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La filosofia del raìs e la Libia che cambia

Il Libro Verde di Gheddafi è finito nella spazzatura della storia

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Dopo che i media lo avevano dato ormai per spacciato, Gheddafi era riapparso due mesi fa sugli schermi con in mano “il” libro leggendone, tra lo stupore generale degli osservatori internazionali, dei passi. E lo stesso libro, trasformato in monumento nazionale, era stato buttato giù a colpi di piccone dalle folle inferocite di Bengasi pochi giorni dopo. Stiamo parlando del Libro Verde, la ‘fatica filosofica’ che il Colonnello pubblicò nel 1975 – a sei anni dal golpe che lo aveva portato al potere – che ha rappresentato per trent’anni la base del suo programma politico che aveva l'ambizione di far diventare un’alternativa al socialismo sovietico e al capitalismo occidentale.

Il libro dalle 82 pagine, contente la “Terza Teoria Universale”, imposto come studio obbligato a chiunque intraprendesse la carriera accademica – come testimonia Mohammed Ramadan, studente di ingegneria alla Garyounis University di Bengasi – e che rigetta l'insieme dei principi della democrazia liberale, auspicando una forma di democrazia diretta basata sui comitati popolari, rappresenta un primato nel suo genere. Neanche il libretto rosso di Mao, pur godendo inizialmente di grandi consensi, ebbe mai la consacrazione riservata al ‘masterpiece’ del raìs: addirittura degno dell’edificazione di un monumento che ne riproduce la copertina.

Ma adesso che per la prima volta i libici sono liberi di esprimere sul libro – che Gheddafi una volta disse “ha risolto i problemi degli uomini”, ma che si è tradotto in pratica nella creazione di un sistema politico piramidale con lui a tenere lo scettro supremo del potere – un loro giudizio obbiettivo (e non forzato dottrinalmente), senza incorrere nel pericolo di essere giustiziati o torturati, cosa ne potrebbe venire fuori? L’‘opera magna’ di quello che alcuni ancora definiscono la Guida della Rivoluzione verrebbe affossata e sconfessata? Qualcuno (forse più di uno) sicuramente lo farebbe.

Per un docente universitario intervistato dalla BBC che ha speso il suo tempo, prima della rivoluzione libica, insegnando i precetti del Libro Verde, e che ha voluto (non ha caso) mantenere l’anonimato, l’opera vale “zero” e dice di essersi abbassato a diffonderne il verbo a livello accademico perché “sotto pressione” e perché era l’unico modo per aspirare a un avanzamento di carriera. In particolare, a detta del professore, la parte su cui gli studenti sono più scettici è quella che riguarda la differenza tra i sessi.

Basta leggerne qualche stralcio per capire il perché. “La donna è femmina e l'uomo è maschio” e poi aggiunge “e la donna per tale ragione, dice il ginecologo, ha i cicli mestruali, ovvero, s'indispone mensilmente, mentre l'uomo, in quanto maschio, non ha cicli, per cui non s'indispone mensilmente di ‘consuetudine’”. Un passaggio decisamente esilarante, ma si trasforma in tragico-comico è quando si passa ad affermare che la donna “è soggetta per natura ad un attacco di emorragia ogni mese”, mentre “l'uomo non soffre questi acciacchi” e così è la donna che allatta per quasi due anni il che significa “che ella è inabile ad ogni attività e responsabilità diretta”. O ancora: “Questi dati naturali determinano delle differenze fisiche che impediscono all'uomo ed alla donna d'essere uguali”.

Una visione della figura femminile che sarà certamente piaciuta ai capi tribù della società, ma che alle giovani generazioni libiche fa storcere il naso, nella migliore della ipotesi. Fatto questo, che ci fa sperare nella fioritura di menti illuminate in una Libia fin’ora assoggettata alla folle dottrina del Colonnello.

 

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