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Più pericoloso delle sanzioni

Il Movimento Verde compie un anno e continua la lotta contro il regime

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La verità  è che il Movimento Verde non è mai morto davvero. Al contrario, l’ampia coalizione formata da giovani, imprenditori, intellettuali e leader religiosi che un anno fa è scesa in strada per protestare contro la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad ha avuto un successo spettacolare nel conseguire l’unico obiettivo che tutti loro avevano in comune: la delegittimazione del regime iraniano. A metterla semplicemente, il Movimento Verde, grazie al proprio sangue e al proprio sacrificio, ha convinto quasi tutti gli iraniani, a prescindere dalla fede religiosa e dalla politica, che la Repubblica Islamica non è, nel suo attuale ripetersi, né islamica né una repubblica. 

Il regime iraniano fonda la propria legittimità su due pilastri fondamentali. Il primo è il ruolo, autoassegnato, di locus della moralità islamica. Questo è stato per lungo tempo un argomento persuasivo, in particolare nei confronti delle masse devote”, la massa ampia e principalmente rurale degli iraniani che dallo Stato s’aspettano che faccia da guida morale. È stato questo il pilastro più gravemente danneggiato dalle manifestazioni seguite alle elezioni.  

La brutalità  della mano pesante usata dal regime sui dimostranti, i pestaggi e gli omicidi di ragazzini disarmati per la strada, gli stupri e le torture nelle sadiche prigioni iraniane, gli attacchi pubblici contro alcune delle figure religiose più autorevoli del Paese non sono certo fatti nuovi in Iran. Tuttavia, a differenza delle precedenti rivolte nello scorso decennio (e ce ne sono state molte), queste azioni hanno avuto diffusione in tutto il paese. Attraverso la televisione satellitare, internet e il semplice passaparola, ogni iraniano è stato in grado di tenere il passo con il quotidiano diluvio di immagini che si è rovesciato sulla nazione.  

Forse però la crepa più grande sulla facciata della moralità islamica è nata non da una qualche azione del Movimento Verde, ma dalla militarizzazione della politica iraniana. Per anni gli analisti iraniani hanno messo in guardia dalla lenta deriva del Paese verso la dittatura militare. Le caotiche conseguenze delle elezioni e la conseguente usurpazione delle forze di polizia nazionali da parte delle Guardie Rivoluzionarie (che la legge iraniana proibisce espressamente) hanno formalizzato il passaggio. Oggi le guardie Rivoluzionarie controllano praticamente tutte le leve del governo iraniano e, attraverso le società controllate nel campo del petrolio, del gas e dell’industria delle telecomunicazioni, quasi un terzo del bilancio annuale del Paese.  

Ma c’è di più: Ahmadinejad, egli stesso un ex membro delle Guardie Rivoluzionarie, ha preso costantemente le distanze dai mullah che governavano il Paese. Il suo gabinetto ha smesso di partecipare agli incontri con l’Expediency Council, i cui membri rappresentano gli interessi dell’élite clericale. All’inizio di quest’anno, Ahmadinejad ha dichiarato a un giornale in lingua persiana che secondo lui “l’amministrazione del Paese non dovrebbe essere affidata al leader supremo, agli studenti né agli altri religiosi”.  

Le credenziali religiose del regime sono messe in discussione anche da alcune tra le più autorevoli figure e istituzioni religiose in Iran. Il grande ayatollah Hossein Ali Montazeri, che prima della sua morte era la più alta autorità religiosa (il leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, è la più importante autorità politica, e non religiosa del Paese), promulgò una fatwa che definiva illegittimo il governo. Persino l’ayatollah Ahmad Jannati, inflessibile conservatore e in passato uno dei sostenitori più diretti di Ahmadinejad, ha avuto un atteggiamento critico nei confronti del governo. I rapporti di Ahmadinejad con l’establishment religioso sono stati così tesi che alcuni dei membri più in vista della potente Assemblea degli Esperti, l’organismo religioso - di solito conservatore - che sceglie il leader supremo, ha boicottato la sua cerimonia di giuramento, cosa che hanno fatto anche tutti i componenti della famiglia dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica. 

La patina di legittimità religiosa della quale lo Stato aveva goduto sino a questo momento è stata raschiata via da cima a fondo e – cosa ancor più significativa – ciò è avvenuto grazie a un nuovo gruppo di studenti di Qom, la capitale religiosa iraniana. Costoro vanno affilando con costanza la propria delusione nei confronti della Repubblica Islamica con l’eccitazione per la crescente influenza della scuola di Najaf, guidata dal grande ayatollah Ali al-Sistani. Sistani rappresenta un’interpretazione più tradizionale e apolitica dell’Islam sciita e ha letteralmente inondato i seminari di Qom con i suoi discepoli. La stessa scuola di Najaf, inoltre, ha ammesso un flusso costante di studenti desiderosi di studiare una versione della teologia sciita non contaminata dalla teologia politica di Khomeini. 

Non mi viene in mente un simbolo più grande del deteriorarsi della peculiare ideologia politico-religiosa iraniana che i pubblici appelli per la morte del leader supremo. Un anno fa, parole del genere sarebbero state inconcepibili, in base al fatto che la legge proibisce ogni critica pubblica nei confronti del leader supremo. Ora però, nell’Iran che il Movimento Verde sta costruendo, queste critiche sono diventate de rigueur.  

Il secondo pilastro sul quale si fonda la legittimità della Repubblica Islamica è la volontà del popolo. A dispetto delle proprie tendenze autocratiche, il regime iraniano fa assolutamente di tutto per mantenere la sovranità popolare. È per questo motivo che in Iran gli appuntamenti con le urne sono presi tanto seriamente: nelle elezioni dello scorso anno hanno votato oltre 50 milioni di iraniani, su una popolazione di circa 70 milioni di persone.  

Quel di cui si può essere certi è che si tratta di un regime mortalmente spaventato dal proprio popolo. Dopotutto, la Repubblica Islamica è venuta alla luce proprio in seguito a una sollevazione popolare. Inoltre, conosce meglio di chiunque altro il potere del popolo iraniano, ed è per questo che finora ha imparato a piegarsi (ma non a spezzarsi) quando viene messo di fronte alla volontà popolare dei suoi cittadini in materia di economia, prezzi del petrolio, istruzione o qualsiasi altra cosa per la quale gli iraniani dovessero protestare. È precisamente per questa ragione che le accuse di “dittatura” e i paragoni con il governo dello scià sono presi tanto sul serio. E anzi, non c’è una critica più potente nei confronti del regime che dire: “Si sta comportando come lo scià”. I paragoni espliciti fra l’attuale sistema politico e la tanto disprezzata dittatura dello scià sono ormai diventati un luogo comune nell’Iran del dopo-elezioni. Non solo da parte dell’opposizione, ma anche di alcuni tra i più affidabili politici conservatori, compreso lo speaker del Parlamento e l’attuale consigliere del leader supremo. 

A distanza di anni da oggi, quando la storia dell’Iran sarà stata scritta, sarà il crollo di questi due pilastri di legittimità ad esser visto come l’eredità più duratura degli uomini e delle donne che lo scorso anno sono scesi in strada sfidando il regime. Ovviamente è troppo presto per sapere quali saranno le conseguenze del successo del Movimento Verde. Quello che comunque non può essere negato è che l’Iran si trova sull’orlo del mutamento sociale più significativo degli ultimi tre decenni. Nel bene o nel male, l’Iran che alla fine sorgerà dalle ceneri della rivolta della scorsa estate sarà diverso dall’Iran che conosciamo oggi. E per questo possiamo ringraziare il Movimento Verde, non certo un altro round di inutili sanzioni.

© The Daily Beast
Traduzione Andrea Di Nino

 

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