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Il momento di tornare

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Nei tempi, nei modi, nella misura delle parole, l'annuncio del ministro Antonio Martino sulla "exit strategy" italiana dall'Iraq appare inappuntabile. In altre occasioni abbiamo criticato l'inopportunità o l'avventatezza di certi annunci di ritiro delle nostre truppe da Nassiriya: ma ora il momento - sia politico che militare - per parlare con serietà dell'epilogo della missione italiana in Iraq è giunto.

Ne è prova l'immediata e positiva reazione della Casa Bianca, il cui portavoce, Scott Mc Clennan, ha subito dichiarato: «La decisione italiana è il segnale di un progresso in corso e il governo italiano sta procedendo in stretta consultazione con le altre forze della coalizione».

Vi è inoltre chiara evidenza che analoghe consultazioni siano in corso con le autorità centrali irachene e anche con le tribù più influenti della provincia di Di Qhar, dove sono di stanza i soldati italiani.

Anche i tempi - la fine del 2006 - sembrano essere quelli giusti per configurare un rientro delle truppe per "missione compiuta", confermando la giustezza della scelta di aver partecipato alla "coalition of the willings" e tenendo alto l'onore dei caduti di Nassiriya.

Gli stessi risultati non sarebbero stati garantiti da un ritiro delle truppe orchestrato dopo l'eventuale vittoria del centro-sinistra alle prossime elezioni. Era dunque giusto che fosse l'attuale governo a decretare le modalità di uscita dalla missione irachena e stabilire la natura della presenza italiana nel futuro di quel paese.

L'annuncio italiano peraltro non è isolato: anche i due principali membri della coalizione hanno dato indicazioni simili: gli Usa si preparano a ritirare 140.000 soldati e l'Inghilterra procederà con un taglio di 8.500 effettivi sul campo.

Certo resta ancora aperta la questione della sicurezza del paese e della capacità delle forze militari e di polizia locali di far fronte alle minaccia terroristica interna. Ma i dati più attendibili che circolano sulla situazione irachena mostrano - pur nella loro drammaticità - che il trend è incoraggiante. L'Iraq Index, redatto mensilmente dalla Brookings Insitution fornisce in proposito cifre significative: il numero dei civili iracheni uccisi in azioni terroristiche in questo mese di gennaio ammonta a 359, contro un picco di 2475 raggiunto nell'agosto del 2005. Per ritrovare un numero così basso di vittime bisogna risalire fino al settembre del 2004. Gli attentati portati a termine con successo sono scesi al 10 per cento contro il 25-30 per cento di un anno fa. Le vittime nella polizia e nell'esercito iracheno sono diminuite quasi ininterrottamente dalle 304 del luglio scorso alle 108 di gennaio. Gli attentati con autobomba sono passati dai 136 di maggio 2005 ai 30 dello scorso dicembre.

La situazione è lontana dall'essere sotto controllo ma c'è ancora un anno di lavoro da fare per le truppe della coalizione da un lato e per il governo iracheno dall'altro e la tendenza mostra un segno positivo ormai da molti mesi. Anche sul fronte istituzionale, dopo il referendum e le ultime elezioni, l'impressione è che le cose procedano, anche se faticosamente, nella direzione prevista.

Oggi l'Iraq si trova al quarto posto nella classifica dei paesi con più libertà politiche nel Medio Oriente, preceduto solo da Israele, Libano e Marocco. All'epoca di Saddam Hussein non entrava neppure in classifica. L'Italia ha contribuito a conseguire questo risultato e il governo fa bene ad andarne fiero.

 

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