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Il muro crollò ma i russi (tranne Putin e pochi altri) non se ne accorsero

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Domenica 8 sera, alla vigilia dei vent’anni della caduta del muro di Berlino, andrà in onda su NTV, una delle reti televisive russe più seguite, un documentario realizzato dal giornalista russo Vladimir Kondratev e intitolato Il muro. C’è una particolare attesa per questo nuovo lavoro di Kondratev non solo perché egli visse direttamente gli eventi che portarono all’abbattimento del muro il 9 novembre 1989, essendo allora corrispondente a Bonn, sia perché oltre a Gorbacev e ad altri personaggi politici del tempo, è inclusa una lunga intervista a Putin. All’epoca Putin era in servizio nel KGB a Dresda nella Germania dell’Est. Secondo le anticipazioni delle agenzie, Putin dichiara al suo intervistatore che la caduta del muro e la riunificazione della Germania erano processi inevitabili. Non si sa ancora però se Putin farà riferimento a qualche suo ruolo attivo in quei frenetici giorni, perlomeno al suo intervento per bloccare l’assalto dei manifestanti alla sede del KGB a Dresda nel dicembre 1989, qualcuno disse grazie alla pistola che impugnava. Putin ricorda che quando in quel frangente la situazione divenne ingestibile, telefonò alle autorità militari e queste a loro volta a Mosca. Ma nessuna risposta arrivò da Mosca. «Mosca tacque», dice Putin nell’intervista, mettendo in evidenza che dai vertici dello stato sovietico non arrivava più una qualche istruzione su come comportarsi di fronte a questi nuovi fatti che scuotevano i paesi comunisti.

Questa apparente inerzia dei vertici dell’URSS poteva essere una strategia premeditata rispetto alla piega che stava prendendo il corso degli eventi nei paesi dell’Europa comunista. In effetti in questi ultimi anni ’80 si era consolidata una sorta di coesistenza schizofrenica tra l’aspirazione al cambiamento delle condizioni politiche, economiche e sociali del paese e l’immobilismo della popolazione. Era come se la perestroika avesse fatto correre troppo gli uomini e le idee e ad un certo punto non ci fosse stata neppure più la forza per individuare la meta di questa ondata di innovazione. L’economia stava andando a picco, mentre tutti i settori pubblici dalla scuola all’università, dagli ospedali ai trasporti entrarono in crisi e non furono più in grado di garantire quel minimo di efficienza che aveva sorretto la vita quotidiana di milioni di cittadini sparsi per tutto il vastissimo territorio dell’Unione Sovietica.

I colpi dei picconi sul muro di Berlino non produssero scosse di entusiasmo o di preoccupazione nella terra dei Soviet. A Gorbacev, si dice, la notizia che sul muro si era aperto un varco arrivò solo la mattina dopo, il 10 novembre. Anche se, come qualcuno ha ipotizzato, Gorbacev poté aver pilotato questa fase necessaria della smobilitazione del comunismo cominciando dai paesi satelliti, certo è che nell’opinione pubblica si diffuse un atteggiamento di distacco dagli eventi esterni al paese anche da quelli più sconvolgenti sul piano storico e politico, come se si trattasse di questioni non rilevanti per l’Unione Sovietica. Lo stesso Sacharov, il simbolo della dissidenza, il premio Nobel per la pace, seppe che cosa era successo a Berlino solo nel pomeriggio di venerdì 10 e, dubbioso sulla veridicità della notizia, cercò qua e là di raccogliere ulteriori informazioni. La scrittrice e sceneggiatrice Aleksandra Sviridova, che aveva documentato gli orrori del gulag, seppe del muro dal notiziario della televisione. Si rivolse al figlio e gli disse che un giorno si sarebbe ricordato di quelle immagini come un evento epocale per la sua stessa patria, ma poi delusa nel 1993 emigrò negli Stati Uniti.

Se le reazioni dell’establishment politico e culturale si esaurirono in un commento striminzito, in cui non si poteva che riconoscere la portata storica dell’evento, senza raffigurarne però le conseguenze sulla vita politica, economica e sociale dell’Unione Sovietica, nel resto della popolazione l’eco di quelle picconate si infranse sul muro più solido delle necessità sempre più impellenti della vita quotidiana. Se a Mosca o a Leningrado, come ancora si chiamava San Pietroburgo, qualche tremolio di sorpresa e entusiasmo lo si poté registrare, nelle altre parti dell’immensa Unione Sovietica, più povere e prive di informazioni aggiornate e corrette, il crollo del muro di Berlino poté apparire solo come un evento lontano e estraneo. Molto più effetto avrebbe avuto poco dopo la notizia della morte di Sacharov (14 dicembre), quando per i suoi funerali si riversarono sulle strade di Mosca alcune migliaia di persone. Non si erano visti giovani e vecchi ballare insieme su quelle stesse strade alla notizia che il muro era crollato. Può darsi che in qualche piccolo appartamento moscovita o leningradese, si sia aperta una bottiglia di vodka per l’occasione, ma se fu fatto, accadde in silenzio per quella paura che ancora scorreva nelle vene dei russi nonostante la perestroika.

 

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