Il governo Monti dia prova di volere la crescita: tagli le imposte sulla benzina

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Il governo Monti dia prova di volere la crescita: tagli le imposte sulla benzina

17 Marzo 2012

Il prezzo che il consumatore paga ogni volta che fa il pieno è una funzione di tre componenti: il prezzo della materia prima (tanto per intenderci quello che viene citato al telegiornale), il costo della distribuzione (cche cambia su base regionale in Italia e il cui costo maggiore è in in Italia centrale) e, dulcis in fundo, le imposizioni fiscali sia sul prodotto finale che imposte alle varie controparti coinvolte nella produzione e distribuzione.

Il prezzo attuale riflette alcune dinamiche internazionali che stanno riducendo (o ridurranno in futuro) l’offerta di petrolio, come la probabilità di un blocco dello Stretto di Hormuz (in cui passa il 20% del petrolio mondiale) in caso di Guerra con l’Iran, l’impatto delle sanzioni imposte agli stessi dall’Unione Europea ed i danni ad alcune reti di trasporto in Sudan e nel Mare del Nord. L’aumento dei prezzi che stiamo osservando ($128 al Barile) è ovviamente negativo sulla crescita economica a livello mondiale ma ciò è ancor più vero in Europa, visto che un aumento del prezzo del petrolio genera un’aumento automatico delle imposte pagate dal consumatore, rallentando ulteriormente la crescita.

Come ci insegna Henry Hazlitt, un economista libertario americano del secolo scorso, dal punto di vista economico l’aspetto più volte dimenticato è quello più importante. Nel nostro caso, quando ci si lamenta del costo del carburante viene immediato pensare alle perfide Sette Sorelle produttrici di petrolio o a qualche Emiro in Medio Oriente, ma ci si dimentica che il 50% del costo sono tasse che vanno a finanziare sia progetti ad hoc (come il Fondo Unico per lo Spettacolo) che spesa pubblica generale. Quindi volendo semplificare per ogni litro di benzina un Euro va a finanziare spettacoli culturali (inclusi sovvenzioni per circhi, per chi fosse curioso) e spesa pubblica generale.

Lo Stato italiano ha raccolto così più di 32 miliardi di euro nel 2011 (coprendo circa il 4% della spesa pubblica totale) ed, anche in una economia in recessione, è riuscito a raccogliere il 9% in più dell’anno precedente, effettivamente aumentando ulteriormente le imposte sul carburante per ben 6 volte nel corso dell’anno, incluso un aumento dell’IVA (che in questo caso raggiunge il felice obiettivo di una tassa su un’altra tassa).

Volendo guardare dei numeri nel 2011 il prezzo al consumo è salito del 16.7%, e l’aumento viene principalmente da un aumento delle tasse (+23.8%) piuttosto che dal costo delle materie prime (+7.3%), ed i primi mesi del 2012 mostrano un trend simile (in cui la componente fiscale è cresciuta dello 0.7% dall’inizio dell’anno). Le riforme varate dal governo Monti non hanno ancora avuto un impatto sul costo al consumatore e si concentrano solamente sull’aumentare la competizione sulla distribuzione, andando nella giusta direzione riducendo il costo intermedio, ma non intaccando la componente fiscale che rimane la più rilevante nel costo al consumatore.

È importante riflettere che in un paese in cui l’offerta pubblica di trasporti è lacunosa, molto spesso l’acquisto del carburante non è una decisione economica razionale ma di fatto una scelta quasi obbligata (in termini economici si potrebbe definire come una domanda non molto elastica all’aumento dei prezzi). Questo rende un aumento delle tasse sulla benzina molto simile ad un aumento delle tasse sul reddito dipendente, di fatto si tassa di più chi non ha molta libertà di cambiare la sua base imponibile.

L’effetto sull’economia è fortemente negativo, riducendo il reddito disponibile dei consumatori in maniera forzosa e senza alcun beneficio di crescita (bisogna ricordare che l’aumento della spesa pubblica in Italia raramente equivale ad un aumento dei servizi offerti, di solito è equivalente ad un aumento dei costi per offrire gli stessi servizi ma ammetto che non vado al circo da molti anni purtroppo).

Quindi un modo responsabile per stimolare la crescita sarebbe una riduzione di tasse sulla benzina di 25 centesimi al litro corrispondente a una riduzione equivalente di spesa pubblica, lasciando i cittadini liberi di decidere come spendere quei 25 centesimi.

L’ impatto sarebbe pari a zero sul deficit dello Stato ma con indubbi benefici di crescita sia economica (il settore privato ha un moltiplicatore più elevato della spesa pubblica Italiana) che liberale (i cittadini che fanno il pieno di benzina oltre ad avere diritto di voto hanno anche la facoltà di decidere in libertà su come spendere il proprio reddito, invece di utilizzare lo Stato per canalizzarlo anche per servizi non essenziali, con risultati poco trasparenti ed ancor meno efficaci).