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Il neoconservatorismo di Tony Blair

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In una recente intervista televisiva, rilasciata ad Adam Boulton per SkyNews, Tony Blair ha difeso con determinazione la scelta di invadere l’Iraq. Egli ha addotto vari argomenti, ma la cosa che più colpisce di quell’intervista è la preghiera rivolta al “mondo occidentale di smetterla di scusarsi per i propri valori [e] di smetterla di scusarsi per il lavoro che le sue truppe stanno facendo”. La realtà è che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si sono impegnati per realizzare la democrazia in Iraq e nessuno può sostenere che l’eliminazione di un dittatore come Saddam Hussein non sia stato un bene. Come si trova scritto nel resoconto dell’intervista: “non ho alcun dubbio che le persone che vivono nel mondo arabo avrebbero un corretto governo democratico se venisse data loro la possibilità di eleggere i loro governi”. 

 

In queste parole vi è tutto il credo neoconservatore. Anche se Blair è il leader di un partito laburista, è innegabile che in politica estera le sue posizioni sono allineate a quelle dei neoconservatori americani. Non è certamente un caso che Irwin Stelzer, nella sua antologia dedicata al neoconservatorismo, abbia inserito Blair tra i principali esponenti politici del movimento. Il punto centrale di questo credo, per quanto riguarda la politica estera, consiste nella tesi che la democrazia sia un valore universale da esportare in tutto il mondo, almeno laddove è possibile. Come ha scritto, tra i tanti, il neoconservatore William Kristol, editor del The Weekly Standard, “la promozione della democrazia [costituisce] il fine della politica estera americana”. Ma è veramente esportabile la democrazia? Sotto quali condizioni un’impresa del genere può avere successo?

 

Chiariamo subito una potenziale fonte di equivoci. Non ho dubbi che i valori della democrazia occidentale siano valori universali. Da un punto di vista morale, essi sono tra le cose migliori che caratterizzano il genere umano. Tuttavia, il problema che vorrei sollevare non risiede in una condivisa affermazione morale. Il problema riguarda la dimensione politica. Ciò che vorrei sostenere è i neoconservatori, con la tesi dell’esportabilità della democrazia, hanno ignorato alcuni argomenti che stanno al cuore del pensiero conservatore. Se li avessero presi in più seria considerazione, forse si sarebbero evitate le ingenuità che si sono commesse in Iraq e da tutti denunciate (a cominciare da alcuni influenti neoconservatori, come Richard Perle, che mesi fa si dimise polemicamente dal suo incarico presso il Department of Defense).

 

I conservatori hanno da sempre avuto molta diffidenza verso gli esperimenti di ingegneria istituzionale. Infatti, per funzionare in modo corretto le istituzioni devono essere sostenute da tradizioni appropriate. Per cambiare con successo un’istituzione dovremmo conseguentemente a volte cambiare anche le soggiacenti tradizioni. Ma ciò non è possibile, o almeno non lo è in modo agevole. Infatti, mentre le istituzioni possono essere riformate con facilità, le tradizioni sono molto più difficilmente “manipolabili”, poiché sono costituite da regole di condotta di cui sovente non siamo neanche del tutto consapevoli. Questo è il punto sostenuto da un grande conservatore, come Michael Oakeshott. Nonostante l’apparente natura astratta, si tratta di un argomento che ha immediate conseguenze pratiche, come ci mostra precisamente il caso dell’Iraq.

 

I neoconservatori hanno ritenuto che per avere una democrazia fosse sufficiente aprire un parlamento ed indurre la gente a recarsi a votare. Le cose, ovviamente, sono più complicate. Una democrazia per reggersi ha bisogno di comportamenti che si radicano nelle abitudini delle persone. Come condizione necessaria per funzionare, una democrazia ha bisogno almeno di una pubblica opinione, la quale vota discutendo i programmi politici e i leader che li propongono. Se, invece, le persone votano a seconda della loro appartenenza etnica o tribale, il risultato elettorale, pur condotto democraticamente, può addirittura condurre all’anticamera della guerra civile.

 

Nell’intervista televisiva, Tony Blair ha ammesso l’esistenza di una ricerca in cui si sottolineava il pericolo di una guerra tribale tra sunniti, sciiti e curdi. Pur con una terminologia differente, tale ricerca metteva in guardia che la realizzazione della democrazia in Iraq era un affare maledettamente difficile. Blair, come tutti i neoconservatori americani, hanno trascurato queste considerazioni, che pure sono al cuore del pensiero conservatore tradizionale. Secondo i membri della commissione, “Blair aveva già preso la sua decisione”, indipendentemente dagli argomenti da loro addotti. È stata questa una fatale mancanza di sensibilità culturale.

 

 

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1 COMMENT

  1. Great again
    Vorrei consigliare la lettura di un fondo del Times ( non proprio un quotidiano laburista!) del 20 febbraio scorso a cura di Tim Hames dal titolo emblematico “Siamo di nuovo Grandi. Grazie Tony”.
    Le azioni intraprese dal Primo Ministro non possono essere lette semplicemnte nell’ottica dell’appartenenza o meno al “movimento” neoconservatore; Blair rientra nella tradizionale combinazione di ideologia e real politik caratteristica della politica estera britannica da più di due secoli.
    Blair ha mostrato di essere disposto ad una politica estera “decisa” anche ai tempi del Kosovo quando i neoconservatori erano lontani dalla Casa Bianca e Clinton faceva l'”internazionalista” alla sua maniera con la sua “feel good policy” che consisteva nell’usare le forze aeree e navali più di quelle terrestri.

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