Il “Maestro” Monicelli e l’Italia zotica e pecorona
06 Giugno 2010
di Redazione
Mi inchino di fronte a cotanta laicità. Mi riferisco ovviamente – perché è ovvio, no? – a quel gigante falstaffiano senza la giusta pinguedine che si chiama Santoro. Sono costretto – dico: costretto! – a considerarne la possanza retorica e l’abilità televisiva, lo scavo nell’occhio stanco del telespettatore che cerca chissà cosa e chissà dove una thule da dominare con la speranza del domani. Appunto, la speranza. Vedrete che c’entra, la speranza. Dicevo, il Santoro: cosa fa, il Nostro? Bene, convoca il “Maestro” – si dice, così, credo… della “cultura italiana”, “uno dei grandissimi della cultura italiana”, come ieri veniva apostrofato Tony Renis, un “grandissimo”, come al Festivalbar, insomma; lo getta in pasto al pubblico, con gli occhiali appoggiati sulla testa calva e danzanti quegli occhi spettrali che dicono “qui va tutto in vacca”: uno spettacolo.
Signori, si gira. Ciak, si gira. Altro che Clint Eastwood, l’azzeratore del “ciak si gira!”, quando ce vò, ce vò, che diamine: Monicelli spara a zero ed è un gran dire, roba grossa, originale, sostanza grave. Il popolo italiano è fatto di codardi e leccaculo, ieri leccavano il culo a Mussolini – “Mussolini ha sempre ragione”, ma non era il “grandissimo” Longanesi, rivalutato a gauche? Va bè, forse no, chissà… –, e oggi, indovinate un po’ a chi si prostano, come vestali voluttuose davanti al padrone del letto? Ovvio: a Berlusconi. Non ci vuole neanche il punto esclamativo, si sa, è chiaro, non desta meraviglia. Ma si va avanti, in questa kermesse da “grandissimo”.
L’intervistatore, libero come un topo nel secchio, incalza il “Maestro”: “Ma non c’è speranza, in questo scenario…”. “Ma che speranza!” – irrompe tragicamente, col piglio mussoliniano del “grandissimo”, sempre “il Maestro”, si capisce –; “la speranza è una trappola”, per giunta “inventata dai padroni” per fottere i poveri diavoli, che naturalmente non hanno la coscienza illuminata come un albero di Natale, al pari del “grandissimo”. Preti, padroni, questurini…sembra un gioco d’azzardo della fantasia vissuto all’indietro, complice la macchina del tempo: il Nostro è “il” rivoluzionario. Altro che storie! Lui è “la” Storia! Come diceva quel Tale, no? “La speranza è una cosa infame”.
Qui “la rivoluzione” ci vuole, altro che! La rivoluzione “che non c’è mai stata in Italia”. “Qualcosa che riscatti questo popolo sottomesso”. Un “riscatto doloroso che esige anche sacrificio”, eh sì, caro lei; “se no, che il popolo vada alla malora!”. Fine della trasmissione. Un “grandissimo”. In ordine: a) mi ha dimostrato quando mussolinianesimo ci sia sempre stato negli antifascisti, diciamo pure gli squadristi rossi; b) quanta “fiducia” essi abbiano nel “popolo italiano”, che, invece, vogliono prono alle loro meravigliose fatiche di artisti, anzi di “maestri”; c) last, but not least (senza offesa, Maestro, con questi anglicismi, di fronte a Lei, così saldamente anti-mussoliniano…), il punto dolente: ma noi dobbiamo dare i soldi dei contribuenti a chi li considera plebei, caproni, infami e pecoroni? Salvo poi beccarsi la mancia cospicua dello stato e neanche ringraziare, perché noblesse oblige?
Monicelli considera merda il popolo italiano; Moretti lo vorrebbe al lager da quando ha votato (continuando a farlo) Berlusconi; il circoletto dei minori di “buona presenza” pretende prebende per le “opere prime” di “grandi talenti” che fanno cassette da 6000mila euro: ma, allora, prima di andare a vedere i tagli più insidiosi, vedi enti inutili, non si potrebbe fare qualche bel taglio utile, soprattutto alla nostra decenza umana e patria?
(Raffaele Iannuzzi)
