Il Meeting compie 30 anni e punta i riflettori sul mondo ai tempi della crisi

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Il Meeting compie 30 anni e punta i riflettori sul mondo ai tempi della crisi

24 Agosto 2009

Sono passati trent’anni dalla prima edizione ma il Meeting di Rimini resta sempre una creatura multiforme, difficile da comprendere, afferrare o riassumere nello spazio rassicurante di un titolo. Vecchia storia. Sarà che tradizionalmente la kermesse di Comunione e Liberazione riapre le danze della stagione politica e inizia a dettare i grandi temi che poi si svilupperanno nell’autunno. Fatto sta che come in un rito carsico eternamente ripetuto, giornalisti e osservatori cercano di scattare una fotografia degli umori politici di una comunità che si muove sempre e comunque lungo una granitica direttrice: la difesa della libertà e della centralità della persona declinate attraverso la parola d’ordine della sussidiarietà.

Il messaggio di fondo resta quello del fondatore don Luigi Giussani, uno sguardo su “tutta la realtà” attraverso un confronto aperto, spesso duro, diretto, spregiudicato. Naturalmente nell’arco di trent’anni di storia ci sono state deviazioni, spostamenti sul territorio più prettamente politico, legittime investiture di progetti ritenuti più vicini e affini allo spirito del movimento.

Oggi il carattere del Meeting è tornato ad essere quello di una kermesse dove un popolo si ritrova, ricerca i suoi riferimenti, assiste a un evento che è evento in sè a prescindere dai protagonisti che salgono sul palco, una festa in cui alla gioia dell’incontro si accompagnano riflessioni e approfondimenti attraverso le testimonianze di protagonisti provenienti da tutto il mondo. E in cui la politica è ospite legittimo e benvenuto ma è ospite, appunto, e non sostituto-protagonista che impone se stesso schiacciando il Meeting sulle proprie parole d’ordine.

Questo non significa che il Meeting possa esulare dal dibattito politico in corso anche se quest’anno la trama si intreccia con i grandi temi dell’economia e della finanza visto che è tempo di analisi e consuntivi rispetto a un anno che ha sconvolto il mondo, riscritto le regole del mercato e modificato in profondità lo stile di vita di milioni di persone in tutto il mondo. È anche per questa ragione che quest’anno al Meeting arriva per la prima volta il Governatore della Banca d’Italia. C’è attesa per il dibattito a quattro fra Mario Draghi, uno dei leader del Pd come Pierluigi Bersani, uomo da sempre vicino al movimento e membro dell’Intergruppo per la Sussidierietà, il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, esponente del Pdl e ciellino storico, il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini. L’oggetto di questo dibattito non è solo quello consueto, ovvero come “uscire dalla crisi”, ma anche quello sulle nuove regole finanziarie, sulla finanza globale, tenendo presente l’enciclica di Papa Benedetto XVI “Caritas in veritate”, che lo stesso Mario Draghi ha commentato sull’Osservatore Romano.

Il programma del Meeting prevede naturalmente una forte presenza di esponenti del governo. Ieri, domenica, è stata la volta di Mara Carfagna e Franco Frattini. Oggi salirà sul palco Roberto Calderoli che toccherà il tema del federalismo fiscale, da sempre caro alla Compagnia delle Opere. E poi toccherà a Giulio Tremonti con un dibattito mirato sulle ricette anti-crisi adottate dall’esecutivo italiano ma anche dai grandi attori dell’economia globale. E poi il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, quello dell’ Istruzione Mariastella Gelmini, quello delle Attività produttive, Claudio Scajola, quello del Welfare, Maurizio Sacconi, quello delle Politiche Agricole, Luca Zaia mentre sabato concluderà il presidente del Senato, Renato Schifani. Presenze di assoluto rilievo quelle dell’ex premier laburista inglese, Tony Blair e di James Murdoch, figlio di Rupert Murdoch.

Un menu, insomma, articolato, interessante, complesso che finirà per accendere i riflettori dei media ma offrirà anche occasioni di riflessione come è accaduto ieri con la testimonianza di Harry Wu, attivista per i diritti umani cinesi che ha vissuto per 19 anni nei campi di lavoro e ha espresso una sua amara previsione. ”Non penso proprio che durante la sua prossima visita in Cina il presidente Obama parlerà molto di diritti umani. “Il problema è che la Cina controlla il debito pubblico americano, ha in mano circa 700 miliardi del debito pubblico di quel Paese; per questo non penso che quello dei diritti umani sarà un tema ‘hot’ nella visita di Obama in Cina”. Un occhio alla Cina, quindi, ma anche molta attenzione verso l’Africa a cui è stato dedicato il primo forum con il ministro degli Esteri Franco Frattini e il collega svedese Carl Bildt, presidente di turno della Ue impegnati a confrontarsi con i presidenti e i capi di governo di Stati martoriati dalla guerra come Congo, Uganda, Kenya, Mozambico ed Etiopia.

Un tentativo, quest’ultimo, di accendere i riflettori su ciò che i media derubricano a periferia del mondo e adempiere a quello spirito globale che è da sempre aspirazione profonda (e riuscita) del Meeting.