Il governo non ha maggioranza autonoma

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Il governo non ha maggioranza autonoma

27 Marzo 2007

Il voto sul decreto di rifinanziamento delle missioni italiane all’esteto conferma il fatto che il governo non ha una maggioranza politica autonoma in Senato su questioni cruciali come quelle di politica estera. I 180 voti con cui il decreto è stato approvato sarebbero stati 160 senza i voti dell’Udc e 159 senza il voto di Lino Iannuzzi. Tolti poi i voti favorevoli dei quattro senatori a vita presenti, la dote della maggioranza si ferma a 155 voti. La sinistra esulta e con essa Casini che si consola per il fatto che il governo “si sarebbe salvato comunque”. Ma le cose non stanno esattamente così: il governo poteva essere battuto. Se l’Udc non avesse deciso si votare a favore lo scenario poteva essere diverso e il risultato ribaltato.
Ma il punto non è tanto questo. Il punto è che anche a detta di Casini questo governo dalla maggioranza così labile non garantisce una politica estera solida e affidabile e lascia i nostri continegenti nel limbo di caveat politici insensati.

Lo ha ripetuto anche l’Ambasciatore americano, Ronald Spogli, parlando a Roma: “Abbiamo chiesto a tutti gli alleati di aumentare la presenza militare in Afghanistan e di eliminare o attenuare i caveat”. Il Senato ha invece ratificato lo status quo della missione italiana.

A questo punto Casini e l’Udc dovrebbero portare alle estreme conseguenze la loro scelta, magari fino alla stravaganza di presentarsi al Quirinale per chiedere le dimissioni del governo Prodi subito dopo averlo consapevolmente salvato. Sta insomma all’Udc, che ha convocato il suo uffico politico di gran fretta, prendere un qualche iniziativa che chiarisca ai suoi elettori e ai suoi alleati che cosa vogliano fare da grandi. Perchè se il loro voto passa semplicemente in cavalleria avrebbe ragione Calderoli quando dice: “salutiamo l’ingresso ufficiale dell’Udc nella maggioranza”.

Non si può infatti ritenere che il dibattito al Senato abbia in alcun modo chiarito i molti dubbi sulla sorte della missione italiana in Afghanistan, sulla sua sicurezza e la sua efficacia. 

Nel suo discorso iniziale infatti, il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema ha chiarito bene il suo punto di vista che può così essere riassunto: il governo non ha difficoltà ad ammettere l’invio di nuove armi per garantire la sicurezza dei soldati italiani, salvo attendere una relazione degli stati maggiori delle Forze Armate; quanto alle regole d’ingaggio, queste sono nelle mani della Nato e non sta all’Italia modificarle;  per i famosi “caveat” invece, questi non si toccano perché il governo non vuole modificare in nulla “la natura” della missione. Per un motivo o per l’atro insomma il decreto va votato così com’è.
 
In realtà sono proprio quei “caveat” che andrebbero modificati, perché la natura della missione – “civile e umanitaria”  – non può restare intatta di fronte alle nuove evenienze militari in Afghanistan e ai nuovi rischi connessi con le conseguenze della liberazione di Mastrogiacomo. E sono quei “caveat” che il governo, pur potendo, non vuole cambiare.

Votando il decreto del governo così com’è si è accettata invece l’idea che in Afghanistan non sia cambiato nulla da quando la missione è iniziata, o peggio si riconosce il cambiamento ma non si ritiene che questo debba influire sulla “natura della missione”. 

A poco dunque serve l’apertura di D’Alema sul “garantire maggiore protezione alle nostre truppe”, come se si trattasse di personale che è lì solo per essere protetto e non invece di soldati che devono proteggere gli amici e fronteggiare e sconfiggere i nemici.

Fa comunque un certo effetto vedere gran parte della sinistra festeggiare il voto a favore del decreto sull’Afghanistan come se fosse una grande vittoria del proletariato, quella stessa sinistra che in ogni precedente occasione – sullo stesso decreto – votava tra immensi e terribili tormenti e spesso non votava affatto.