Il governo dice no al nucleare ma i promotori del referendum non esultano

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Il governo dice no al nucleare ma i promotori del referendum non esultano

25 Maggio 2011

Non c’è sospensione né rinvio, ma un vero e proprio stop all’atomo. Con il cosiddetto ‘decreto Omnibus’ il governo ha abrogato tutte le disposizioni che sono sottoposte al referendum in merito al nucleare e bloccato l’attività legata alle centrali nucleari prevista dalla legge 99 del 2009.

La Camera ha approvato il provvedimento con 301 sì, 280 no e due astenuti. Il testo, che ora dovrà essere promulgato dal Presidente della Repubblica, contiene anche l’aumento delle accise sui carburanti per finanziare la Cultura, limiti negli incroci tra giornali e tv e la possibilità della Cassa Depositi e Prestiti di intervenire in società considerate strategiche. Ma la parte del provvedimento sulla quale sono puntati i riflettori è l’articolo 5.

Nel testo in questione è specificato che “non si procede” alla “definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare” al fine di “acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea”. Così il quesito referendario, che punta all’abrogazione della “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”, non ha più motivo di stare in piedi.

A questo punto, che cosa ne sarà del programma nucleare italiano in un futuro anche molto lontano non è dato saperlo. Chiaro, invece, è che l’intervento dell’Esecutivo ha soddisfatto in pieno le richieste degli anti-nuclearisti e del comitato referendario che, però, stranamente, invece di esultare, protestano fuori e dentro le aule parlamentari. Un interrogativo, questo, che riapre anche il dibattito sul significato e sulla funzione stessa del referendum: uno strumento laico che il movimento della sinistra ecologista “vendoliana”, ormai sfaldata, vuole convertire a mezzo ideologico, ricompattandosi per muovere battaglia a Berlusconi. 

Così come è chiaro quanto e come il disastro di Fukushima abbia rappresentato un anno zero per il nucleare. L’incidente, che ha scombussolato i piani energetici del nostro paese, e non solo, e sul quale anche il centrodestra in un primo momento sembrava non riuscire ad elaborare un’idea condivisa, ha, infatti, riaperto la discussione sull’impiego dell’atomo in tutta Europa. Dal marzo scorso tutti i paesi dell’Unione – e non solo: ieri il governo svizzero, sulla scia della sciagura giapponese, ha deciso di non costruire più nuove centrali dal momento in cui quelle esistenti termineranno il loro ciclo produttivo – stanno formulando valutazioni tecniche sulle tecnologie necessarie per migliorare gli impianti, molti dei quali ormai obsoleti, e produrre così energia con maggiore sicurezza. L’Italia ha fatto la sua parte, gettando le basi di un piano energetico alternativo e generale, in grado di sopperire al bisogno di energia che sarebbe derivato dalla messa in funzione delle centrali (circa il 25% del fabbisogno nazionale).

Con le modifiche introdotte nel testo del decreto, infatti, il governo ha previsto l’adozione di una “Strategia energetica nazionale” entro un anno. La Strategia dovrà individuare una serie di misure e di priorità che garantiscano maggiore sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, più investimenti in ricerca e sviluppo, la partecipazione ad accordi internazionali per la cooperazione tecnologica e la sostenibilità della produzione di energia.

Approvato il decreto Omnibus, la decisione finale sul referendum sul nucleare spetta all’ufficio centrale della Corte di Cassazione. Solo quest’organo, infatti, a seguito della promulgazione del decreto da parte del Capo dello Stato e della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, potrà stabilire se la nuova norma comporti lo “svuotamento” del quesito referendario decretandone l’annullamento. Certo, con la magistratura italiana tutto può succedere, anche se apparirebbe almeno sospetto che un referendum abrogativo si svolgesse a norme già abrogate per via parlamentare.