Il governo Monti non è la provvidenza e votare a febbraio non è criminale

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Il governo Monti non è la provvidenza e votare a febbraio non è criminale

10 Novembre 2011

L’ultima dichiarazione di Giorgio Napolitano fa fede: “Nuovo governo in tempi brevi o elezioni subito”. Si tratta di due strade egualmente lecite ed egualmente piene di incognite. Molto dipende dal modo in cui vengono intraprese, dalla lucidità e dalle intenzioni dei diversi protagonisti. Ma le cose non stanno come molti “giornaloni” le mettono oggi, con la prima soluzione vista come la salvezza certa e la seconda – data ormai per tramontata – come la strada sicura verso l’abisso.

Monti non è l’uomo della provvidenza che tutti si affrettano ad applaudire, magari sull’onda del panico da spread. Così come le urne non sono un’opzione criminale e anti-italiana, come in modo democraticamente eretico oggi si tende a credere.

L’unica cosa certa è che le scelte fatte oggi cambieranno il volto politico del paese per i prossimi dieci anni e in modi non interamente prevedibili dal punto di osservazione attuale. Per questo bisogna che la classe politica, specie quella di centro-destra che oggi è sul banco degli imputati e subisce le maggiori pressioni, conservi lucidità e lungimiranza sufficienti e metta da parte per quanto possibile i calcoli sulla salvezza personale a breve termine.

Certo è difficile resistere alle lusinghe del governo tecnico. Monti e il suo tentativo sono ormai soffusi da un’aura salvifica che pare impenetrabile, la sua ascesa al potere è accompagnata da cori solenni e fumi d’incenso profusi dai saggissimi e accoratissimi direttori dei grandi giornali nazionali: ogni parola spesa a suo favore suona come una preghiera all’Italia che “ce la può fare”, mente chiunque osi mettersi sul suo cammino è visto come un nemico della patria.

In questo clima parlare di elezioni, ciò che dovrebbe rappresentare l’essenza di un paese democratico è divenuto una bestemmia e una mascalzonata. 

Eppure c’è qualcosa che non torna e che non convince. A parte il fatto che il governo Monti viene per ora ritratto come un percorso assolutamente virtuoso, a cui ciascuno si accosta sgombro di ambizioni e solo interessato al bene comune, ma non è affatto detto che quando si comincerà a distribuire poltrone e poltroncine il quadro resti lo stesso. Per questo non è prudente darlo già per scontato, demonizzando qualsiasi altra alternativa. Perché se poi il tentativo fallisce, ci si condanna ad abbracciare il demonio.

Ma c’è qualcosa che dovrebbe preoccupare un po’ di più i molti tifosi di Monti che già affollano il centro-destra e anche gli altri che sembrano rassegnati. Per il Pdl accettare quella soluzione comporta una serie di conseguenze molto poco allettanti. Prima di tutto produce la rottura con la Lega, ponendo fine ad una alleanza strutturale che non è stata insignificante nell’era che si sta per chiudere. Rompere questa alleanza vuol dire per il centro-destra rinunciare a presentarsi come una forza di governo, uscire da quel perimetro di partiti che possono candidarsi alla guida del paese. Il Pdl senza Lega e viceversa potranno anche contare in futuro – e ne dubito – ma certo non potranno tornare al governo.

Ma non è solo il centro-destra italiano così come lo abbiamo conosciuto a venire stravolto dall’ipotesi del governo tecnico. Lo stesso Pdl andrebbe immediatamente in pezzi. Già si sa che molti parlamentari e ministri – in particolare quelli provenienti da An – sono pronti a non votare per Mario Monti ed eventualmente a creare un nuovo gruppo di opposizione. Ma basterebbero pochi mesi per trasformare anche i pidiellini che avessero accettato posti di governo o comunque di stare nella maggioranza in qualcosa di diverso da quello che sono ora.

La capacità di attrazione di Pierferdinando Casini, il vero trionfatore di questa fase, e del progetto di mettere sotto il suo cappello il nuovo partito dei moderati, sarebbe troppo forte. Da un lato ci sarebbe il presidente della Repubblica in pectore e dall’altro l’ex presidente del Consiglio: non è difficile immaginare verso dove sarebbe diretto il flusso delle nuove lealtà. Certo resterebbero i reduci, quelli che porteranno per anni sul bavero lo spillino “forza Silvio”, un po’ come ci sono stati per tanto tempo i reduci del Movimento Sociale ( e non sto paragonando il berlusconismo al fascismo, la mia è una analisi antropologica), ma saranno sempre meno e sempre meno influenti. Dall’altra parte avrai lo sfarinamento silenzioso di quelli che “non sono mai stato berlusconiano” e che in effetti sono stati sempre democristiani.

Nel giro di un anno – Monti al governo, Casini al timone della politica – dell’esperienza quasi ventennale del berlusconismo resterà poco e niente: non il lascito di una classe dirigente, non la memoria di un’epoca contraddittoria ma con molti elementi di positiva e forse irripetibile eccezionalità.

Si può ammettere questo esito e persino giudicarlo desiderabile ma è difficile credere che le cose andranno diversamente.

Anche il Pd, che oggi va baldanzosamente a braccetto di Casini verso il governo tecnico in preda all’euforia post-berlusconiana, dovrebbe fare bene i suoi conti. Tra un anno e mezzo, alle elezioni del 2013, il panorama politico sarà completamente sconvolto: non più un centro destra e un centro sinistra in gara per l’alleanza con in terzo polo per la conquista del potere. Piuttosto un primo polo moderato, gonfio dei resti del Pdl, di un bel gruppo di ex Pd di rito democristiano e di tutti i senza patria e senza poltrona accumulatisi nel declino berlusconiano, andrà allo scontro con una riedizione dell’Ulivo in tono minore, stremato dalle misure lacrime e sangue del mitico governo Monti e svuotato dai dipietrismi e grillinismi rampanti che saranno nel frattempo cresciuti.

Il patto Casini-Bersani che oggi sembra di ferro, diventerà di spade e coltelli e al segretario del Pd non resterà che tornare a pettinare bambole e smacchiare leopardi all’opposizione.

Si può dire: tutto probabile, forse tutto vero, ma almeno avremo salvato l’Italia. Sarà. Certo la controprova rischia di arrivare troppo tardi per esser di qualche utilità.

La prospettiva elettorale, a sua volta, ha una forte controindicazione per Berlusconi. Restare a palazzo Chigi per il disbrigo degli affari correnti – che saranno invece affari straordinari – equivarrebbe a fare la campagna elettorale sotto le bombe dello spread e dei mercati. Con in più l’accusa di non aver di fatto mollato la cadrega. Ma allora la soluzione non è quella di aspettare la scadenza naturale della legislatura dando un anno e mezzo di tempo al pantano delle lobbies, delle banche e della tecnocrazia per riprendersi il paese che Berlusconi gli aveva magicamente sottratto nel ’94. Se proprio si deve chiamare in causa un civil servant, lo si faccia chiedendogli un sacrificio per l’Italia non regalandogli onori e poteri. Un governo tecnico può servire per portare il paese al voto a fine gennaio, con il solo compito di implementare le misure contenute nel maxiemendamento europeo e di tenere a bada i mercati per una cinquantina di giorni. La politica intanto faccia il suo mestiere: chieda ai cittadini come e da chi vogliono essere governati, parli chiaro su come sarà possibile rimettere in piedi l’Italia con misure di rigore e come rimetterla in corsa con misure di sviluppo. E magari, destra e sinistra, Berlusconi e Bersani, annuncino un patto solenne: se dopo le elezioni si arriva ad un testa a testa l’impegno sarà quello di formare un governo di grande coalizione, ma questo sì benedetto dalle urne e specchio della volontà degli elettori. Chi prende anche solo un voto in più indica il premier, gli altri contribuiscono in proporzione. Sarà meno contento Casini, ma ce ne possiamo fare una ragione.