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Governo ko alla Camera. Il voto si avvicina

Il paradosso del Cav: avere i numeri in Parlamento e giocarseli a nascondino

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Il paradosso sfiora il tafazzismo: la maggioranza ha i numeri in Parlamento e li spreca nel modo di sempre: assenze sugli scranni. Ventidue 'desaparecidos'. Con una postilla non irrilevante: il Cav. corre in Aula, vota ma un secondo dopo è costretto a costatare lo scivolone. Per un solo voto.

Come se le tante ‘lezioni’ di questa legislatura non fossero servite a niente; come se i richiami e le sfuriate di Cicchitto con le ventilate sanzioni per i deputati distratti o ritardatari quando c’è Aula (solo annunciate?), fossero passati in cavalleria. Sospesi nel dimenticatoio del Transatlantico dove ieri perfino Bossi si è attorcigliato. A Montecitorio la scena si è riproposta tale e quale: governo battuto. Stavolta non su un adempimento formale, bensì sull’articolo 1 di un provvedimento sostanziale, cioè le regole del bilancio pubblico sulle quali si calibrano le decisioni future. Tecnicamente si chiama ‘rendiconto generale dello Stato’, uno dei pilastri della legge di stabilità 2010-2012 che comprende sia l’assestamento di bilancio, sia i dati di assestamento per la finanza futura.

Il brivido nei banchi del centrodestra è corso come una lama di coltello affilatissima, perché lì per lì, in tanti hanno pensato all’incidente parlamentare, quella sorta di spettro che aleggia in una maggioranza dove convivono troppi ‘ismi’ sul dopo e poco senso di responsabilità sull’oggi. No, non è stato un incidente parlamentare se si attribuisce alla definizione il carico politico che di questi tempi si vorrebbe cucire addosso al destino della legislatura. Ma è indubbio che di incidente si è trattato, numerico, tecnico, chiamamolo come si vuole, ma pur sempre un incidente che non doveva esserci, o meglio, poteva essere evitato.

Cacio sui maccheroni per l’opposizione piddina e terzopolista che con Bersani e Briguglio torna a invocare le dimissioni del premier ‘senza più maggioranza’ e con Casini a mettere nel conto pure quelle di Tremonti. Perfino Fini non perde l’occasione per notare che la bocciatura è “un fatto senza precedenti”. E così è nella storia parlamentare e seppure il ministro dell’Economia finito nel mirino dei sospetti e dei veleni a bocciatura consumata per il suo non voto  si è affrettato a motivare come sono andate le cose, il danno era ormai fatto. Ufficialmente in missione. In una nota di via XX Settembre scrive che “non c’è alcuna ragione politica, di nessun tipo”, motivando l’assenza con l’impegno al ministero “a poche ore dalla presentazione della legge di Stabilità nella valutazione dei dossier relativi a ciascun ministero. In Aula , in rappresentanza del ministero erano presenti i sottosegretari”. Alla Camera il ministro poi è corso quando lo hanno informato delle assenze (governative e non) ma è arrivato troppo tardi, troppo tardi per il voto. Non l’unico per la verità. Anche Bossi è arrivato a tempo scaduto perché si è attardato coi giornalisti, stesso clichè per altri parlamentari distratti tra la buvette e il Transatlantico: tra questi Miccichè, Martino, Ronchi e Pittelli. E lo stesso Scajola, capo dei malpancisti, anche lui in viaggio da Palazzo Grazioli dove ha visto il Cav.verso Montecitorio ma fermato da un caffè con Formigoni strada facendo. Per non parlare del mitico Scilipoti e di un manipolo di responsabili-irresponsabili. E’ finita 290 a 290, la maggioranza richiesta era fissata a 291. Ventidue assenti: diciassette nel Pdl, uno nella Lega, una manciata nell'opposizione. Le jeux sont faites, rien ne va plus.

Il Cav. resta con lo sguardo appeso al tabellone elettronico, realizza, s’incupisce, sventola un foglio davanti a Cicchitto, snobba Tremonti che incontra di lì a poco nella sala del Governo, dove arriva mezzo stato maggiore del partito e dell’esecutivo. Chi c’era assicura che il premier “era imbufalito”, anche se già alla ricerca di una exit strategy. Che potrebbe essere quella di un maxiemendamento sul quale porre la fiducia. A tarda sera ragiona così: è stato un problema tecnico risolvibile, nessuna ripercussione politica sulla stabilità di esecutivo e maggioranza. E tuttavia, in più di uno, a cominciare da Cicchitto e La Russa sottolineano la necessità di porre una questione di fiducia.

“ Credo che il governo debba rendersi disponibile a un confronto politico e a verificare se abbia o meno la fiducia in parlamento”, suggerisce il capogruppo. Una mossa che va oltre il contingente, perché potrebbe essere finalizzata a rassicurare il Quirinale sul fatto che la maggioranza è reale e non virtuale. Preoccupazione che attraversa i commenti di molti deputati pidiellini col morale a terra per l’accaduto, ai quali non è sfuggito il breve colloquio tra Napolitano e Fini e tra Napolitano e Berlusconi durante una cerimonia a Montecitorio, subito dopo l’incidente d'Aula. Si teme infatti che il Colle possa chiedere spiegazioni al premier, al punto che secondo alcuni parlamentari dell’inner circle berlusconiano “si corre il rischio che finora abbiamo scongiurato”. Uno show down, lo scioglimento anticipato delle Camere?

Ipotesi non verosimile visto il contesto, il momento e la crisi internazionale da superare, eppure ben presente in queste ore nei dubbi di esponenti della maggioranza, anche per le reiterate richieste di garanzie a più riprese sollecitate dal capo dello Stato negli ultimi mesi. Ma dal Colle si fa sapere che a contare sono gli atti istituzionali che regolano i rapporti tra governo e parlamento. Che tradotto vuol dire:  il capo dello Stato eserciterà le sue prerogative solo in caso di una sfiducia che certifichi col voto in Aula la fine della legislatura.

Anche di questo, il premier continuerà a ragionare coi suoi nel vertice di maggioranza notturno, calendarizzato da giorni a Palazzo Grazioli. Concluso con la linea che il Cav. detta ai suoi: discorso programmatico alla Camera sul quale chiederà la fiducia forse già oggi o al massimo domani. Intanto del caso si occuperanno oggi a Montecitorio la Giunta per il regolamento e la successiva conferenza dei capigruppo. Tra le ipotesi tuttora al vaglio del premier ci sarebbe anche quella di un nuovo provvedimento da presentare in Aula e sul quale chiedere la fiducia, col via libera del Quirinale.

“Si naviga a vista e in queste condizioni come facciamo a votare le intercettazioni?” dice un berlusconiano della prima ora. E infatti dall'agenda dei lavori parlamentari il ddl sparisce, rimesso nel freezer (affrontare lo scrutinio segreto in queste condizioni sarebbe fare harakiri). Sintesi forse un po’ troppo pessimistica ma eloquente della situazione. Nello stesso momento il deputato diligente legge sul telefonino un sms del gruppo che ‘convoca’ tutti per oggi a Montecitorio annunciando la riunione della Giunta per il regolamento. “Ecco siamo alla politica degli sms, invece di comunicare per tempo e far capire a tutti l’importanza di un provvedimento e l’importanza di stare in Aula al momento del voto”. Amara chiosa su un incidente ‘tecnico’ che ha rischiato di diventare politico.  Proprio ora che il Cav. è riuscito a disinnescare la mina Scajola-Pisanu. Paradosso nel paradosso.

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1 COMMENT

  1. come finire al peggio
    Per il PdL poteva avere senso presentare una manovra liberista che tagliasse la spesa pubblica e che prendesse spunto anche dalla lettera della BCE. Se il governo fosse caduto su questo sarebbe caduto rispettando gli impegni presi con gli elettori e sarebbe caduto con onore. Berlusconi avrebbe perso il governo ma avrebbe mantenuto dignità e speranze di riscatto.
    Invece si è preferito fare e approvare una manovra socialista che alza le tasse e non tocca gli sprechi e la improduttiva spesa dello stato.
    A partire dal 1 gennaio scatteranno pesanti aumenti di imposta sui piccoli risaprmiatori italiani: tasse sui redditi finanziari al 20% e bolli sui depositi titoli.
    E dopo aver fatto questo, dopo aver tradito le promesse elettorali e fatto una manovra alla Visco, il governo vuole farsi sfiduciare su idiozie come quella di ieri?
    Non vedo proprio come la fine di Berlusconi possa essere peggiore.
    Proprio per questo non dubito che l’ex comunista Napolitano (che si sente regolarmente con Bersani) e quel Fini ormai roso nell’animo dalla bile, non aspettino altro.
    Berlusconi è stato un fallimento totale.
    Certo è che quello che rimane fa rivoltare lo stomaco:
    il cattosocialista Casini, il Fini ipocrita di Montecarlo con la bile che gli esce di bocca, il socialismo becero di Bersani che promette ancora più miseria di quella prodotta dal socialismo del PdL.
    L’Italia è destinata ad essere un paese di servi al servizio di feudatari svizzeri come De Benedetti e gli Agnelli, condotti e supervisionati dai balivi dei sindacati.
    Per l’Italia il futuro è colorato dalla servitù di marca socialista.
    Chi può farlo è meglio che ripari quanto prima in Svizzera o in qualche altra isola di libertà economica.

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