Il paradosso di Prodi

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Il paradosso di Prodi

17 Luglio 2007

Un commento politico si
giustifica se non si limita a descrivere l’attualità, ma cerca di cogliere i
fattori di più lungo periodo. In questa ottica può essere interessante
riflettere sugli aspetti positivi dell’azione di Prodi come premier. Questa
affermazione apparirà meno paradossale se si opera una distinzione fra
l’operato di Prodi come capo del governo e l’interpretazione che egli ha
fornito del suo ruolo di presidente del consiglio indicato dagli elettori.

Sotto il primo profilo non
vi è dubbio che l’azione del governo Prodi debba qualificarsi come assai
negativa. In tutti i settori chiave il governo Prodi ha operato delle scelte
avversabili non solo da chi è su posizioni liberali, ma anche di chi è
orientato in senso riformista. Se paragoniamo l’azione del primo governo Prodi
nel biennio 1996-98 con quella del governo Prodi due in questo ultimo anno la
differenza balza subito agli occhi. Basti pensare che nel 1996 Prodi varò in
poco tempo un governo di sua scelta, riducendo il numero di ministeri, senza
sottostare alle pressioni dei leader di vari partiti; al contrario dopo il voto
dell’aprile 2006 Prodi ha dato vita al governo con un’estenuante trattativa con
i vari partiti e partitini che compongono la variegata coalizione di centro
sinistra e per farlo ha dovuto aumentare a dismisura il numero di poltrone
arrivando alla cifra record di 104 (se non ricordiamo male) fra ministri e
sottosegretari. Se dal piano della formazione del governo ci spostiamo poi alle
policies perseguite la situazione peggiora ulteriormente. L’azione del
governo è stata condizionata pesantemente dalle componenti massimaliste della
coalizione. Abbiamo avuto così una politica estera non solo dimentica della
collocazione internazionale dell’Italia all’interno dell’alleanza atlantica, ma
in controtendenza con quella dei paesi guida della politica europea (Germania e
Francia). Non meno pasticciata la politica economica. Basti pensare alla
vicenda delle pensioni dove si vuole rimettere in discussione il ragionevole
aumento dell’età pensionabile fissato con il cosiddetto “scalone”
varato dal governo Berlusconi. Insomma si interviene su di un tema delicato,
creando frizioni all’interno della maggioranza, laddove si poteva semplicemente
dare la “colpa” al governo precedente.

Tuttavia se da questo ambito
ci spostiamo a quello della interpretazione del ruolo di premier la situazione
cambia. Al momento del varo del suo governo Prodi dichiarava di voler durare
cinque anni. Un proclama forse strumentale, un modo per mostrare
un’autorevolezza superiore a quella effettiva. Tuttavia si tratta di una
dichiarazione d’intenti che mostra come anche a sinistra sia oramai popolare
l’idea che le elezioni servono a designare un presidente del consiglio
destinato a governare il paese per un’intera legislatura. Questo risulta ancora
più significativo ove si rifletta che le elezioni hanno sancito una vittoria di
strettissima misura del centro sinistra. Certo, in una democrazia funzionante,
nella quale i due schieramenti o i due partiti che si contendono la guida del
paese sono egualmente legittimati, il distacco numerico tra vincitori e vinti è
un fattore secondario. In Inghilterra è capitato diverse volte che il partito
vincitore alle elezioni avesse conseguito più seggi ma un numero assoluto di
voti minore del partito sconfitto. In Italia le cose stanno diversamente,
soprattutto per la sinistra che deve metabolizzare un retaggio negativo.
Pretendere di governare per un’intera legislatura con una maggioranza assai
ristretta costituisce una clamorosa smentita pratica alla parola d’ordine di
Berlinguer: non si governa con il 51%. Anche qui, al di là dell’utilizzo
strumentale che Prodi fa della circostanza, resta un fatto che è difficile
sottovalutare. Accettare di governare con lo 0,006% di vantaggio significa
seppellire la cultura rivoluzionaria ancora sottesa alla proposta
berlingueriana, per cui si dovevano introdurre elementi di socialismo nella
realtà capitalistica al fine di innescare una grande trasformazione della
società.

Rassicuranti,
sotto questo profilo, risultano anche le dichiarazioni sulle elezioni. Prodi
afferma che se cade il suo governo non ci sono alternative, occorre andare a
votare. Forse sono dichiarazioni fatte per scongiurare le insidie di un governo
istituzionale, che si dice sia nei disegni dell’asse D’Alema/Marini. Tuttavia,
al di là delle dietrologie politiciste, rivendicare il potere di dissoluzione è
un’ulteriore maniera per rafforzare la figura del presidente del consiglio
designato dagli elettori. Probabilmente il miglior commento a queste prese di
posizione di Prodi si può trovare in una intervista rilasciata da Veltroni
all’indomani della sua candidatura a leader del Partito democratico. In quella
occasione Veltroni osservava che l’operato del governo Berlusconi non era da
respingere in blocco e che «anche nella legge costituzionale, poi bocciata dal
referendum, c’erano cose inaccettabili ma anche cose ragionevoli”. Forse,
parlando di cose ragionevoli, aveva in mente proprio i poteri del premier.