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Il patriottismo liberale e la lezione di Einaudi

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Mentre l’Europa, per uscire dalla crisi dovuta agli effetti della pandemia a sua volta preceduta da quella economico-finanziaria del 2008, con il plauso della pubblica opinione ma anche delle diverse parti politiche e quindi con una quasi unanimità di consensi sembra archiviare la “politica del rigore” che ha caratterizzato l’ultimo ciclo economico, Corrado Sforza Fogliani decide di andare decisamente contro corrente. Pubblica così, per Rubbettino, “Elogio del rigore – Aforismi per la patria e i risparmiatori di Luigi Einaudi”, un libro in cui il titolo parla da sé. Una raccolta di aforismi, massime, brevi (in alcuni casi brevissimi) consigli con i quali, negli anni che vanno dal 1915 al 1920, il quarantenne giornalista ed economista, Luigi Einaudi, su richiesta di Luigi Albertini, lo storico direttore del “Corriere della Sera”, esorta e prova a convincere i lettori del quotidiano di Via Solferino a sottoscrivere titoli di Stato italiani, il prestito pubblico volontario lanciato nel 1915 (ma poi ne seguiranno altri cinque, uno per anno), per sostenere l’Italia che era entrata nel primo conflitto mondiale. Una modalità che Einaudi utilizzerà per intervenire indirettamente anche su tutti gli altri aspetti del dibattito corrente.

A prima vista il tema del sostegno al debito pubblico potrebbe non essere propriamente in sintonia con il “rigore” che, come recita il titolo, viene elogiato nel libro. Affrontare lo sforzo bellico contando sulla forza del risparmio nazionale, coinvolgere, in maniera non forzosa, le disponibilità patrimoniali private per indirizzarle verso lo sviluppo e il benessere del paese, potrebbe essere considerato in contraddizione con rigore e austerità. Ma in realtà non è affatto così. Einaudi è un convinto sostenitore dell’importanza del risparmio che ha per lui un valore quasi morale, un dovere individuale e insieme familiare. Un valore, però, non fine a sé stesso ma che può essere necessario, come nei momenti di difficoltà, ad esempio in guerra, o deve, comunque, essere messo a frutto per il conseguimento della crescita complessiva del paese. Ecco allora che l’invito a utilizzare il risparmio privato per sostenere titoli di Stato non ha nulla a che vedere con l’idea del facile e irresponsabile indebitamento, quello dell’allegra spesa pubblica, che resta sempre un pericolo da scongiurare anche perché “i debiti di oggi non rappresentano altro che le tasse di domani”.

Sforza Fogliani ci fa conoscere un Einaudi inedito, diverso da quello della vulgata comune che lo dipinge, con un eccesso di semplicità che finisce spesso per diventare semplicismo, come un liberale rigorista molto severo e attento, per non dire preoccupato, soltanto ai pericoli dell’inflazione e dell’eccesso di consumi. Certo, Einaudi è stato, e lo sarà ancor di più in seguito da Governatore della Banca d’Italia negli anni della nascita della Repubblica, un convinto liberale in politica e liberista in economia e, come tale, rigorista, ma è stato anche un sincero e deciso patriota capace di comprendere la necessità di far prevalere prioritariamente l’interesse e il bene della nazione e come, a questo scopo, il risparmio possa essere utile se messo a disposizione dello Stato e dell’economia. Come osserva Ferruccio de Bortoli (altro storico direttore del Corriere) nella prefazione al libro, l’austerità di Einaudi va coniugata con la sostenibilità, o meglio – per utilizzare una parola meno abusata ma forse più propria – con la responsabilità. Una responsabilità che, visto il periodo di guerra in cui gli aforismi vengono pubblicati e il dovere di vincerla, quella guerra, arriva a consigliare “mangiate meno pane” perché “chi mangia pane può indebitare lo Stato” e perché mangiare meno pane è anche possibile basta “ridurre i consumi alle quantità di una volta”.

Ma il rigore, per Luigi Einaudi, non è soltanto espressione di una dimensione pubblica. E’ anche il valore che ben rispecchia la sua provenienza dalla migliore borghesia piemontese della seconda metà dell’ottocento, una sorte di religione, una legge morale che pervade, o meglio che dovrebbe pervadere, l’agire dell’essere umano e che va, dunque, ben oltre l’ambito puramente economico connotando la sfera privata e civile di ogni cittadino: «Adesso che è giunta l’ora della prova, bisogna che ciascuno interroghi la sua coscienza e cerchi una risposta alla domanda: ho io fatto tutto il mio dovere? Ufficiale, ho cercato di inspirare fede, disciplinare coraggio nei miei soldati? Cittadino privato, ho intensificato il mio lavoro affinché la vita del Paese non venisse turbata e i soldati al fronte e le popolazioni dell’interno potessero avere, per quanto stava in me, tutto il bisognevole? Amministratore della cosa pubblica, rappresentante di italiani in consessi alti o modesti, ho dato opera affinché la compagine morale del Paese rimanesse salda? Ho recriminato, ho mormorato, ho fatto passare l’ambizione personale dinanzi all’interesse pubblico?». Sono parole pubblicate nel novembre 1917 ma che potrebbero essere state scritte anche cento anni prima e che conservano una forza educativa dirompete ancora oggi, cento anni dopo.

Scegliere, raccogliere e pubblicare questi scritti mostra il profondo interesse filologico del curatore della raccolta per il pensiero e la cultura liberali e quindi per Luigi Einaudi che di quella cultura è uno, se non forse il maggiore, esponente in Italia. Mostra anche quanto Sforza Fogliani sia convintamente e pienamente interno alla migliore cultura liberale italiana. Ma è evidente che l’interesse prioritario del curatore sia quello di utilizzare il passato per leggere, interpretare e indirizzare il presente. E così, mutatis mutandis, le analogie tra guerra e pandemia, tra rigore e austerity, tra impegno patriottico e difesa dei valori, tra economia reale e “bonapartismo economico”, tra interessi nazionali, risparmio e cupidigia della finanza internazionale, non hanno bisogno di essere spiegate. Basta leggere il libro con il dovuto spirito critico.

Luigi Einaudi, che ha collaborato al Corriere della Sera per oltre vent’anni, prima dei diversi incarichi politico istituzionali che lo portarono ad essere Governatore della Banca d’Italia e poi Presidente della Repubblica, è stato collaboratore di “Credito e Cooperazione” la rivista di approfondimento teorico dell’Associazione fra le Banche Popolari. Luigi Albertini che volle Einaudi al Corriere della Sera, quotidiano che diresse dal 1900 al 1921, di “Credito e Cooperazione” era stato direttore dal 1896 quando, appena arrivato, volle subito avvalersi dello stesso Einaudi. Regista dell’operazione fu invece un altro Luigi, Luigi Luzzatti, fondatore dell’Associazione fra le Banche Popolari e della stessa rivista “Credito e Cooperazione”. Corrado Sforza Fogliani è oggi il Presidente dell’Associazione delle Banche Popolari che continua a pubblicare regolarmente la sua rivista quadrimestrale “Credito Popolare”. Queste connessioni non sono una simpatica coincidenza, ma il frutto di un preciso percorso culturale che vede da una parte la cooperazione e in particolare il credito popolare pienamente interna anche alla cultura liberale del nostro Paese e dall’altro i maggiori protagonisti di quella cultura artefici della cooperazione in Italia. Una storia lunga con un futuro altrettanto lungo.

(*) Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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