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Il governo che verrà, qualche appunto su Energia e Sviluppo

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Dalla fine degli anni Settanta a oggi e sempre di più nei prossimi decenni aumenterà l’incidenza delle fonti rinnovabili nel mix dell’approvvigionamento energetico. Un cambio di paradigma caratterizzato da una profonda trasformazione delle tecnologie, dei processi produttivi e organizzativi, dei comportamenti individuali e sociali. La prima metà del Ventunesimo secolo sarà un’epoca di transizione energetica, con una crescita delle rinnovabili rispetto alla domanda complessiva di energia. Da qui al 2035 a beneficiare dei progressi fatti – sia per quanto riguarda l’innovazione tecnologica che la penetrazione dell’offerta – saranno i cittadini nell’uso domestico, il settore industriale, la produzione di energia elettrica.

L’incremento riguarderà in particolare l’Europa che raddoppierà l’uso delle rinnovabili (23 per cento), in linea con gli obiettivi della strategia del “20-20-20” per la riduzione delle emissioni inquinanti. Negli anni Settanta l’Italia copriva l’8 per cento della domanda interna con le rinnovabili, cresciute fino all’11 per cento nel 2010 e che arriveranno al 15 per cento entro il 2025. Si può dire che sono state gettate le premesse di una rivoluzione energetica che suscita grandi attese e un proverbiale ottimismo ma che a volte, per un eccesso di utopismo, rischia di occultare la realtà dei fatti.

Parlando di “Terza rivoluzione industriale”, come ha fatto l’economista americano Jeremy Rifkin, si finisce spesso per cadere in una visione palingenetica che tende a distorcere l’idea di progresso come la conosciamo. Si ritiene infatti che lo scenario energetico futuro possa rapidamente evolvere verso un superamento della dipendenza dalle fonti fossili (ma anche da altre fonti considerate pericolose come il nucleare) sostituite dalle rinnovabili. Questa visione lineare e meccanicistica è figlia del finalismo ambientalista tipico delle filosofie “green”.

Se guardiamo al progresso tecnologico del mondo capitalistico negli ultimi 150 anni, invece, ci accorgiamo che esso ha una profonda natura ciclica e che si fonda su modelli di approvvigionamento molteplici e per questo concorrenziali. La lunga durata dei processi di ammodernamento e trasformazione dei sistemi produttivi comporta che le “nuove” tecnologie si affianchino alle “vecchie” nel corso di decenni (piuttosto che sostituirle), rendendo dialettico e non-lineare il cambio di paradigma. L’economia del tardo capitalismo è concentrica, contiene al suo interno le fonti energetiche tradizionali della prima e della seconda rivoluzione industriale e le nuove, quelle della terza, che però in certi casi come l’eolico segnano semplicemente un ‘ritorno’ al mondo pre-industriale se pure in un contesto tecnologico super-innovato.

I dati generali sull’approvvigionamento energetico negli ultimi 25 anni sembrano confermare l’analisi teorica. Il consumo di fossile e degli idrocarburi oggi è sceso solo leggermente rispetto al passato, anche se si è assistito a un vistoso fenomeno di passaggio dall’uso del petrolio a quello del gas. Un calo, per così dire, ‘fisiologico’. Nei prossimi due decenni gas e petrolio rimarranno predominanti,  pur considerando l’aumento graduale delle rinnovabili. Il petrolio, nonostante le oscillazioni del costo del barile e i cambiamenti intervenuti nella domanda energetica privata o industriale, continuerà a rappresentare la fonte privilegiata dei processi di mobilità su scala globale.

In Europa gli idrocarburi resteranno preponderanti con un aumento della richiesta di gas fino al 30 per cento. In Italia, nel 2025 petrolio e gas naturale continueranno a soddisfare la domanda interna al 74 per cento (era l’81 nel 1970), con un quadruplicarsi dell’offerta di gas (39 per cento del fabbisogno energetico, soprattutto quello elettrico) e un ridimensionamento di quella petrolifera strategica per i trasporti.

Se lo scenario è quello appena descritto occorre confrontarsi in modo serrato con chi oppone una visione alternativa dello Sviluppo, stimolando un dibattito serio e una analisi non ideologica che porti a una sintesi dei diversi paradigmi in gioco. L’Italia è fortemente dipendente dai mercati energetici esteri e non può disfarsi del suo sistema di sviluppo perché come abbiamo visto le rinnovabili possono garantire soltanto una parte del fabbisogno nazionale. Lo stesso vale per l’Europa, attentissima a consolidare le sue strategie per ridurre le emissioni inquinanti, meno a tracciare una mappa aggiornata delle risorse fossili nel Vecchio Continente.

Si tende a sottovalutare il fatto che siamo nel pieno di un cambiamento epocale che vede gli Stati Uniti sempre meno disposti a svolgere il ruolo di “globocop” dell’ordine petrolifero internazionale; il grande sogno di Obama, se mai, è rendere autonomi gli Usa dal punto di vista energetico. A fronte di questo disimpegno americano, l’Europa, che dipende fortemente dall’estero, rischia di finire periodicamente in balia delle crisi geopolitiche, come si è potuto osservare durante la Guerra in Libia o nei rivolgimenti provocati dalle cosiddette “Primavere arabe”.

Perseguire con ostinazione l’idea di un rivoluzionario cambio di paradigma e rifiutare in toto l’esistente (quei movimenti che chiedono una “moratoria” delle trivelle o si oppongono anche a nuove forme di rinnovabili come le biomasse) aumenterà la nostra “fame energetica”, i costi della bolletta, il sottoutilizzo delle risorse nazionali. Peccato, perché abbiamo il know-how adatto ereditato dall’epoca del “boom” e dalla lungimiranza di Mattei. Possiamo produrre e sfruttare petrolio e gas come si fa già nei distretti nazionali (Ravenna piuttosto che la Basilicata). Si può crescere se ci fosse una decisione rapida della politica.

Grazie alla sua buona posizione tra i Paesi europei nello sfruttamento e nella produzione di gas e petrolio, l’Italia dovrebbe giocare un ruolo più attivo nell’area di crisi mediterranea – Italia, Spagna, Grecia – tra rischio default e alti tassi di disoccupazione. La “finis europae” può interpretare meglio e senza rinunce preventive quella idea di pluralismo energetico caratteristico della Terza rivoluzione industriale, un momento di emancipazione parziale ma strategica per lo sviluppo del nostro Paese. Tutto questo finirà nell'agenda del nuovo governo che non può deviare e non deve tornare indietro rispetto alla politica energetica nazionale tracciata negli anni scorsi dal governo Monti.
 

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2 COMMENTS

  1. Santo cielo.
    Si confonde la

    Santo cielo.
    Si confonde la potenza installata delle cosidette rinnovabili con l’energia prodotta, praticamente ininfluente sul totale.
    Si parla, più o meno negli stessi termini e con lo stesso errore, della strategia “20/20/20”, fondata sulla riduzione delle emissioni di CO2. Non si riporta che l’Unione Europea, unica al mondo, ha adottato una sciocchezza come la 20/20/20, che oltre a metterla fuori mercato, cosa che potrebbe essere accettata in linea di principio se fosse utile, invece utile non è, come le misurazioni delle temperature dal 1998 a oggi hanno ampiamente dimostrato.
    Non si fa nessun cenno agli oltre dieci miliardi annui, dei quali 6,5 miliardi per le rinnovabili, che ogni italiano, da zero a 110 anni, paga in ragione di circa 165 euro anno per regalarli ai proprietari di fonti rinnovabili. Scrivo proprietari, non produttori, in quanto la loro produzione è, per circa il 90%, inutile, se non allo scopo di farli ingrassare a nostre spese.
    Non si fa cenno al fatto che, a causa del costo delle rinnovabili e a causa di una politica energetica suicida (manca lo spazio per commentarla), la nostra energia costa, mediamente, dal 30% al 40% in più dei nostri diretti concorrenti europei, per non parlare di quelli extraeuropei e che questo fatto, banale e tragico, sta’ deindustrializzando il paese.
    E che, infine, di queste cose, che dovrebbero essere fondamentali nelle valutazioni non solo di politica energetica ma di politica in senso generale, non parla, seriamente, nessun partito.

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