggendo quei fogli intrisi di inchiostro, lo sguardo non si eleva a Dio, e neppure si estende alla propria vita, a un esame della propria coscienza, ma spesso esce fuori da sé, per osservare il mondo, giudicarlo, e forse, non di rado, per buttarsi sin dalla prima mattina nel caos degli eventi, dei fatti, delle circostanze, che non durano e poco importano, ma certamente intrattengono, distraggono, allontanano la noia… Io che non penso che il quotidiano abbia reso il mondo “migliore”, non credo neppure nel mito della libertà di stampa, sorto all’alba della Rivoluzione francese, e codificato con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”.

“Libertà di stampa” oggi è un mantra, un dogma intoccabile, uno dei tanti elementi della religione secolarizzata. Ma la verità è ancora quella delle origini: la carta stampata è espressione di un gruppo, di una lobby, di un potere, più o meno buono, più o meno ideologico, più o meno cinico. E’ per lo più sinonimo, quindi, di parzialità. Ricordiamo gli anni della rivoluzione francese: mentre sorgevano i moderni partiti, i club rivoluzionari, nascevano a frotte giornali e giornaletti finanziati da questo o quel banchiere, da questa o da quella loggia, da questo o quel nobile o borghese “illuminato” che bramava prendere un po’ del nuovo potere offerto dalla fine dell’Antico regime.

Sono giornalisti, intingono ogni giorno la penna nel veleno, il massacratore J. P. Marat, Camille Desmoulins e molti degli altri uomini che genereranno il Terrore: mentre predicano libertà e si dichiarano “democratici”, processano e cannibalizzano gli avversari e distillano odio e idee personali elevate a verità assolute. Sono idee che infiammeranno gli animi, che porteranno nella mente di molti il fuoco divoratore della rivoluzione, l’idea tipicamente ideologica della distruzione dell’avversario per l’edificazione di un “mondo nuovo”. Il loro patrono è Voltaire. Un uomo che predica la libertà, la tolleranza, mentre di mestiere fa il calunniatore e il seminatore, brillante, di frasi fatte, di luoghi comuni, di miti demolitori. Scrive, parlando dei suoi avversari: “Dobbiamo screditare gli autori (che non la pensano come noi); dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose; dobbiamo presentare le loro azioni sotto una luce odiosa… Se ci mancano i fatti, dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi… Deferiamoli al governo come nemici della religione e dell’autorità; incitiamo i magistrati a punirli”.

TRA "AMICI DEL POPOLO" E "VERITÀ"

Sulla carta i giornalisti rivoluzionari si ergono a giudici di tutto e di tutti: spiegano, raccontano, chiudono ogni cosa nelle categorie ristrette del loro pensiero. Leggono nel cuore, nell’animo, di ogni persona e nelle pieghe di ogni fatto. Oggi per domani. Tutti i giorni dell’anno. E indicano al popolo, di cui si ergono a guide, chi deve essere di volta in volta eliminato. Basta leggersi qualche articolo del giornalista Marat, quando su L’amico del popolo invocava la morte per 500 mila persone; oppure ricordare i velenosi editoriali del giornalista Benito Mussolini; basti pensare all’Unità di Gramsci, che dietro il titolo ingannatore, nascondeva l’amore per la divisione di classe.

Oppure la Pravda russa, l’unico giornale che ebbe il coraggio di dire sino in fondo, già nella testata, la propria presunzione di possedere la “verità”. Chi dissentiva veniva prima screditato, vilipeso, ucciso moralmente, pubblicamente, con la penna, e poi consegnato ai processi farsa del regime. La realtà è che chi scrive sui giornali, se la sua mentalità è ideologica, può rischiare di cadere in un delirio di onnipotenza, di ritenersi investito del diritto di processare, non nell’aula del tribunale, ma di fronte al mondo intero: quanti vogliono non un giudizio, la verità su una vicenda, ma il giudizio universale, finale, come quello di Dio! Inappellabile, che distrugga per sempre il reo, il nemico, il Satana del momento. E i popoli che nel giudizio di Dio non credono più, ne hanno dimenticato anche la misericordia e la delicatezza: desiderano ghigliottine, forche veloci da montare, processi in mondovisione e gogne mediatiche… Dove non c’è più morale, rimane il moralismo: il bieco e continuo rinfacciare ad altri… che guadagnano di più, che hanno avuto più successo, che sono più famosi, che hanno più potere…

All’uomo che ha solo l’orizzonte stretto dell’aldiqua, Travaglio e soci forniscono, ogni giorno, la dose minima di odio necessaria per sentirsi superiori e onesti. E’ così bello sentirsi buoni, in un mondo di malvagi. Ecco perché ogni giorno, con qualche rara ed encomiabile eccezione, i titoli sui giornali sono sempre più urlati, i nomi propri infangati senza ritegno, le accuse, anche quelle senza fondamento, presentate come verità assolute. Se davvero mettessimo un bavaglio, o una museruola, a tanti ululati calunniosi, a dicerie maliziosamente apparecchiate, a condanne preventive e frettolose spacciate con ipocrisia per informazioni, avremmo una sorpresa: il Foglio diverrebbe il giornale più voluminoso del paese. (tratto da Il Foglio)

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