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Il Pakistan piange Benazir Bhutto e guarda alle elezioni politiche

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Intervista a Margherita Boniver di Gaia Pandolfi

Benazir Bhutto non era solo il leader politico, la coraggiosa figlia di Ali Bhutto,  anche lui martire della patria. Benazir era soprattutto una donna forte e determinata. La figura Benazir Bhutto resta indissolubilmente legata, anche dopo la sua morte, a quella che era la sua adorata terra, il Pakistan, che oggi si ritrova gettato nel caos più profondo, insieme ad una comunità internazionale che si interroga sul da farsi. Margherita Boniver, che negli anni del governo Berlusconi era sottosegretario al ministero degli Esteri, l'ha conosciuta e la racconta all'Occidentale.

Onorevole Margherita Boniver, come ricorda Benazir Bhutto?
Benazir Bhutto l’ho incontrata due volte, se non tre, a Islamabad in Pakistan, e durante le riunioni dell’Internazionale Socialista, verso la fine degli anni ’80. Era una donna affascinante, molto determinata, dall’eloquio efficace, dotata di un notevole carisma e, ovviamente, di una bellezza rimarchevole. Consapevole del ruolo di erede del padre - il primo ministro pakistano, Zulfikar Ali Bhutto, fatto giustiziare dal generale Zia nel ’79 - lei stessa portava avanti un programma di stampo democratico e laico.

Uno dei più grandi paradossi del Pakistan è proprio quello di essere allo stesso tempo un paese sia laico che islamico. Infatti, se giriamo per le vie del paese, notiamo che le donne indossano i loro costumi tradizionali, ma non portano il velo. Il Pakistan è uno stato che rispettava alcune fra le principali tradizioni democratiche, come l’indipendenza della magistratura, la presenza di un parlamento o ancora università importanti e prestigiose. Garanzie che, però, sono andate deteriorandosi nel corso degli anni, soprattutto dopo l’arrivo al potere di Musharraf, artefice di una forte manipolazione della Costituzione che impedisce la presidenza militare e di recente l'imposizione dello stato di emergenza, l'intimidazione di molti giudici della corte suprema e l’arresto di diverse centinaia di attivisti dei diritti umani.

La Bhutto era tornata in Pakistan lo scorso ottobre, grazie ad un accordo imposto dagli Stati Uniti al Pakistan, dopo otto anni di esilio, e una volta toccato il suolo natio aveva dichiarato: “Sono tornata per sconfiggere il terrorismo che sta distruggendo il mio paese e per far rispettare le istituzioni democratiche”. Parole che, purtroppo, le sono state fatali.

Qual è la Sua opinione sulla formazione e la carriera politica della Bhutto, una donna alla guida di un paese musulmano?
Il fatto che una donna sia stata per ben due volte premier non deve stupire. Anche in altri paesi, come ad esempio le Filippine, le vedove o le figlie dei leader politici assassinati sono solite ereditare il ruolo del marito o del padre e portare avanti il proprio programma. La Bhutto era, fra l’altro, una donna molto colta e preparata, istruita nelle più prestigiose università statunitensi e britanniche, come è consuetudine per l’alta borghesia pakistana, che con la sua ricchezza conduce uno stile di vita assai raffinato e molto simile a quello occidentale. Una situazione ben diversa da quelle che sono le condizioni della maggior parte della popolazione pachistana, costretta a vivere nella miseria, aiutata solo negli ultimi anni da una crescita economica pari al 7%.

Secondo Lei, quali saranno in Pakistan le conseguenze di questo attentato a livello sia politico che pratico?
E’ sicuramente molto difficile dirlo il giorno dopo. Credo che sarà necessario vedere cosa accadrà nei prossimi giorni. La situazione politica del Pakistan era piuttosto difficile, sin da prima dell’attentato. All’interno del paese, vi sono, infatti, alcuni territori che solo nominalmente dipendono dal governo centrale, in quanto sono nelle mani di solide alleanze tribali. Sto parlando del Baluchistan, del regno di Swat e il Waziristan, territori a ridosso dell’Afghanistan, i cui confini non sono ancora stati tracciati in modo definitivo. Non possiamo che augurarci che le elezioni politiche possano tenersi regolarmente l’8 gennaio, o comunque quanto prima. E il fatto che Musharraf non abbia ancora dichiarato lo stato di emergenza ci fa ben sperare. Certo, bisognerà vedere chi si presenterà come candidato del PPP, il partito del popolo pakistano, e sarà importante considerare anche il comportamento dell’altro leader dell’opposizione, Nawaz Sharif, che mi è sembrato un  po’ schizofrenico nelle ultime ore.

Il principale timore a seguito dell’assassinio della Bhutto, riguarda non solo la possibilità della diffusione in Pakistan del caos più profondo, ma soprattutto il rischio che simili conseguenze si estendano e ricadano anche sui paesi circostanti, l’Afghanistan primo fra tutti. E non è un caso che ieri si sia tenuto un colloquio fra il presidente afgano Karzai e Musharraf, dove è stata espressa la necessità di collaborare.

L’assassinio della Bhutto può essere considerato come una sconfitta della politica estera statunitense e più in generale di quella occidentale?
Credo proprio che non ci sia un “piano B”. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea avevano sia sostenuto la Bhutto, sia gli sforzi di Musharraf convincendolo anche a dimettersi dalla carica di capo dell’esercito. Lo scenario pakistano è certamente rimasto sconvolto da un evento che però, forse, non era troppo inatteso. Noi sappiamo che la Bhutto aveva addosso un giubbotto antiproiettile, anche se poi è stata uccisa ugualmente. Il giorno del suo rientro in Pakistan, infatti, la Bhutto aveva rischiato di morire in un attentato che colpì le auto che la scortavano. E’ necessario che la comunità internazionale ponga il Pakistan sotto osservazione, dispensando senza freni aiuti di intelligence e militari allo scopo di irrobustire la lotta agli estremisti e ai terroristi. E’ un compito che, però, non deve essere delegato solo alla politica estera statunitense. I paesi dell’Unione Europea devono, infatti, adottare una strategia comune con gli Stati Uniti nei confronti del Pakistan, che per la sua posizione geopolitica risulta un partner essenziale per la lotta al terrorismo. Circa tre anni fa si svolsero in Iraq con successo elezioni democratiche, ed è proprio per questo motivo che non si può negare lo svolgimento delle elezioni in Pakistan il prossimo 8 gennaio, in quanto evento politico fondamentale.

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