Il Mezzogiorno ha bisogno di progetti d’investimento mirati
04 Dicembre 2008
In tempi di crisi, si sa, gli anelli deboli hanno sempre la peggio. Cosa potrà accadere al Mezzogiorno, che già sconta una situazione di partenza in forte distacco sia dal resto d’Italia, sia soprattutto dall’Europa? La politica economica e industriale assume un ruolo centrale: i suoi obiettivi sono quelli di favorire la delocalizzazione degli investimenti produttivi, incentivare lo sviluppo delle reti d’impresa, promuovere la competitività del sistema.
Si sono susseguiti a partire degli anni ’60 un numero elevato di strumenti e accordi istituzionali per attivare risorse economiche, sia pubbliche, sia private, a favore delle aree svantaggiate, soprattutto nel Mezzogiorno. Gli ultimi 50 anni hanno insegnato molto, ma ancora ampio rimane il margine di manovra che si dovrà compiere in questi territori; dall’esperienza, il periodo di tempo intercorso ha visto lo Stato assumere, come sostenuto nell’ultima relazione sul sistema degli incentivi (Ministero dello Sviluppo Economico), un ruolo sempre più attivo nella promozione e selezione delle iniziative per lo sviluppo economico. A tal proposito, si intendono sollevare tre questioni di rilevante importanza che, visto l’attuale contesto di incertezza, tenderanno inevitabilmente a influenzare l’assetto territoriale delle economie locali svantaggiate.
In primo luogo, in Italia, come negli altri paesi dell’Unione Europea, dall’inizio del decennio, l’economia ha risentito delle difficoltà della congiuntura internazionale, oggi trasformata in crisi o peggio, come qualcun altro sostiene, recessione! Se da un lato la struttura del sistema industriale nazionale, caratterizzato dalla presenza di moltissime micro e piccole imprese, ha consentito all’Italia (solo una parte di essa) di raggiungere una posizione importante tra le nazioni più industrializzate del mondo, gli ultimi anni, al contrario, hanno segnato una crescente preoccupazione sul declino industriale del nostro Paese. Come rilevato nella relazione annuale della Banca d’Italia, i Paesi dell’Unione Europea, non sono riusciti a trarre un vantaggio omogeneo dalla forte espansione dell’attività dell’America del Nord, dell’Asia e dell’America Latina. In queste economie, soprattutto il comparto manifatturiero, insieme ai servizi legati alle tecnologie, hanno trainato la crescita; al contrario, l’Italia continua a registrare riduzione dei volumi di produzione, per il conseguente calo della domanda aggregata, sia nazionale, sia dei beni esportati.
Al fenomeno della dimensione, si associa un secondo aspetto peculiare del sistema industriale italiano, rappresentato da una struttura finanziaria orientata all’indebitamento. Come è stato dimostrato in numerosi studi, tra cui quello pionieristico di Adrian Wood del 1976, in contesti in cui i mercati finanziari non funzionano perfettamente, il ricorso all’indebitamento spesso provoca un disincentivo alla crescita dimensionale dell’impresa. Dessy e Vender hanno dimostrato che lo sviluppo dell’impresa, dall’altra parte, troverebbe il suo ideale nel capitale di rischio; sebbene siano diffuse a livello nazionale le iniziative tese a promuovere e favorire lo sviluppo di tale strumento della finanza innovativa, come tentato anche di recente con Industria 2015 presso il Ministero dello Sviluppo Economico, la struttura azionaria delle imprese italiane rimane ancora rigida all’apertura di nuovi investitori.
Una terza peculiarità, infine, risiede nella perdita di competitività subita in alcuni settori che fino a pochi anni fa hanno trainato la produzione nazionale; questi, considerati come settori specialistici e a forte vantaggio comparato, per effetto della globalizzazione dei mercati dei capitali e delle economie di scala presenti in altre realtà internazionali (costo del lavoro, materie prime, processi, ecc.), sembrano non rispondere agli impulsi che, sebbene sempre meno intensi per la limitata disponibilità di fondi pubblici, la finanza agevolata tende a dare.
Alla luce di tali considerazioni, la preoccupazione condivisa con gli autori del volume “Valutare l’Incertezza: l’analisi costi benefici nel XXI secolo”, di G. Pennisi e P.L. Scandizzo, che l’economia italiana potrebbe diventare una sorta di Florida europea, con tanti “residence” per anziani, turismo e prodotti tipici, ma senza una vera capacità produttiva. In Italia, e soprattutto nel Mezzogiorno, gli investimenti produttivi sono principalmente orientati nei settori dove già esistono specializzazioni e un vantaggio comparato, ovvero è più elevato il rapporto tra il valore dell’output rispetto al valore delle risorse utilizzate in termini dei prodotti alternativi a cui si rinuncia, nella speranza di poter produrre di più e ottenere, infine, maggiore valore complessivo. Al contrario, ciò si traduce in una alimentazione di risorse interne, in una bassa propensione all’esportazione e alla ricerca, e in una fornitura di prodotti tradizionali (alimentari, tessile, mobilio), il cui indotto è poco sensibile a generare impatti positivi e virtuosi, sia sulle dinamiche del mercato, sia sul progresso tecnologico.
Diventa pertanto indispensabile riuscire a programmare (e valutare) investimenti produttivi finalizzati a migliorare le condizioni di partenza sul territorio, nonché aprire nuove opportunità per lo sviluppo endogeno delle economie regionali. In tale ottica, le strategie da percorrere in termini di progettazione degli investimenti dovranno necessariamente tener conto:
– delle esigenze del territorio, sia in termini di capitale fisico, ma anche capitale umano e socio-relazionale;
– della presenza di opere infrastrutturali, della loro evoluzione e sinergia con le attività produttive;
– delle modalità gestionali innovative dei nuovi investimenti produttivi, valorizzando le interdipendenze e interconnessioni con i settori emergenti a valenza internazionale.
La valutazione di un investimento va intesa, pertanto, come una scelta che produce i suoi effetti su una pluralità di stakeholders, consapevolezza che solo di recente, in effetti, si è aggiunta alla natura problematica dell’attribuzione di valore ai fini della decisione finale. Da questa considerazione, il proposito di continuare la ricerca sulle nuove metodologie di formulazione e valutazione degli investimenti produttivi sostenuti con incentivi pubblici e a favore dello sviluppo economico, con particolare riferimento all’intreccio degli effetti tra le decisioni basate sul ricorso alle nuove frontiere dell’analisi costi-benefici (estesa alla teoria delle opzioni reali) e quelle di tipo arbitrario; queste ultime, come noto, non seguendo il tentativo razionalistico che la stessa analisi costi-benefici tende a suggerire, una volta intraprese, possono in alternativa produrre a parità di grado di irreversibilità degli investimenti.
