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Il grande errore di non consegnare l’Iraq agli iracheni

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Dopo aver sconfitto la dittatura dei talebani in Afghanistan e averla rimpiazzata con una democrazia in fasce, l’amministrazione Bush si concentrò sulla minaccia posta dall’Iraq di Saddam Hussein a una nazione ancora vacillante per gli attacchi dell’11 settembre.

Personalmente ho condiviso la posizione dell’amministrazione sulle armi di distruzione di massa, secondo cui l’Iraq non solo aveva la capacità di produrle, ma ne aveva anche una riserva nascosta. Responsabile di due guerre con più di un milione di morti, da decenni complice di gruppi terroristici, solito ricompensare in denaro gli attentatori sucidi, riluttante a fornire indicazioni su dove fossero le armi chimiche e batteriologiche (che in realtà aveva già impiegato), Saddam Hussein portò la questione alle estreme conseguenze: avremmo dovuto lasciarlo al suo posto e sperare per il meglio, o distruggere il suo regime in un colpo solo e mettere così fine al pericolo che potesse collaborare con i terroristi in un attacco anche più devastante dell’11 settembre?

Venne presa la decisione giusta, e Baghdad cadde in 21 giorni con pochissime perdite sul versante nemico. Furono liberati 25 milioni di iracheni e la minaccia del mostruoso regime di Saddam fu finalmente eliminata.

I problemi cominciarono dopo. Invece di consegnare l’Iraq agli iracheni per dare avvio al difficile processo di nation building, il gruppo comprendente l’allora Segretario di Stato, Colin Powell, il consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, e il direttore dell’intelligence, George Tenet - con l’approvazione del presidente Bush - annullò un piano che prevedeva il conferimento del potere agli iracheni.

Al contrario, andammo avanti con una occupazione mal concepita che non fece altro che agevolare la sanguinosa insorgenza da cui noi, con gli iracheni, stiamo uscendo solo adesso. 

A Baghdad fu allora spedito un governo americano, nella presunzione che fossimo più capaci degli iracheni. Ma Paul Bremer sottovalutò l’incarico, e fece del suo meglio per realizzare politiche insensate. Da parte mia, non credevo che l’amministrazione fosse capace di creare tanto scompiglio.

Non dico che la coalizione a guida americana avrebbe dovuto lasciare l’Iraq il giorno stesso della caduta di Baghdad. Le truppe della coalizione erano essenziali per sorreggere il nuovo governo iracheno. Ma mi stupì (e scoraggiò) il fatto che non ci rivolgemmo agli oppositori più importanti e rappresentativi di Saddam Hussein perché assumessero la responsabilità di un governo ad interim mentre si preparavano le elezioni. Le nostre truppe potevano rimanere stanziate nel Paese sulla base di un accordo negoziato in maniera trasparente, con il compito di aiutare la popolazione irachena a ricostruire la loro società, cosa che noi non abbiamo saputo fare e mai neppure avremmo dovuto provare. Dopo cinque anni di terribili perdite, forse gli iracheni hanno ora questa opportunità.     

© New York Times
                                                                                
Traduzione Emiliano Stornelli

Richard Perle è Resident Fellow all'American Enterprise Institute.

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