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Titoli in affanno

Il mercato non crede che il sistema bancario italiano sia solido

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Nella settimana appena trascorsa Piazza Affari ha patito più delle altre borse europee. Da oggi si tenterà il rimbalzo ma sullo sfondo vi sono le preoccupazioni sui titoli bancari italiani. Nell’occhio del ciclone vi sono Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare.

Quando nei giorni scorsi si sono chiuse le sedute di contrattazione nelle piazze finanziarie, molti si sono domandati come mai Milano era risultata la peggiore, con forti perdite. Giovedì scorso, il 5 marzo, l’indice Mibtel ha perso il 5,39%, mentre l’SP/Mib il 5,85%: contrazioni ben più forti rispetto a Londra o Parigi, superiori perfino a quelle di Wall Street. A guidare i ribasso ci hanno pensato i titoli bancari, sulla scia di indiscrezioni riguardanti la situazione patrimoniale di UniCredit, l’importo delle linee di credito di Intesa verso Fiat e l’ipotesi di delisting di Banca Italease da parte del controllante Banco Popolare. La situazione ritenuta più preoccupante dagli operatori finanziari è quella del gruppo di Alessandro Profumo. Non sono bastate le rassicurazioni del numero due di UniCredit, Roberto Nicastro, per far riprendere quota al titolo, ormai abituato a non raggiungere il valore di un euro per azione. Nicastro, parlando del credit crunch che avrebbe colpito la banca, afferma che «la liquidità c'è ed è fondamentale che non venga a mancare per le imprese meritevoli». A conferma di ciò, sono stati snocciolati i dati concernenti il primo bimestre 2009, che ha visto un tasso di accettazione delle domande di finanziamento del 75%, per un totale di quasi due miliardi di euro erogati a 22mila PMI. Ma questo non basta al mercato.

No, perché il sentore fra gli analisti e i trader è che la situazione delle banche italiane sia peggiore di quanto dicono i banchieri. Per infondere liquidità, lo scorso ottobre fra il gruppo di Profumo e Bankitalia è avvenuto uno swap di titoli di stato per 1,9 miliardi di euro, operazione che rientrava nel piano di misure anti-crisi proposta dal governo. Anche per Intesa e Monte dei Paschi di Siena il discorso è stato analogo, con benefici sul core tier 1, il patrimonio netto depurato dalle preference shares. Ma, anche in questo caso, il mercato ha finito per bocciare le misure adottate al fine di garantire contanti alle banche.

Prendendo il caso di UniCredit, viene confermata la tendenza del mercato altamente volatile ed influenzabile, spesso non suffragata da colossali pecche di bilancio. Piazza Cordusio ha fatto un aumento di capitale nell’ordine di 3 miliardi di euro nello scorso ottobre, mentre potrà contare sui Tremonti Bond per altri 3 mld e sugli aiuti a Bank of Austria per 4,5 miliardi. Il tutto per circa 10,5 miliardi di euro che contribuiranno ad aumentare il core tier 1 fino al 7,8%, un valore considerato sicuro dagli analisti. Quello che preoccupa, invece, è la quantità di derivati su cui è esposto il gruppo verso l’Est Europa. La situazione di Polonia, Lettonia ed Ucraina fanno tremare molti investitori, dato che i rischi di un default di uno di questi paesi sembra sempre meno improbabile.

Profumo ha ricordato come «a tutt’oggi non sono previsti default di questi paesi e guardando i dati, anche di gennaio, si continuano ad avere performance buone. Ci rendiamo ovviamente conto dei rischi impliciti in questa parte del mondo su cui stanno intervenendo anche le autorità». Si parla di una cifra tra i 5 ed i 9 miliardi di euro di perdite ancora da scontare nei bilanci, derivanti solamente dall’Est. In effetti, finora le banche italiane hanno patito poco la peggior crisi dalla Grande Depressione. Si è invocata la forte territorialità e l’attitudine provinciale dei nostri istituti di credito per spiegare il fenomeno. Così non è del tutto esatto, dato che poco conta la grandezza della banca, ma vale la natura degli investimenti e delle speculazioni che essa compie.

UniCredit continuerà il suo andamento altalenante fin quando non emergeranno le cifre delle perdite. Quello in atto è un gioco come quello che fa il gatto col topo. Più il tempo va avanti, più sarà complicato prendere atto delle svalutazioni. Il brutto è che questo discorso non vale solamente per il gruppo di Piazza Cordusio, ma per tutte le grandi holding bancarie italiane. La trasparenza, tanto desiderata dagli operatori, è ancora lontana.

 

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4 COMMENTS

  1. Unicredit
    Ottima analisi. Quali sono i trader o gli investitori che si fidano di Unicredit?
    Unicredit sta facendo un gioco sporco. La situazione delle banche italiane è migliore di altre, dicono in molti: per forza, finora non hanno svalutato manco mezzo cds dai bilanci. Li tengono fuori a forza, ma prima o poi, quando il SIV sarà troppo carico di marciume, dovranno far rientrare le perdite. E proprio in quel momento saranno dolori. Profumo continua a rassicurare gli shareholders, ma fino a quando potrà farlo? Fino a maggio? Fino a settembre? La paura è che più si vada avanti senza avere le cifre dell’esposizione, più cercheranno di rientrare delle posizioni negative, solo che i suoi derivatives non li vuole nessuno…
    Tempi buoi per Piazza Cordusio…

  2. Unicredit a rischio default?
    Unicredit a rischio default? Si, concordo con l’articolo del Goria. I dolori arriveranno fra non molto. Ma il mercato non è miope, basta ricordarselo.

  3. Bel pezzo. Credo che solo
    Bel pezzo. Credo che solo quando ci sarà la dovuta trasparenza sui bilanci, potremo cominciare a parlare di fuoriuscita dalla crisi

  4. Tutti abbiamo un attivo a
    Tutti abbiamo un attivo a rischio. Ci perdiamo a commentare la situazione di questo o di quello e ci sfugge il fatto che ognuno di noi ha un attivo dato da case, mobilio, titoli, crediti e soprattutto banconote (in tasca o sotto il cuscino) che si giustifica con altrettanti debiti verso terzi (siamo nell’attivo di altri) o dal nostro patrimonio. Ora questo attivo (il nostro o quello di terzi e quindi in assoluto tutto l’attivo esistente al mondo) è a rischio di perdere consistenza. Ma se l’attivo scompare è perchè scompaiono anche i debiti (perchè non si riescono a pagare… e prevale il ‘chi se ne frega..’). Quindi, calma e sangue freddo… cominciamo a risolvere il problema delle banconote (tutto l’attivo è trasformabile in banconote) istituendo le regole per dar corpo e vita a un mercato finanziario sostenuto dal più credibile baratto.

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