Il nodo del Kosovo rischia d’infiammare l’Europa

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Il nodo del Kosovo rischia d’infiammare l’Europa

29 Novembre 2007

Come era largamente prevedibile, i tre giorni di negoziati
fra i serbi e i kosovari albanesi che hanno avuto luogo a Baden, in Austria, si
sono risolti in un nulla di fatto. I nodi sulla determinazione dello status
politico della provincia serba a maggioranza albanese non sono stati sciolti.
Ciascuna delle parti resta arroccata sulle proprie posizioni, mentre si avvicina
la data del 10 dicembre, in cui potrebbe avvenire l’attesa proclamazione
unilaterale da parte dei kosovari dell’indipendenza da Belgrado, che potrebbe
verosimilmente innescare una nuova crisi nei Balcani.

Il presidente kosovaro albanese, Fatmir Sejdiu, già al
termine dei primi due giorni di trattative, aveva sottolineato le difficoltà
incontrate nei tentativi di colmare la distanza fra le due delegazioni. Ciò non
sorprende più di tanto, posto che le rispettive rivendicazioni appaiono
pressoché inconciliabili.

Da una parte, infatti, i dirigenti di Pristina intendono procedere
in ogni caso all’indipendenza, prospettiva che appare più realistica dopo la
vittoria elettorale riportata nelle elezioni dello scorso 18 novembre dal
leader del Partito Democratico del Kosovo, Hashim Thaci. Egli, noto soprattutto
per il suo passato trascorso ai vertici dell’Esercito di Liberazione del
Kosovo, l’organizzazione armata albanese accusata dai serbi dell’uccisione di
migliaia di persone appartenenti ad entrambe le etnie durante i conflitti degli
anni novanta, è stato l’unico fra i politici kosovari ad annunciare una data
per il distacco dalla Serbia. Dall’altra, i serbi sono determinati a non
rinunciare alla provincia, storicamente parte del Paese e considerata da questi
la culla della loro identità nazionale. Contrariamente alle aspettative degli
europei, i leader di Belgrado non sono intenzionati a pagare questo alto prezzo
per poter godere dei vantaggi economici derivanti dall’integrazione della
Serbia nell’Unione Europea.

Sta di fatto che dall’attuale stallo si rischia di scivolare
in una nuova crisi balcanica, che potrebbe quindi tracimare dai confini della
Serbia e del Kosovo ed investire l’intera regione, senza escludere peraltro
possibili ramificazioni globali.

A destare preoccupazione è in particolare l’impatto che
avrebbe un’eventuale proclamazione di indipendenza della provincia serba sulle
pressioni secessioniste che agitano la Repubblica Srpska di Bosnia (una delle
due regioni autonome in cui è divisa la Bosnia-Herzegovina), anche se il
pericolo è che i suoi effetti destabilizzanti possano allargarsi anche alla
Macedonia e al Montenegro. A rendere lo scenario più inquietante è poi il
possibile coinvolgimento nella crisi delle formazioni paramilitari, alcune
delle quali hanno già minacciato di intervenire nel caso in cui fosse necessario.
Una di queste, la Guardia dello Zar Lazar, ha già annunciato che reagirà
nell’eventualità in cui il Kosovo desse seguito alle proprie dichiarazioni
indipendentiste, costringendo la Missione delle Nazioni Unite ad adottare delle
contromisure, come il divieto per i membri del gruppo armato serbo di varcare
il confine che porta nella provincia.

La spinosa questione e le sue potenziali implicazioni
rischiano nondimeno di dividere gli europei e complicare i rapporti con la
Russia. In molte capitali europee vi è riluttanza a sostenere apertamente la
causa del Kosovo per il timore di creare un pericoloso precedente, ma
l’opposizione di alcuni membri dell’Unione per motivi di stabilità interna o
legati a considerazioni di ordine geopolitico potrebbe ulteriormente allontanare
la prospettiva di un appoggio del Vecchio Continente alle aspirazioni
secessioniste dei kosovari. Le riserve europee sono, del resto, condivise in
una certa misura da Mosca, che teme possibili contraccolpi sui fragili
equilibri in Cecenia e in altre periferie della Federazione. Ma l’intransigenza
con cui Putin sostiene la posizione di Belgrado è dettata anche dai legami
culturali con la Serbia e soprattutto dalla volontà di saggiare la forza e la
credibilità di Washington in Europa.

Il rischio di una nuova eruzione di violenza nella regione
dovrebbe pertanto spingere a guardare con attenzione ai prossimi sviluppi in
Kosovo, anche perché la Kfor della Nato il prossimo anno si troverà sotto
comando italiano.