Dopo l’attentato, Mumbai sta cercando di reagire. La popolazione indiana, sotto stato di shock, si è riunita in manifestazioni silenziose per ricordare i propri morti, e accusa i servizi di intelligence, la polizia e i politici di inadempienza. Il ministro dell’Interno indiano, Shiveaj Patil, e il consigliere per la Sicurezza nazionale, Narayan, si sono dimessi, ammettendo di avere una forte responsabilità morale nell’accaduto.
Sul fronte delle indagini, invece, appare sempre più evidente che gli attentatori sono venuti da Karachi, in Pakistan. Il punto, però, importante è stabilire quanto le autorità di Islamabad siano implicate nella vicenda. L’India ha puntato il dito sui gruppi di militanti islamici che hanno le loro basi in Pakistan e nel Kashmir, in particolare Lashkar-e Taiba (LeT) e Jaish-e Muhammad (JeM). Entrambi i gruppi hanno una storia di attacchi contro l’India. La loro battaglia è principalmente volta alla liberazione del Kashmir – terra contesa fra India e Pakistan, dal 1947 a oggi – che ha provocato già tre guerre (quattro, se si contano gli scontri di Kargill del 1999).
Lashkar-e Taiba nasce in Afghanistan negli anni Ottanta con l’appoggio dell’Intelligence pachistana (l’ISI). All’epoca i mujahiddin di questo gruppo combattevano contro i sovietici e ricevevano, pertanto, anche il sostegno degli Stati Uniti. Dopo la guerra contro i sovietici, i LeT si rivolgono al Kashmir – definita la “Palestina” pachistana – terra per loro irredenta, che ogni governo pachistano ha promesso di liberare. Jaish-e Muhammad nasce, invece, nel 2000 su iniziativa di tre capi religiosi, e, sempre con l’appoggio dell’ISI.
Nel 2002, sotto pressione internazionale, i due gruppi vengono messi fuori legge dal governo pachistano, almeno sulla carta, perché in realtà continuano ad avere rapporti organici con l’ISI o quantomeno con una parte di esso. L’intelligence pachistana, infatti, è definita dagli analisti politici e militari come “i servizi deviati”. E, dopo anni trascorsi in Pakistan, con esperienza sul terreno, è mia convinzione che la devianza dell’ISI sia quasi un fatto strutturale.
Nel corso degli anni ’80, sotto la dittatura del generale Zia-ul-Haq, si è creata una rete di reclutamento e di finanziamento dei jihadisti che resiste tuttora. Zia-ul-Haq aveva inoltre islamizzato l’esercito, fino ad allora considerato relativamente laico. I miliziani islamici venivano, e vengono tuttora, reclutati attraverso il sistema delle moschee e delle madrasse (scuole islamiche), che avviano i volontari verso campi di addestramento, sostenuti dall’ISI.
Fino al 2001, i governi pachistani hanno sempre appoggiato i gruppi jihadisti, considerati “combattenti per la libertà”, ma con l’attacco dell’11 Settembre, la comunità internazionale, Stati Uniti in testa, ha obbligato il Pakistan a una scelta drastica. Il governo, allora guidato dal generale Pervez Musharraf, aveva pertanto scelto di combattere la guerra contro il terrorismo a fianco dell’alleanza occidentale, ma non tutti lo hanno seguito, fra questi una parte consistente dell’ISI. D’altronde, anni di rapporti molti radicati fra gli ambienti religiosi e quelli militari, non possono scomparire d’un colpo.
Lo scorso febbraio, il Pakistan People’s Party (PPP), partito dell’ex premier Benazir Bhutto, è emerso dalle elezioni in Pakistan. Ma il nuovo governo si è mostrato incapace di controllare i propri servizi segreti e riuscire così ad avere un’azione di contrasto efficiente contro il terrorismo. Peraltro, neppure Musharraf era riuscito a imporsi sull’ISI.
Il recente arresto di Zakiur Rehman Lakhwi, leader dell’organizzazione Jamaat-ud-Dawa, una fondazione di beneficenza che ha sostituito la sigla Lashkar-e-Taiba dopo la sua messa al bando nel 2002 costituisce forse un cambiamento di attitudine del governo pachistano nei confronti di LeT. L’esponente islamista è stato arrestato a Muzaffarabad, capitale del Kashmir che è un piccolo centro con una presenza massiccia di esercito e polizia pachistana come ho potuto constatare de visu.
Contrariamente alle Aree Tribali che si trovano al confine afgano e che il governo pachistano non è mai riuscito a controllare, in questa zona del Kashmir pachistano non si muove foglia senza che gli apparati di sicurezza ne vengano a conoscenza. Le attività dei gruppi di mujahiddin che si battono per la “liberazione” del Kashmir si sono sempre svolte sotto gli occhi dell’ISI. L’arresto di un esponente di questo livello è una novità, senz’altro dovuta alle pressioni internazionali che sono seguite ai sanguinosi fatti di Mumbai. Ma già le autorità pachistane mettono le mani avanti e dicono che, in ogni caso, Lakhwi sarà giudicato in Pakistan. Troppi sarebbero i segreti che potrebbe svelare se cadesse in mani indiane.
Gli Stati Uniti, inoltre, continuano a essere insoddisfatti del modo con il quale l’esercito pachistano controlla i movimenti dei terroristi di Al-Qaeda e dei talibani nelle aree tribali al confine con l’Afghanistan. Questa insoddisfazione ha fatto sì che lo stesso presidente americano, George W. Bush, lo scorso luglio, abbia dato l’ordine di colpire il nemico anche in territorio pachistano. Prima degli attacchi di Mumbai, il governo pachistano e quello indiano avevano iniziato a parlare di una possibile cooperazione nell’ambito del contro-terrorismo. La situazione, però, è cambiata. Gli stessi Stati Uniti, infatti, temono che si possa adesso aprire un altro fronte di guerra.
Pochi giorni fa il presidente pachistano Asif Zardari, vedovo di Bhutto, ha detto che “L’India non deve punire il Pakistan per i fatti di Mumbai”, accusando i militanti islamici di provocare rischi di conflitto fra due potenze atomiche. Gli osservatori statunitensi sono unanimi nel ritenere che il governo pachistano sia estraneo ai fatti di Mumbai. Ma allo stesso modo sono certi del coinvolgimento dell’ISI, i cui vertici si difendono continuando la loro retorica che vuole l’America, l’India e Israele alla radice di ogni male del paese. Qazi Hussain Ahmad, capo di Jamaat-e-Islami Pakistan, un partito islamico, ha inoltre dichiarato: “L’India e gli Stati Uniti vogliono attaccare il Pakistan e gli attentati di Mumbai fanno parte di questa strategia”.
Secondo i quotidiani indiani, le ragioni degli attacchi pianificati dall’ISI contro l’India andrebbero ricercate nel timore dell’Intelligence pachistana che il governo di New Delhi acquisisca una posizione privilegiata in Afghanistan, rispetto al Pakistan. L’India e il governo di Karzai hanno, infatti, instaurato ottimi rapporti. Lo scorso 7 Luglio, un gruppo di estremisti islamici aveva effettuato un attentato contro l’ambasciata indiana a Kabul, che aveva provocato 54 vittime. In quell’occasione gli americani erano riusciti ad intercettare delle comunicazioni fra i servizi pachistani e gli attentatori. Questo è un ulteriore caso, in cui l’ISI sembra avere seguito una propria agenda e non quella del suo governo.