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Il nichilismo vacuo di D’Alema e compagni

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La scrittrice Gertrude Stein aveva già capito tutto: “Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa”. Punto. In altri termini: i fatti sono testardi e prima di tutto sono gli schemi primari a governare la logica e la realtà. Uno schema primario è la cosa più semplice di questo mondo: le cose sono quello che sono. Le cose stanno come stanno. I fatti sono testardi. Non ci sono, dunque, scappatoie. Non c’è schema secondario che tenga, exit strategy dalla realtà che tenga. Ecco, allora, cosa c’entra Gertrude Stein con la sinistra di oggi? C’entra, eccome se c’entra. Perché quando Bersani afferma, in un’intervista a La Repubblica, che la destra è contro il mercato e sostanzialmente corporativa, è chiaro che stia cercando un decente schema secondario per uscir fuori dal pantano della situazione afgana così come D’Alema, il “Grande Levantino” secondo la suggestiva definizione di un pupillo della English Left nostrana, Andrea Romano, l’ha interpretata prima e gestita dopo.

Sorvolo sugli esiti e sui commenti incendiari riguardanti la liberazione di  Mastrogiacomo (da Carlo Jean a Umberto Ranieri, passando per il territorio del liberale Ostellino, è tutta una salva di fischi), il vero nodo riguarda la nuova ideologia della sinistra, che oscilla tra il cinismo calmeriato dal tecnicismo paradiplomatico (la cena a Washington con la Rice) e il tradimento vero e proprio, targato positivamente da Bertinotti come “diplomazia dei movimenti”, un’appendice del nullismo politico globale del neocomunismo istituzionale. Questo è il dato politico e culturale emergente: il nesso tra Bersani che bypassa ogni schema primario e si mette a gridare contro la destra corporativa anti-mercato e D’Alema che scherza col fuoco in Afghanistan, facendoci perdere la faccia di fronte alla Germania, all’Inghilterra ed agli Stati Uniti, è il nichilismo cinico e gaio nello stesso tempo. Testori definì così la malattia spirituale e culturale di quest’ultimo scorcio di modernità: nichilismo gaio. Ebbene, forse neanche il suo fiuto apocalittico l’avrebbe mai messo nel conto, la riprova scientifica di questo fatto apparentemente così levantino, appunto, e nella sostanza così devastante, la peschiamo tranquillamente nella sinistra governativa di oggi.

Nuovi segni dei tempi? Non proprio. E’ un fenomeno di lunga durata che, dalla Bolognina ad oggi, cioè dalla prima metamorfosi del PCI fino ai Ds levantini di questi tempi, ha trovato i suoi ideologi e i suoi funzionari di palazzo. Ciliegina sulla torta: il Fassino guerriero della cosiddetta “laicità” sul Riformista. Lo spot sul partito democratico come luogo in cui tutti possano affermare, senza essere rigettati, la propria sessualità e in cui la laicità troverebbe spazio di luminosa affermazione, se non di gigantesco esercizio feticistico, sfiora il surreale e include anche quest’ultimo stralcio di levantina fatica diossina nella categoria della sinistra “surreale” di cui ragionava un paio di settimane fa Glucksmann.

Ecco lo stato delle cose, oggi, in Italia, dalle parti della sinistra, mentre in Afghanistan si stanno giocando brandelli di storia e si sta di fatto riformulando la resistenza jihadista attraverso la sagoma di un “format” iracheno. Il tutto per confermare il motto di spirito inventato da Sofri: di sinistra è importante esserlo stati. Ora siamo alla fine della partita e, con la bolla speculativa del partito democratico, addirittura allo sbadiglio corale. Il tutto sarebbe tragicomico e oggetto di studio sociologico e basta se non fosse che siamo di fronte ad una grave crisi storica e nazionale, con l’Italietta liberale e borghese, cinica e indifferente, che aprì le porte all’onda d’urto del fascismo. Ma siamo a quel punto: con i massimalisti nelle piazze e oggi anche al governo; con i cosiddetti riformisti sull’Aventino a discettare accademicamente di nuove strategie politiche. Così finisce l’Italia?

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