Il pasticcio delle liste la dice lunga su come il Pdl fa politica a Roma

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Il pasticcio delle liste la dice lunga su come il Pdl fa politica a Roma

Il pasticcio delle liste la dice lunga su come il Pdl fa politica a Roma

11 Marzo 2010

In attesa di conoscere l’esito dell’estremo ricorso in giudizio, stavolta al Consiglio di Stato, per l’ammissione della lista Pdl per la provincia di Roma, vale la pena fare qualche considerazione a margine. Cercheremo per quanto possibile di non replicare le tante argomentazioni già svolte in questi giorni, per puntare l’attenzione su ciò che riguarda più direttamente questa rubrica: le possibili ricadute romane del “pasticcio”.

Partiamo dall’analisi svolta su queste pagine da Michelle Barracuda, alla quale sono seguiti – da parte di persone rimaste anonime, colpite nel vivo  – scomposti e illetterati commenti. In quel resoconto, verosimile conoscendo la politica romana, la vicenda è, purtroppo, molto meno chiara e lineare di quanto il presidente del Consiglio Berlusconi ha raccontato, addebitando solo agli “altri” la responsabilità dell’esclusione del Pdl. Il premier sta, comprensibilmente, cercando di salvare il salvabile, facendo quadrato a difesa di quadri nazionali e locali. In sostanza la linea sarebbe “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Tuttavia – senza entrare nel merito – le responsabilità interne sono evidenti e fanno risaltare in modo palese l’inadeguatezza di una classe dirigente locale. Inadeguatezza da noi denunciata in tempi non sospetti, ben prima che Alemanno, scoprendo le carte del grande bluff veltroniano, espugnasse Roma.

L’esperienza di governo del Pdl nella Capitale si avvia a compiere due anni. Possiamo fin d’ora promettere che dedicheremo a questo “compleanno” un’approfondita analisi. Per ora, ci limitiamo a constatare come ciò che successo non possa non avere conseguenze pesanti all’interno del Popolo delle libertà. Se fino a ieri ci si poteva accontentare di esprimere perplessità e riserve su preparazione ed efficacia dei quadri dirigenti locali, oggi è necessario avviare una seria riflessione sul fallimento di un metodo di scelta e selezione dei dirigenti del maggior partito romano. E se la fusione tra Forza Italia e Alleanza nazionale  mostra numerose crepe a livello nazionale, nella realtà capitolina dà evidenti segnali di rigetto. Il pasticcio delle liste dunque non è che la risultante di una crisi che ha radici ben più profonde. Se oggi nel Lazio si può parlare di risultato incerto, è solo perché – forse qualcuno nella confusione se l’è scordato – si esce dall’affaire Marrazzo.

Prima che scoppiasse lo scandalo il governatore uscente veniva dato per confermato con ampio margine. Eppure il suo governo non è stato affatto esemplare. Come mai allora “rischiava” una conferma abbastanza facile? Per capirlo occorre fare un passo indietro, ritornando alle origini del cosiddetto “modello Roma”. Nel 2001 quando Veltroni vinse contro Antonio Tajani, la sua vittoria fu ottenuta con una differenza di quattro punti: 52 a 48. Lo scarto tra i due fu di appena due punti. Allora si disse che Tajani aveva perso perché Alleanza nazionale non aveva mobilitato il suo elettorato nel secondo turno. Effettivamente, dalla verifica dei voti di lista, la cosa risultava plausibile, ma con un’aggravante: i voti di lista erano mancati a Tajani già al primo turno. Le liste collegate a Tajani, infatti, avevano ottenuto circa il 49% al primo turno contro un 45,1% del candidato sindaco; viceversa Veltroni ottenne un 48,3 e le “sue” liste il 45,5. Nel secondo turno, dunque, si replicò semplicemente questa tendenza. È difficile dire, però, se il voto disgiunto andasse ascritto solo agli elettori di An. Certamente il candidato non era stato digerito dal popolo del centrodestra, contrariamente a quel che era successo al candidato del centrosinistra. Ma, dato che più ci interessa, quello che oggi è il Pdl superò il 40%.

Nel 2006 invece la conferma schiacciante di Veltroni avvenne con una perfetta corrispondenza tra i voti di lista e quelli al candidato: 61,4 Veltroni e 61,4 le liste, mentre Alemanno raccolse il 37,1, come le liste a lui collegate, con un particolare fondamentale per il nostro ragionamento: il Pdl (Forza Italia e An) raccolse un misero 29,7, dieci punti secchi in meno di 5 anni prima. E arriviamo al 2008 con la bruciante sconfitta di Rutelli. Alemanno al primo turno raccolse il 40,7 andando di un punto percentuale più su delle sue liste. Viceversa Rutelli con il 45,8 ottenne un punto in meno della sua coalizione. Nel secondo turno Alemanno riuscì a intercettare tutti i voti “terzi”, mentre Rutelli, già in svantaggio sulla carta, replicò semplicemente i suoi voti, perdendo in modo netto. Il Pdl, stavolta presente come tale, raccolse il 36,5. Ripercorrere l’ultimo decennio di voti nella Capitale serve a capire quanto la debolezza del Popolo delle Libertà non sia cosa nuova. Se nell’arco di un decennio ha perso consenso, anche nei momenti di indubbio successo come quello di due anni fa, vuol dire che i partiti che lo compongono non hanno lavorato in modo efficace. In sostanza, per voler sintetizzare: il centrodestra a Roma e nel Lazio vince solo se il centrosinistra è debole, per aver governato male, non per merito del proprio lavoro d’opposizione.

E indubbiamente anche gli equilibri interni (coordinatore regionale ad An, e romano a Forza Italia) sembrano dettati da calcoli fatti a tavolino e non da reali capacità di presenza sul territorio. Insomma, Forza Italia è sempre stato un partito debole, con oscillazioni di consenso molto, troppo marcate, estemporaneo a livello organizzativo. Alleanza nazionale è ormai da troppo tempo corrosa da conflitti intestini, che rischiano di essere esiziali anche per la Giunta Alemanno. E – elemento fondamentale al quale sicuramente la fase “costituente” ridotta quasi a zero non ha posto rimedio – i rispettivi elettorati hanno storie e, diremmo quasi antropologie, diverse. Gli ex di Alleanza nazionale sentono ancora forte il richiamo del passato missino, molto più di quanto avvenga altrove. Mentre i forzisti non sono, come invece capita in altre regioni, espressione di una società civile fatta di persone giunte alla politica dalle professioni. Al contrario sono quasi sempre orfani di partiti della prima repubblica ormai estinti.

In conclusione, al di là di quel che sarà il risultato della Polverini, se Berlusconi e Fini vogliono rifondare il Pdl – perché non si riconoscono più nel partito fondato appena un anno fa – comincino a sperimentare la loro “collaborazione” su Roma, rilanciando un processo costituente che possa coinvolgere forze nuove; avviando un periodo di dibattito e confronto nel quale il Popolo delle Libertà possa prender corpo e non essere la sommatoria casuale di elettorati fluttuanti, per convertire il fallimento organizzativo romano in un laboratorio politico, utile per stabilizzare il partito a livello nazionale. Altrimenti il rischio dell’implosione diverrà rapidamente realtà.