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Il paradosso di Prodi

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Un commento politico si giustifica se non si limita a descrivere l’attualità, ma cerca di cogliere i fattori di più lungo periodo. In questa ottica può essere interessante riflettere sugli aspetti positivi dell’azione di Prodi come premier. Questa affermazione apparirà meno paradossale se si opera una distinzione fra l’operato di Prodi come capo del governo e l’interpretazione che egli ha fornito del suo ruolo di presidente del consiglio indicato dagli elettori.

Sotto il primo profilo non vi è dubbio che l’azione del governo Prodi debba qualificarsi come assai negativa. In tutti i settori chiave il governo Prodi ha operato delle scelte avversabili non solo da chi è su posizioni liberali, ma anche di chi è orientato in senso riformista. Se paragoniamo l’azione del primo governo Prodi nel biennio 1996-98 con quella del governo Prodi due in questo ultimo anno la differenza balza subito agli occhi. Basti pensare che nel 1996 Prodi varò in poco tempo un governo di sua scelta, riducendo il numero di ministeri, senza sottostare alle pressioni dei leader di vari partiti; al contrario dopo il voto dell’aprile 2006 Prodi ha dato vita al governo con un’estenuante trattativa con i vari partiti e partitini che compongono la variegata coalizione di centro sinistra e per farlo ha dovuto aumentare a dismisura il numero di poltrone arrivando alla cifra record di 104 (se non ricordiamo male) fra ministri e sottosegretari. Se dal piano della formazione del governo ci spostiamo poi alle policies perseguite la situazione peggiora ulteriormente. L’azione del governo è stata condizionata pesantemente dalle componenti massimaliste della coalizione. Abbiamo avuto così una politica estera non solo dimentica della collocazione internazionale dell’Italia all’interno dell’alleanza atlantica, ma in controtendenza con quella dei paesi guida della politica europea (Germania e Francia). Non meno pasticciata la politica economica. Basti pensare alla vicenda delle pensioni dove si vuole rimettere in discussione il ragionevole aumento dell’età pensionabile fissato con il cosiddetto "scalone" varato dal governo Berlusconi. Insomma si interviene su di un tema delicato, creando frizioni all’interno della maggioranza, laddove si poteva semplicemente dare la "colpa" al governo precedente.

Tuttavia se da questo ambito ci spostiamo a quello della interpretazione del ruolo di premier la situazione cambia. Al momento del varo del suo governo Prodi dichiarava di voler durare cinque anni. Un proclama forse strumentale, un modo per mostrare un’autorevolezza superiore a quella effettiva. Tuttavia si tratta di una dichiarazione d’intenti che mostra come anche a sinistra sia oramai popolare l’idea che le elezioni servono a designare un presidente del consiglio destinato a governare il paese per un’intera legislatura. Questo risulta ancora più significativo ove si rifletta che le elezioni hanno sancito una vittoria di strettissima misura del centro sinistra. Certo, in una democrazia funzionante, nella quale i due schieramenti o i due partiti che si contendono la guida del paese sono egualmente legittimati, il distacco numerico tra vincitori e vinti è un fattore secondario. In Inghilterra è capitato diverse volte che il partito vincitore alle elezioni avesse conseguito più seggi ma un numero assoluto di voti minore del partito sconfitto. In Italia le cose stanno diversamente, soprattutto per la sinistra che deve metabolizzare un retaggio negativo. Pretendere di governare per un'intera legislatura con una maggioranza assai ristretta costituisce una clamorosa smentita pratica alla parola d’ordine di Berlinguer: non si governa con il 51%. Anche qui, al di là dell’utilizzo strumentale che Prodi fa della circostanza, resta un fatto che è difficile sottovalutare. Accettare di governare con lo 0,006% di vantaggio significa seppellire la cultura rivoluzionaria ancora sottesa alla proposta berlingueriana, per cui si dovevano introdurre elementi di socialismo nella realtà capitalistica al fine di innescare una grande trasformazione della società.

Rassicuranti, sotto questo profilo, risultano anche le dichiarazioni sulle elezioni. Prodi afferma che se cade il suo governo non ci sono alternative, occorre andare a votare. Forse sono dichiarazioni fatte per scongiurare le insidie di un governo istituzionale, che si dice sia nei disegni dell’asse D’Alema/Marini. Tuttavia, al di là delle dietrologie politiciste, rivendicare il potere di dissoluzione è un'ulteriore maniera per rafforzare la figura del presidente del consiglio designato dagli elettori. Probabilmente il miglior commento a queste prese di posizione di Prodi si può trovare in una intervista rilasciata da Veltroni all’indomani della sua candidatura a leader del Partito democratico. In quella occasione Veltroni osservava che l’operato del governo Berlusconi non era da respingere in blocco e che «anche nella legge costituzionale, poi bocciata dal referendum, c'erano cose inaccettabili ma anche cose ragionevoli". Forse, parlando di cose ragionevoli, aveva in mente proprio i poteri del premier.


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