Il nuovo governo egiziano deve fare i conti con i Fratelli Musulmani
07 Marzo 2011
I Fratelli Musulmani, che negli ultimi giorni si stanno riprendendo la scena, sono un Giano bifronte, una organizzazione che da una parte si definisce moderata, dichiara di aver rinunciato alla violenza e di voler concorrere pacificamente alla ricostruzione democratica dell’Egitto (la fratellanza ha legittimato il nuovo premier Sharaf, che oggi giura davanti al consiglio supremo militare e venerdì in piazza Tahrir ha parlato di “piccola e grande Jihad”); dall’altra seguono un “progetto” teso ad installare dei governi fondati sulla sharia – la legge islamica – nel mondo arabo e musulmano, e a penetrare nelle società occidentali, nelle comunità degli immigrati islamici in Europa e negli Stati Uniti, attraverso il proselitismo e la propaganda (Da’wa). Partecipazione democratica, sovversione antidemocratica.
Il 2 marzo scorso in Egitto è stato rilasciato Khairat el Shater, considerato il “numero tre” della Fratellanza e la sua anima finanziaria. Shater, un ingegnere finito più di una volta in carcere durante l’era Mubarak, l’ultima volta era stato condannato per aver “sostenuto” una parata militare organizzata dall’ala studentesca dell’organizzazione. Il processo, uno dei più grandi ai danni della Fratellanza, era stato affidato ai militari, e condotto segretamente, senza avvertire la stampa o fornire un avvocato ai detenuti. Shater, che ha contatti a Washington e Londra, in una intervista sul sito web della fratellanza ha detto che “Noi non promuoviamo una agenda anti-occidentale. Crediamo nel dialogo con l’Occidente. (…) Diamo il benvenuto a un dialogo costruttivo che promuova un riavvicinamento fra le civiltà per evitare uno scontro imminente”. L’uomo è entrato e uscito di prigione durante l’era Mubarak, coinvolto anche in uno scandalo su di un colpo di stato per far cadere il faraone.
La faccia dialogante e “riformista” dei Fratelli Musulmani negli ultimi dieci anni ha permesso alla organizzazione di avanzare politicamente, con una serie di candidati “indipendenti” che servivano ad aggirare il divieto di partecipare alle elezioni. L’espansione è avvenuta sia nel mondo arabo e musulmano, sia in Occidente. Ci sono partiti islamici che si rifanno alla fratellanza in tutti i Paesi interessati dalle rivoluzioni del gelsomino. Bahrain, Algeria, Tunisia, Yemen ma anche in Giordania, Iraq, Siria, Sudan, Somalia. Grandi organizzazioni islamiche che si sono costituite in Europa si ispirano alla casa-madre. Lo slogan è sempre lo stesso, “l’Islam è soluzione”, anche se la presunta secolarizzazione del movimento, la scelta di partecipare alla vita pubblica, non è piaciuta ad altri gruppi islamisti che l’hanno giudicato una eresia e un tradimento della jihad.
All’idea che i Fratelli Musulmani possano superare l’impasse fra islamismo e democrazia sembra credere “La Civiltà Cattolica”, che nel suo ultimo numero chiede di dare una chance alla fratellanza. “Generalmente considerati espressione dell’Islam moderato o cosiddetto neo-conservatore – scrive la rivista dei Gesuiti – i Fratelli Musulmani potrebbero forse svolgere all’interno della società islamica, in particolare in Egitto, un ruolo di mediazione tra il vecchio e il nuovo e, allo stesso tempo, traghettare le culture tradizionali, spesso ricche di valori ormai dimenticati o svalutati dalla cultura occidentale, verso una modernità che difenda tutti i diritti umani (democrazia, diritti delle donne e delle minoranze e così via)”. L’idea è quella di una democrazia partecipativa fondata sui principi dell’islam, una democrazia diversa dai principi che sorreggono quella occidentale.
Quel che è accaduto in piazza Tahrir venerdì scorso però sembra andare nella direzione opposta alla democratizzazione evocata dai gesuiti italiani. Prima di pensare a come sarà l’islam di domani , infatti, conviene ancora fare i conti con quello di oggi. Qualche giorno fa il predicatore Yusuf al-Qaradawi torna per la prima volta a parlare in pubblico liberamente in Egitto, dopo il lungo esilio in Qatar, dov’è divenuto uno star dell’etere arabo con la sua trasmissione “Sharia e vita”, mandata in onda dall’emittente del regno, Al Jazeera. Qaradawi si presenta in piazza Tahrir per la preghiera del venerdì dopo trent’anni, circondato dai suoi seguaci. Gli è stato offerto più volte di guidare la Fratellanza ma lui ha sempre rifiutato, anche se fa parte della ristretta cerchia di eletti che ne gestiscono l’esistenza e l’indipendenza economica, grazie agli gnomi svizzeri.
Arrivato in piazza, Qaradawi si rifiuta di incontrare Wael Ghonim, il manager della divisione egiziana di Google che, nei giorni della protesta contro Mubarak, era salito sulle barricate per difendere la libertà di parola. Sposato con un’americana, espressione di quelle forze giovanili emerse durante la rivoluzione del loto. Il predicatore ha fatto allontanare con la forza Ghonim dai suoi uomini quando questi cerca di raggiungerlo in piazza Tahrir. Non contento, Qaradawi ha emesso una fatwa invocando l’assassinio del leader libico Gheddafi, la prima “fatwa della morte” dopo quella che raggiunse lo scrittore Salman Rushdie. Definire Qaradawi un moderato significa solo distorcere il significato della parola fondamentalista.
La guida spirituale della fratellanza ha condannato l’11 Settembre e la strage di Bali ma ha legittimato i martiri e le vergini suicide palestinesi. Secondo lui, Israele è una società militarizzata dove non esistono civili che non possano essere colpiti (i bambini sono un danno collaterale). La dirigenza di Hamas, il partito islamico al potere nella striscia di Gaza, che è anche la più potente emanazione della fratellanza egiziana, ha usato le parole di Qaradawi per giustificare l’intifada dei kamikaze. Qaradawi si difende spiegando che il senso delle sue parole viene distorto dai traduttori infedeli del Memri.
Qaradawi ha chiamato “fratelli” i cristiani, “noi siamo credenti come loro, e loro credono da un altro punto di vista”, ma sostiene che la shoa è stata “una punizione divina” per gli ebrei. Nel 1995, in una conferenza a Toledo, nell’Ohio, disse che l’islam avrebbe dovuto “conquistare l’Europa e l’America, non con la spada ma con il proselitismo”. Ha invitato i musulmani a combattere gli ebrei (non solo quelli israeliani) e ad “ucciderli”. Qaradawi ha navigato sulla “flottilla” turca dell’Islan Haklary Ve Hurriyetleri Vafki (IHH) per portare aiuto agli abitanti di Gaza. L’IHH fa parte della “Unione di Dio”, una entità creata da Hamas e di base in Arabia Saudita entrata nella lista delle organizzazioni terroriste del dipartimento del Tesoro Usa. Qaradawi è nel board della Unione di Dio. L’IHH dunque è una emanazione della Unione di Dio, che è una emanazione di Hamas, che è una emanazione dei Fratelli Musulmani.
L’antiamericanismo e l’odio verso Israele sono una costante dei partiti islamici che si ispirano alla fratellanza, come pure della ideologia dei capi dell’organizzazione. L’ala siriana ha ripetutamente dato il suo sostegno ad Hamas e l’Hezbollah; la guida suprema della fratellanza Akef, in carica fino al 2009, durante la guerra in Iraq ha legittimato gli attacchi dei kamikaze di Al Qaeda contro "Americani e sionisti", spiegando che "nel nostro vocabolario non esiste la parola ‘Israele’. Sappiamo solo dell’esistenza di gang sioniste che hanno occupato le terre degli arabi e deportato chi vi risiedeva. Se i sionisti vogliono vivere tra noi devono diventare cittadini palestinesi". Subito dopo la caduta di Mubarak, i portavoce della organizzazione hanno dichiarato di voler "dissolvere il trattato di pace con Israele" e che gli egiziani "devono prepararsi a una guerra con lo stato ebraico".
Le cose non sono migliorate con l’elezione della nuova guida suprema della fratellanza, Muhammad Badi, nel gennaio del 2010. Costui ha prima definito gli Usa come una nazione di infedeli, “che non può vantarsi di essere un campione della morale e dei valori umani, né può guidare l’umanità”, per poi definire americani e israeliani “il vero nemico dei musulmani”. La guida della fratellanza, insomma, tema la democrazia, quella americana, ma anche l’unica vera democrazia del Medio Oriente, lo stato di Israele, ed è pronto a combatterli. Il passaggio, qualche settimana fa, di due navi da guerra iraniane nello stretto di Suez dovrebbe preoccuparci; la fratellanza non si oppone anzi favorisce il blocco dei Paesi ostili all’Occidente, che fa capo ai mullah di Teheran. Senza dimenticare Khalid Sheik Mohammad, l’architetto dell’11 Settembre, che era un membro della fratellanza, Abdullah Azzam, il mentore di Bin Laden, e il dottor Al Zawahiri, il suo braccio destro, anch’essi con un passato nella organizzazione. La fratellanza dovrà offrire molto più di qualche prova, agli egiziani e agli occhi del mondo libero, per dimostrare di essere diventata una forza ‘democratica’.
