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Un anno dopo il fallimento di Copenaghen

Il passo avanti del vertice di Cancun: un accordo operativo tra dieci anni

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E’ una bottiglia mezza piena o mezza vuota  il risultato dalle due settimane di negoziati dalla Conferenza  sul clima di Cancun? Andiamo per esclusione: i due giorni finali no stop hanno concluso il vertice con un accordo di compromesso che rappresenta comunque qualcosa di differente dallo storico fallimento di Copenhagen lo scorso anno.

Un passo avanti è stato fatto: qui almeno c’è un compromesso accettato da tutti, grandi potenze incluse, con il solo voto negativo della Bolivia che ha criticato il risultato perché ritenuto troppo debole ed insufficiente a combattere in maniera efficace i cambiamenti climatici previsti dai sacerdoti del clima. E’ da valutare se hanno ragione i 193 paesi che hanno sottoscritto il documento o i boliviani che hanno già preannunciato un ricorso al Tribunale internazionale dell’Aia perché in questo tipo di iniziative internazionali i documenti vanno approvati all’unanimità. E su questo hanno ragione da vendere; sarà interessante seguire i seguiti della cosa per vedere cosa dovranno inventarsi i giudici per affrontare questo caso particolarmente delicato.

Ma andiamo ai contenuti del testo; il “pacchetto bilanciato,” come hanno deciso di chiamarlo, è una prova ulteriore del peso dei diplomatici in questo tipo di incontri. Contenti tornano a casa con un documento formalmente sottoscritto da tutti i paesi meno uno; in realtà vera sostanza non c’è ma  contiene una lista di dichiarazioni politiche vaghe, dichiarazioni d’intenti generali, ma nessun impegno vincolante o operativo.

E’ scritto che il Protocollo di Kyoto deve continuare dopo la sua scadenza naturale del 2012, pudicamente si tralascia che non ha funzionato in larga misura. Sono sollecitati “profondi tagli” alle emissioni di CO2 responsabili del riscaldamento globale: ai paesi più avanzati se ne chiedono dal 25 al 40% rispetto ai valori del 1990 entro il 2020 però, siccome questo punto riguarda il Protocollo, non tocca paesi come gli USA che non lo hanno mai sottoscritto. Si propone di studiare nuovi meccanismi per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le loro emissioni rimandando però la discussione al prossimo incontro in Sud Africa, a Durban, nel 2011.

L’accordo crea anche un nuovo organismo internazionale, il Green Climate Fund, per raccogliere fondi dai paesi ricchi e investirli a favore delle nazioni maggiormente colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici. La UE, Giappone e USA si sono impegnati a donare 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020 unitamente a 30 miliardi in aiuti urgenti del cosiddetto “fast start” sino al 2012; l’Italia ha preso un impegno di 410 milioni per questa prima fase.

Particolare attenzione va al sostegno degli sforzi per ridurre la deforestazione in atto nel modo chiedendo anche ai paesi ricchi una particolare attenzione al rispetto dei diritti delle popolazioni indigene.

In definitiva la lista degli impegni non vincolanti non è eccessiva e contiene posizioni di principio ragionevoli su alcuni temi, anche se non su tutti. Cancun partiva col piombo alle ali della sconfitta dell’anno scorso in Danimarca; certamente presenta oggi un passo avanti almeno nelle dichiarazioni di principio che vedono posizioni comuni anche dei paesi più tetragoni a difendere i loro interessi particolari rispetto a quello collettivo.

Resta il problema serio se alle dichiarazioni seguiranno i fatti, se finalmente i diplomatici sapranno fare un passo indietro lasciando spazio piuttosto agli scienziati per valutare se i numeri sino ad oggi indicati siano validi ed effettivamente raggiungibili. Purtroppo la storia sino ad oggi ha dato risposte non positive. Anche perché prendere impegni e fare promesse da qui a dieci anni non costa molto, è produttivo sul piano mediatico e, soprattutto, nessuno lo contesterà quando si arriverà alla data fatidica del 2020; governi e persone passeranno: il dubbio resta tutto.
 

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