Altro che “addio al Novecento”. Le esecuzioni sommarie compiute da Hamas a Gaza mostrano il volto più cupo del totalitarismo religioso. Anche la sconfitta diventa violenza identitaria: funebre, assoluta, autodistruttiva.
Gli islamisti ora rivolgono il proprio risentimento contro i palestinesi stessi — contro le “gang” che, dopo la mattanza del 7 ottobre, tentano di prendere le distanze dal fondamentalismo. Rivolgono le armi contro i clan, i “collaborazionisti”, i dissidenti.
Le “ombre” escono dai tunnel, indossano i mefisto, sventolano il colore verde. Ma soprattutto scorgono traditori ovunque: negli stessi abitanti di Gaza. Il regime, prigioniero della sua paranoia, continua a uccidere per dimostrare di esistere ancora.
Nella Berlino del ’45 si giustiziava chiunque mettesse in dubbio la vittoria finale, quando la sconfitta era ormai evidente. Le esecuzioni, nei totalitarismi, rispondono sempre alla stessa logica: instillare la paura come ultimo cemento sociale. Il potere si riduce a un gesto simbolico, a un atto di purezza ideologica contro la realtà.
Enzensberger lo ha descritto con lucidità: il perdente radicale “trasforma la propria impotenza in un progetto di vendetta cosmica”. Quando non può vincere, sceglie di perire con il mondo — di trascinarlo con sé nella rovina. È la sua forma estrema di dominio: la distruzione come ultima prova di fede.
In questa antropologia del collasso la realtà è negata, la morte sacralizzata, il popolo trasformato in vittima sacrificale. Un potere religioso che non vuole vivere, ma solo che il mondo crolli con sé.