Il Libano è ancora senza presidente: la polveriera sta per esplodere?
23 Aprile 2008
Per
la diciottesima volta l’elezione del nuovo presidente libanese è stata
rinviata. In mancanza di un accordo tra le parti, la sessione parlamentare non
ha neanche avuto inizio. Da cinque mesi la situazione politica in Libano si
trascina tra vertici inconcludenti, uccisioni mirate e periodici scontri tra
fazioni.
La
carica presidenziale è vacante dallo scorso novembre, cioè da quando, dopo una
proroga di tre anni imposta da Damasco, il filo-siriano Emile Lahoud l’ha
abbandonata. Da allora i continui rinvii hanno di fatto paralizzato la vita
politica libanese. In realtà l’accordo tra i due fronti contrapposti, la
coalizione filo-occidentale del 14 marzo, e quella filo-siriana dell’8 marzo, ci
sarebbe: il nome è quello dell’attuale capo di stato maggiore della Difesa,
Michel Sulemain. Il generale, cristiano-maronita, è considerato l’unica possibile
figura capace di preservare il delicatissimo equilibrio interno esponendosi
solo nei limiti del fisiologico sull’uno o l’altro fronte. Difficile elargire
patenti di imparzialità in un paese dove occorre una buona dose di coraggio per
resistere alle seduzioni esterne; tuttavia, a giudicare dal suo operato come
capo delle LAF (Lebanese Armed Forces), Sulemain un certo equilibrio l’ha
effettivamente dimostrato. Anche quando c’è stato da reprimere la rivolta dei
fondamentalisti di Fatah Al Islam, non si è fatto pregare e ha usato il pugno
di ferro.
Dove
l’accordo a tutt’oggi manca è sul dopo, ovvero sulla composizione del nuovo governo.
Una volta nominato il presidente, infatti, il governo attualmente in carica dovrà
sciogliersi. La costituzione libanese prevede che un terzo dei ministri spetti
alla maggioranza, un terzo all’opposizione e che un terzo sia di area
“presidenziale”. L’attuale opposizione filo-siriana vorrebbe però conoscere in
anticipo il nome del nuovo premier e vedersi assegnato il cosiddetto terzo di
garanzia, ovvero un terzo dei ministri più uno. In questo modo otterrebbe il
diritto di veto sulle decisioni governative e la conseguente possibilità di
ostacolarne la politica. Di parere totalmente opposto è la maggioranza
filo-occidentale, che vuole capitalizzare fino in fondo la posizione di
predominio conquistata in seguito all’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri
sull’onda di un forte sentimento antisiriano.
Uscire
da tale impasse non è semplice. Per sbloccare la situazione in cinque mesi sono
stati fatti numerosi tentativi, ma tutti falliti a causa delle divisioni
interne alla Lega Araba. Da una parte c’è la Siria, sostenuta dall’Iran, che
vuole mantenere la propria tutela sul governo e la politica libanese;
dall’altra c’è l’Arabia Saudita, spalleggiata dall’Egitto, che mira apertamente
a contrastare l’influenza dell’asse Damasco-Teheran, di tendenza sciita, e ad incrementare
la propria facendo leva sui partiti politici sunniti. Fino al 2005 la garanzia
della tutela siriana erano i quasi 20.000 soldati dispiegati in territorio libanese.
La loro presenza suggellava la presa di Damasco sul debole Libano. Dopo il
ritiro, si è cercato di sopperire con i servizi segreti, gli assassinii politici
mirati e con l’incremento del sostegno militare e operativo ad Hezbollah. Il
regime di Bashar al-Assad si è quindi dimostrato straordinariamente pervicace nel
difendere il giardino di casa libanese. Per ragioni storiche e culturali,
dicono i siriani, celando in realtà la vera ragione che è di natura strategica:
i siriani considerano Beirut il loro porto. Poco più di un’ora di macchina separano le due
capitali, ma a Damasco non si rassegnano al fatto che per arrivare al mare sia necessario raggiungere i porti siriani di Tartus e Latakia, aggirando tutto il Libano. L’Arabia
Saudita, il cui principale obiettivo strategico è contrastare l’espansione
dell’influenza sciita nel mondo arabo, vuole impedire che la Sirai “rientri” in
Libano aprendo la strada ai pasdaran iraniani che già oggi hanno grande
influenza a sud di Sidone grazie ad Hezbollah. Allo stesso tempo, la casa regnate
saudita vuole diversificare la sua economia, quasi esclusivamente incentrata
sulle rendite petrolifere, e ha molto investito in Libano dove il mercato è tra
i più fiorenti del Medio Oriente. Pertanto, un governo amico a Beirut, che
riesca quanto meno a mantenere un certo equilibrio nel frammentato panorama
politico libanese e che non sia troppo sensibile alle “esigenze” siriane, per Riyadh è di vitale importanza.
Tuttavia
le pressioni esterne da sole non bastano a spiegare le ragioni dell’impasse
politica. Le potenze regionali rivestono certamente un ruolo di primo piano, ma
non avrebbero tanta influenza se gli
equilibri interni del Libano non fossero così instabili. Le
due coalizioni che si sono formate dopo la morte di Hariri sono estremamente fragili.
La coalizione anti-siriana del “14 marzo” mette assieme il Movimento del Futuro
(sunnita) di Saad Hariri, il Partito Socialista Progressista (drusi) di Walid
Jumblatt e un blocco cristiano costituito dalle Forze Libanesi, gli
ex-falangisti guidati da Samir Geagea e dal Qornet Shehwan che raduna i “falangisti ufficiali” di Amin Gemayel; poi
ci sono altri piccoli partiti di ispirazione cristiana, insieme al sostegno del
patriarca maronita Nasrallah Sfeir. Così, nello stesso blocco coesistono chi anti-siriano
lo è sempre stato, come i Gemayel, chi lo è da non molto, i Drusi, o chi della Siria
è stato alleato a seconda delle stagioni politiche, le Forze Libanesi. Per non
parlare poi del fatto che cristiani e drusi si sono scontrati duramente in
passato. Sull’altro fronte, la coalizione filo-siriana dell’8 marzo mette
insieme i movimenti sciiti di Amal ed Hezbollah con il cristiano Blocco per la
Riforma e il Cambiamento, costituito dal Movimento Patriottico Libero del generale
Aoun, dal Blocco Popolare di Elias Skaff e dal Blocco Metn di Michel Murr.
Anche in questo caso le contraddizione sono evidenti. Nella stessa coalizione
si ritrovano, infatti, il generale Aoun, fino a poco tempo fa nemico numero uno
di Damasco ed icona della resistenza libanese anti-siriana, e i due partiti
sciiti da sempre filo-siriani.
Ad
oggi, gli equilibri tra le due coalizioni sono congelati. Quella prevalenza politica
che il “14 marzo” poteva vantare è venuta meno con il clamoroso voltafaccia di Aoun,
fino a poco tempo fa elemento portante del fronte anti-siriano. Probabilmente
al generale era stata promessa la presidenza e questi, sentendosi tradito, ha
risposto portando i suoi sull’altro fronte. La coalizione del “14 marzo” è
maggioranza solo nominalmente e giochi che sembravano fatti si sono riaperti.
In un simile contesto fare pronostici è controindicato. Forse neppure un
accordo sul piano internazionale tra Siria e Arabia Saudita riuscirebbe a
sbloccare la situazione in modo indolore. Le due coalizioni sono troppo poco
coese per reggere alla prova del governo. A destare preoccupazione, inoltre, c’è
la forte contrapposizione in seno alla comunità maronita. Mentre le altre
comunità presentano almeno una certa compattezza, i cristiani sono spaccati a
metà come probabilmente mai lo erano stati nella storia libanese. E questa
divisione non può che aggiungere instabilità all’instabilità. Il risultato è
che a Beirut tutte le milizie, non solo Hezbollah, si stanno riarmando e pare
che dal porto continuino ad entrare navi piene di armi. Non è un caso che il
grosso delle LAF sia stato da mesi richiamato proprio nell’area della capitale.
Ma in caso di scontro aperto, le Forze Armate libanesi da che parte staranno?
