Il nodo Rai rischia di soffocare il dialogo nella culla

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Il nodo Rai rischia di soffocare il dialogo nella culla

19 Maggio 2008

La via per la pacificazione tra PdL e PD passa dalla RAI. A farlo pensare non sono solo le recenti dichiarazioni in Parlamento, con le quali Berlusconi ha risposto positivamente alla richiesta di Veltroni di una gestione realmente bipartisan del servizio radiotelevisivo pubblico; o l’inclusione dell’argomento nell’agenda dell’incontro di venerdì tra il presidente del Consiglio e il leader dell’opposizione. Ma vi sono diversi segnali, più diffusi, che rivelano il nuovo corso inaugurato tra maggioranza e opposizione sul territorio della pubblica emittenza.

Il più plateale sembrerebbe l’atteggiamento adottato dalla sinistra, quella giornalistica in particolare, nei confronti di Marco Travaglio, a difendere il quale è ormai rimasto il solo Santoro (spalleggiato da Di Pietro). Ma il caso Travaglio è solo l’ultimo esempio della serie di mani tese rivolte da ciascuna parte all’altra, tra le quali spiccano – meno virulente, ma più mirate – le affermazioni di Giovanni Minoli. Già da fine Aprile, con gran sorpresa di tutti (e dello stesso interessato) Minoli ha difeso l’operato di Agostino Saccà, dimessosi dopo l’intercettazione di una telefonata con Berlusconi: il direttore di Rai Educational ha sostenuto la necessità di una sua “riabilitazione” dallo scandalo delle raccomandazioni telefoniche (peraltro senza effetto) del Cavaliere. (Per ribadire un paio di coordinate, in quell’occasione il solito Travaglio intervenne per accusare Minoli di essere un camaleonte, e augurò a Saccà di finire i suoi giorni sotto i ponti). Non è un caso che, già a poche ore di distanza, Paolo Guzzanti – un po’ per boutade, un po’ no – facesse il nome di Minoli come possibile candidato di garanzia alla poltrona di DG della RAI.

E Minoli non ha perso tempo: è tornato rapidamente alla carica sulla vicenda delle modifiche al palinsesto di Rai Tre, con lo slittamento di Primo Piano e la sostituzione della conduzione di Bianca Berlunguer con quella di Serena Dandini. Il direttore di Rai Educational interviene oggi in un articolo per sparare a zero, non senza ragioni, sul programma, definito “una violenza fatta a un palinsesto che prima offriva una prima e una seconda serata “vere””, e ancora “una passerella di politici, talvolta interessante talvolta meno […] Sul piano del linguaggio televisivo: nessuna idea, nessuna innovazione, insomma senza infamia e senza lode”. Di più, Minoli se la prende con i politici – tra cui Maurizio Gasparri, che pure non nomina – i quali hanno voluto appoggiare la protesta di Berlinguer e della redazione, il cui videocomunicato risulterebbe “una provocazione infelice”, “il punto più basso dell’arroganza della casta”.

Una lettura “alla Travaglio”, tesa solo a individuare (magari criticamente) lo sforzo di riposizionamento, comprenderebbe solo la metà dell’intervento di Minoli: quella impegnata nella stigmatizzazione delle consorterie giornalistiche, in questo caso di sinistra. Ma il caso vuole che le stesse consorterie, sempre nell’ottica delle mani tese, siano state oggetto della solidarietà persino degli esponenti della destra: e allora, come spiegare la presa di posizione del creatore di Mixer contro costoro? Per tentare di comprenderlo, bisogna fare un passo indietro. Il consiglio di amministrazione della TV di Stato, com’è noto, è in scadenza a fine mese: e Veltroni ha ripetutamente dichiarato, da ultimo venerdì, di non vedere di buon occhio che il governo proceda alle nuove nomine utilizzando la legge Gasparri, ribadendo il refrain delle regole condivise, da riscrivere naturalmente insieme, maggioranza e opposizione. C’è chi ha ipotizzato che Veltroni e Berlusconi potessero convergere sulla soluzione di conservare il CdA attuale, almeno fino al raggiungimento di un accordo su una nuova legge (il che non stonerebbe, tra l’altro, con la solerzia degli attuali amministratori, presidente Petruccioli in testa, nello stigmatizzare il comportamento di Santoro e Travaglio). Ma a scartare questa possibilità è stato il sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani, che ha confermato l’intenzione del governo di rinnovare il CdA secondo quanto previsto dalla Gasparri.

Una contraddizione rispetto alla volontà di dialogo del Cavaliere? Non necessariamente, se tra i nuovi consiglieri venissero scelte persone appartenenti a quel “terreno comune” cui Romani ha fatto riferimento in un’intervista a Affariitaliani.it. Il tentativo, insomma, è di scardinare il consueto meccanismo di spartizione, o almeno di abbandonarne le vestigia più evidenti. Minoli lo sa bene, e ha concluso il suo articolo appellandosi a Berlusconi e Veltroni, perché almeno loro dichiarino che i palinsesti RAI “sono nelle mani dei direttori e del vertice aziendale, e non delle corporazioni e dei partiti”. Un modo che più esplicito non si può per autorappresentarsi come il sostenitore della cacciata della politica dall’azienda radiotelevisiva di Stato, e non semplicemente per accodarsi al carro dei nuovi vincitori. Il direttore di Rai Educational ha perfettamente compreso, insomma, che la sfida per i papabili è ora a mostrarsi più super partes possibile, in modo da non apparire scelte figlie dell’ennesima lottizzazione; e per Veltroni e Berlusconi a fare nomi su cui esiste una larga convergenza, senza pregiudiziali e che offrono garanzie di professionalità. Che a Minoli siano fischiate le orecchie?