Il governo di unità nazionale è una vittoria di Mugabe
16 Settembre 2008
di Anna Bono
È stato soprannominato “twin cabinet”, governo a due: è il nuovo assetto politico dello Zimbabwe, nato l’11 settembre e frutto di un accordo tra il presidente in carica, Robert Mugabe, e Morgan Tsvangirai e Arthur Mutambara, i leader delle due fazioni dell’Mdc, il principale partito all’opposizione. Si tratta di un cosiddetto “governo di unità nazionale”: un modo abbastanza comune in Africa per risolvere una crisi politica – causata, ad esempio, da un controverso esito elettorale – nel caso in cui nessuno dei contendenti sia abbastanza forte da impadronirsi del potere escludendo gli avversari. In sostanza i leader maggiori si spartiscono le cariche politiche e i vantaggi economici che ne derivano in paesi in cui la norma è che chi controlla l’apparato statale dispone delle risorse nazionali a propria discrezione, come se fossero di sua proprietà.
È successo a febbraio in Kenya dove, per accontentare tutti e mettere fine alla cruenta crisi post elettorale, l’esecutivo è stato quasi raddoppiato portando i ministeri a 44. In Zimbabwe, in base agli accordi raggiunti, al partito del presidente, lo Zanu-Pf, vanno 15 ministeri e all’Mdc 16. Mugabe mantiene la carica di capo di stato e il controllo dell’esercito; Tsvangirai diventa primo ministro e capo delle forze di polizia.
Posto che l’intesa raggiunta regga, il risultato è che un dittatore privo di scrupoli e di coscienza, responsabile della bancarotta di una nazione un tempo tra le più promettenti del continente africano, resta padrone della situazione, affiancato da due leader con i quali si è trovato immediatamente in sintonia nel chiedere, anzi esigere, aiuto finanziario alla cosiddetta “comunità internazionale”.
Appaiono quindi del tutto fuori luogo le congratulazioni del Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e tutte le altre dichiarazioni che hanno accolto l’evento come una “vittoria della diplomazia” africana e internazionale. Soprattutto suonano stonate le parole del presidente dell’Unione Africana, Jakaya Kikwete: “è l’inizio di una nuova alba, una vittoria dello Zimbabwe, un grande giorno per la regione australe, per il continente e per tutto il mondo”.
L’epilogo della crisi post elettorale in Zimbabwe è tutto tranne che una vittoria da festeggiare dal momento che decreta la sconfitta della popolazione la cui la volontà è stata completamente ignorata. I cittadini zimbabwani, chiamati alle urne il 29 marzo per rinnovare il parlamento ed eleggere il nuovo presidente della repubblica, avevano per la prima volta nella storia del paese messo in minoranza lo Zanu-Pf. Inoltre, fatto ancora più clamoroso, malgrado le intimidazioni e gli abusi subiti, avevano preferito Tsvangirai a Mugabe nella corsa alla presidenza, assegnandogli oltre il 47% delle preferenze contro il 42% ottenuto dal presidente in carica.
Sembrava prossima la fine della lunga leadership di Mugabe, al potere dal 1980. Ma le istituzioni politiche e militari al servizio del dittatore hanno avuto la meglio. La commissione elettorale ha rimandato la pubblicazione dei risultati ufficiali per settimane mentre le forze dell’ordine intensificavano le attività intimidatorie nei confronti della popolazione. In un clima estremamente teso, la data del ballottaggio, previsto dalla costituzione nel caso che nessun candidato raggiunga la maggioranza al primo turno elettorale, è stata infine fissata al 27 giugno, quando ormai Morgan Tsvangirai aveva deciso di ritirarsi dalla competizione. Così, all’apertura dei seggi, si è presentato solo l’84enne capo di stato in carica, al quale è andata ovviamente la vittoria con ampia maggioranza.
Tutto questo è successo malgrado le ramanzine dell’Unione Africana, le discussioni al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le riunioni straordinarie della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe e la mediazione del presidente del Sud Africa, Thabo Mbeki. Dopo il Kenya e il colpo di stato in Mauritania, quello dello Zimbabwe, quindi, è il terzo, grave fallimento registrato in Africa dall’inizio dell’anno dalla diplomazia internazionale, dagli organismi mondiali e regionali, dimostratisi ancora una volta incapaci di difendere le istituzioni democratiche e i valori per la tutela dei quali esse sono state create.
