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Si gioca col fuoco

Il governo si dia una regolata, stavolta l’economia non avrà un girone di ritorno

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Istantanea numero uno. L’ufficiale delle forze dell’ordine allarga le braccia, sconsolato: “E’ un continuo di telefonate in caserma. Segnalano di aver visto tre persone vicine per strada, o qualcuno a camminare senza mascherina. Un con-ti-nuo. Avete presente la psicosi? Ecco. Non lo dico perché la mia esperienza col Covid è molto rassicurante, essendo stato alle prese con parecchi positivi senza che nessuno abbia avuto problemi. Lo dico perché i meccanismi psicologici e di conseguenza sociali stanno sfuggendo di mano ben al di là di quello che i dati di realtà, anche a volerli leggere sotto la luce più allarmistica, dovrebbero suggerire”.

Istantanea numero due. Neanche sono ancora arrivate le nuove regole, e già siamo alla spiegazione del chiarimento della circolare interpretativa del decreto che rimanda a un futuro dpcm. Galeotta è l’“attività motoria”: assodato che l’attività sportiva vera e propria esime dall’obbligo di mascherina all’aperto, cosa fare con quei poveri cristi che magari per tenersi in allenamento percorrono un tragitto di strada a passo veloce? Li si condanna a sfondarsi i polmoni respirando la propria anidride carbonica a ritmo accelerato per allenare la resistenza a un eventuale futuro Covid? O li si lascia in pace pensando che in fondo, se non si è avvertita la necessità di aumentare le corse dei mezzi pubblici, una corsetta nel parco recandosi in ufficio è tutto sommato inoffensiva?

Inizialmente le norme sembravano andare in senso più liberale. Poi, come nelle migliori tradizioni, è arrivata la circolare interpretativa: fare sport senza mascherina si può, mentre per l’attività motoria è obbligatorio bardarsi. Il tutto accompagnato dallo spiegone del ministero della Salute, secondo il quale l’attività sportiva “comprende situazioni competitive strutturale e sottoposte a regole ben precise”, mentre nella categoria dell’attività motoria rientra “qualunque movimento determinato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello delle condizioni di riposo”. Dunque, salvo che stiano correndo la Roma – New York con tanto di pettorina, i runner sembravano spacciati. Finché è arrivata la spiegazione della spiegazione: correre senza mascherina si può, ma se anche si esce in tuta e scarpini, nel momento in cui ci si limita a camminare bisogna rimettersela.

E pensare che il meglio (o il peggio) deve ancora venire. Per quanto infatti la questione del jogging sia rilevante, ancora non è dato sapere – salvo qualche anticipazione giornalistica – cosa toccherà in sorte alle aziende dei settori più esposti. E il guaio è che a occuparsi di regole che impatteranno fortemente sulla nostra economia saranno persone dotate di analoga consapevolezza di quella dimostrata in tema di attività motoria.

La situazione è ipotecata da un vizio d’origine, anzi tre. Il primo è confondere il fatto che il negazionismo sia indubbiamente una boiata (il Covid esiste e circola fra noi) con la oggettiva constatazione di una offensività nemmeno paragonabile a quella della scorsa primavera, sicché il quadro offerto quotidianamente da questa parossistica caccia all’asintomatico somiglia assai più a una progressiva immunità di gregge che alla tanto temuta “seconda ondata”. Il secondo è che il vero problema da tenere d’occhio – il possibile intasamento degli ospedali e soprattutto delle terapie intensive nelle Regioni nelle quali la sanità è più scassata, temuto nel caso in cui il livello di contagio cresca talmente tanto che pur essendo irrisori in termini percentuali i ricoveri diventino numerosi in termini assoluti – richiederebbe un approccio opposto rispetto a quello che il governo ha ritenuto di adottare esautorando di fatto le Regioni. Il terzo problema è che, essendoci di mezzo la sicurezza sanitaria ma anche la tenuta economica e sociale del Paese, bisognerebbe poter contare su dati completi (ad esempio sui positivi sapere quanti sono gli asintomatici, specificare la carica virale ecc.) e la cui attendibilità sia al di sopra di ogni sospetto. E invece, tanto per dirne una, i casi di morti per altre cause (annegamenti, incidenti domestici…) sottoposti a tampone dopo il decesso, risultati accidentalmente positivi e computati come morti Covid iniziano a essere troppo numerosi e sistematici per essere derubricati come innocui svarioni.

Il fatto è che siamo a un tornante delicatissimo. L’economia arriva già fiaccata dal lockdown e dalla conseguente crisi. Il prolungarsi dello smart working ha dato il colpo di grazia alla pubblica amministrazione e inoltre ha privato i consumi giornalieri di un indotto importante. L’aver ignorato per mesi malati oncologici, cardiopatici e via discorrendo rischia di produrre una strage silenziosa che nessun bollettino quotidiano avrà mai la pietà di raccontare. E, come ci ha raccontato in apertura il nostro ufficiale in divisa, la Covid-fobia è oggi assai più diffusa di quanto non lo fosse quando forse essa aveva qualche fondamento in più. Se ciò dipenda dal fatto che il mainstream e la politica dei salotti invitassero allora ad abbracciare un cinese mentre oggi ci vorrebbero imporre la mascherina anche in casa nostra, non è dato sapere. Sta di fatto che la psicosi dilaga e ciò non aiuta.

E’ in questo contesto che il governo Conte, come già accennato, ha deciso di privare di ogni autonomia decisionale quelle Regioni alle quali appena qualche mese fa era stato costretto a devolvere la gestione delle riaperture per manifesta incapacità di farsene carico. Il fatto, però, è che oggi l’accentramento potrebbe rivelarsi un errore fatale. Imporre misure restrittive indiscriminate, uniformi su tutto il territorio nazionale, è semplicemente un non senso. Perché è diverso il quadro epidemiologico, è diversa la qualità del servizio sanitario, sono diverse le abitudini di vita delle persone. Chiudere un ristorante a mezzanotte in Alto Adige significa dare il tempo ai clienti di consumare anche la colazione del giorno appresso. Fare lo stesso a Napoli vuol dire che anche chi è abituato a rincasare prima, nel dubbio a mangiare fuori non ci va per niente. Altrettanto insensato è immaginare “tagli lineari” senza distinzioni tra le tipologie di attività: stai a vedere che ci toccherà perfino rivalutare De Luca, che è arrivato a comprendere che se il problema è evitare gli assembramenti laddove la sanità è una ciofeca (epperò toccherebbe anche capire cosa hanno fatto per migliorarla i novelli sceriffi di Nottingham dacché detengono il potere…), nei locali in cui si consuma seduti è sufficiente prevedere un orario massimo di ingresso senza porre limiti per l’uscita.

La sensazione, purtroppo, è che chi ha in mano la leva decisionale comprenda il funzionamento dei pubblici esercizi e delle attività produttive tanto quanto si intende di jogging. Ma stavolta per l’economia non ci sarà un girone di ritorno. Se finora il governo, complice una opposizione inesistente quando non ridicola, è stato rafforzato dalla paura e ha potuto operare il divide et impera spaccando il Paese tra i garantiti terrorizzati per il Covid e i non garantiti preoccupati per la situazione economica, di qui a qualche tempo – se continua così – correrà il rischio di imperare sul nulla perché da dividere non ci saranno neanche più le macerie.

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