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Governo in bilico

Il paradosso della crisi: Conte accarezza l’idea del voto, Pd e 5 Stelle lo vogliono in sella per logorarlo

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La data del nuovo decisivo banco di prova per il Governo Conte è stata fissata: mercoledì 27 gennaio si terrà il passaggio in Parlamento della relazione annuale del ministro Alfonso Bonafede sullo stato della Giustizia. In quella occasione, con Renzi che ha già annunciato voto contrario, il premier si giocherà in Senato l’intera posta: se dovesse ottenere la maggioranza a quel punto l’Esecutivo sarebbe salvo e probabilmente alla pattuglia dei “responsabili” si aggiungerebbero velocemente altri senatori a formare la famosa “maggioranza solida” chiesta da Sergio Mattarella, se Bonafede dovesse incassare una bocciatura Conte sarebbe viceversa costretto a dimettersi (ricordiamo che già oggi in buona parte delle Commissioni non vi è la maggioranza) per approdare o a un improbabile Conte ter con Renzi recuperato o, più probabilmente, a elezioni anticipate.

Al momento, al di là di imprevedibili ravvedimenti, è sfumata quasi definitivamente non solo l’ipotesi di un Governo di Unità nazionale, ma anche l’ipotesi di un Governo Pd-M5S-Italia Viva senza Conte. A far tramontare l’Esecutivo trasversale ha contribuito in modo determinante il centrodestra unito che al Capo dello Stato ha dato come unica indicazione quella delle elezioni. Una strategia targata Fratelli d’Italia che – a ben vedere – potrebbe rafforzare proprio Conte blindandone il ruolo davanti al Parlamento. L'”avvocato del Popolo” infatti appare ora come l’unica alternativa alle elezioni anticipate avendo egli il potere di veto anche su un Governo senza la sua figura al vertice e con le sole attuali forze di maggioranza. Coi sondaggi che danno l’eventuale partito del presidente del Consiglio a doppia cifra è logico immaginare che non sarebbe difficile per Conte convincere una pattuglia di 30 senatori a seguirlo a prescindere con la promessa di una ricandidatura, nel caso in cui Pd, Renzi e 5 Stelle volessero tentare di fargli lo sgambetto.

E se Conte accarezza l’idea del “dopo di me il diluvio” votando, e facendo votare, contro a un Governo senza di lui, Pd e vertici 5 Stelle paradossalmente si trovano ora proprio il premier come principale ostacolo. Il segretario Dem Nicola Zingaretti da un lato sa benissimo che con un partito di Conte il Pd sprofonderebbe nei consensi (l’effetto provocato da Macron in Francia sul Partito socialista), un terrore già vissuto dal Pd con la fuoriuscita di Renzi ma ora ancor più reale se possibile. Luigi Di Maio dall’altro lato se vuole sperare di mantenere una leadership nei 5 Stelle (o di quel che resta dei 5 Stelle) deve ad ogni costo limitare l’ascesa di Conte. Ed è così che, in un paradossale giochi di specchi, i primi fautori di una perdurare del Governo Conte sono proprio Pd e 5 Stelle che sperano di potere logorare l’immagine del premier durante il semestre bianco, mentre il primo a voler far cadere il Governo se non si dovessero trovare subito i famosi “responsabili” sarebbe Conte stesso per poter andare all’incasso alle urne.

 

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