Sogno o son destro

Il Governo è un disastro ma ai liberal-conservatori non basta stare a guardare

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Riandiamo ai versi che Carducci consacrò a San Martino. L’autunno è stagione bellissima. Non merita di veicolare un’immagine di decadenza. Nessuno torni, dunque, a parlare di “autunno della Repubblica”. Nondimeno, la politica italiana di questi giorni lascia sgomenti.

Sul versante del governo si dimostra di non essere minimamente in grado di sfruttare un vantaggio di posizione che, indubbiamente, l’intemerata estiva di Salvini aveva concesso a Conte & Soci. I “legittimisti”, guidati da “Giuseppi”, hanno tirato fuori dagli archivi della Repubblica niente popò di meno che la lotta all’evasione fiscale, perseguendola questa volta con metodi e proposte che, nel gioco dei rimandi storici, richiamano più un film di Totò e Peppino che il dramma finanziario della Francia prima della Rivoluzione.

Cosicché Giggino, per una volta, sembra dir cose sensate quando denunzia i pericoli connessi alla legge di Bilancio che condurrebbe a un ulteriore indebolimento dei ceti medi. Peccato che questa resipiscenza sia battuta in breccia proprio dall’orgia di retorica che fin qui il suo movimento ha diffuso a piene mani e che derubrica le nuove consapevolezze a moneta falsa o, peggio, a contraddizione inaccettabile.

Renzi, che pure è l’unico che stia provando a fare politica, non se la passa assai meglio del nuovo amico. La sua Leopolda, questa volta, ha mostrato un gap strutturale tra la capacità di manovrare e quella di produrre idee nuove delle quali, ahimè, quest’anno non si è avvertito nemmeno il profumo.

E la Piazza leghista di San Giovanni sta a guardare e ringrazia. Essa è apparsa come una sorta di rendita garantita assicurata a chi, nonostante gli errori di un recente passato, può contare sul contributo proveniente da quelli assai più grandi commessi dagli avversari. Forse, anche per questo la piazza ha incoronato la Meloni (che di errori ne ha fatti meno di tutti) regina della serata. Giorgia, per ora, non riesce a spiccare il volo ma ha almeno tenuto la barra dritta e non ha da farsi rimproverare i tentativi di evasione dal centrodestra al quale, volente o nolente, Salvini è dovuto tornare.

Occupiamoci, infine, di una storia minore che però abbiamo a cuore: il destino dei liberal-conservatori. Berlusconi ha scelto e ha schierato Forza Italia con un discorso attraverso il quale, allo stesso tempo, ha provato a connettere il centrodestra di oggi alla sua epifania e ha ceduto lo scettro del comando a Matteo Salvini. In cambio ha palesemente chiesto lo sterminio dei movimenti che hanno provato a portare quel patrimonio d’idee fuori dai confini di una vicenda eroica personale. Non lo avrà ma qualcosa gli è stato concesso, ed è giusto così. I segnali sono chiari: il Cav. a Toti, in pochi giorni, ha riservato una serie di sbatafloni e ha preteso, sul palco di San Giovanni, la sua derubricazione a “governatore della Liguria”, facendogli perdere lo status di capo-partito che si era conquistato nella precedente manifestazione di Piazza Montecitorio. Operazione legittima, sia chiaro, se solo Forza Italia esprimesse ancora una vitalità al di là dei dissidi interni che ancora – e non si sa fino a quando – animano i retroscena di siti e giornali.

Il rischio, dunque, è l’estinzione di un’area politica cruciale della politica italiana nella quale, idealmente, si ritroverebbero milioni di elettori: l’area liberal-conservatrice. Se non ci sarà uno scatto di reni, una parte si consegnerà a Renzi, un’altra sarà consegnata a Salvini, qualcuno cercherà una salvezza personale nelle fila di Fratelli d’Italia e in pochi, i migliori, alla fine, urleranno tutti insieme “Merda”, come Cambronne dopo Waterloo.

C’è poco tempo per invertire questa fatal-deriva. Nessuna speranza nella resipiscenza del Cavaliere, che apra il partito a una competizione che “lo comprenda e lo prescinda”. In troppi e troppo a lungo ci hanno sperato. Toti e i totani, piuttosto, potrebbero dimostrare di fare sul serio ed essere, se non una nave, quanto meno una scialuppa sulla quale vale la pena salire. Per questo, però, bisogna trasformare la Liguria – la terra dove il governatore sarà ricandidato il prossimo giugno – in un credito da esigere e non in un debito da pagare; dimostrare di avere sufficiente radicamento territoriale e che il sommovimento dal basso non si è arrestato; aprire infine una competizione delle idee, riuscendo laddove la Leopolda ha deluso. “Vaste programme” avrebbe commentato un altro Generale francese, il quale però avrebbe sicuramente convenuto che è meglio provarci piuttosto che rassegnarsi alla fama postuma del suo collega Cambronne.

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