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Sinistra in pezzi

Il Pd ha perso la bussola tra Mirafiori e correnti alla resa dei conti

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Si cammina sul filo dell’incertezza, sulla lama sottile degli strappi annunciati, delle posizioni ambigue ma soprattutto dell’incapacità di definire fino in fondo e una volta per tutte la propria identità. Accade così che nei giorni in cui Sergio Marchionne chiude l’accordo per il rilancio dello stabilimento Fiat di Mirafiori, siglato da azienda e sindacati (Fiom esclusa), il Pd ritorni ad “esprimere” la sua eterna incapacità di varcare il Rubicone e indossare convintamente il vestito della modernità.

La domanda in sé sarebbe semplice: ma qual è la posizione del Partito Democratico su Mirafiori? E’ la risposta che nei fatti si fa complessa con posizioni politiche molteplici e multiformi. C’è la fotografia pilatesca scattata da Pierluigi Bersani che fa ricadere l’attenzione sulle luci dei nuovi investimenti Fiat ma anche sulle ombre delle relazioni sindacali, rimandando a un generico invito al dibattito in Parlamento. C’è l’accelerazione di Stefano Fassina, responsabile economico del partito, che sfodera toni tutt’altro che teneri. “Stiamo parlando di un fatto che ha un rilievo di carattere generale, tocca il tema della qualità della democrazia. Noi riteniamo che la soluzione individuata su Mirafiori e Pomigliano non sia accettabile perché non si può negare rappresentanza a una parte dei lavoratori, bisogna intervenire sulle regole di rappresentanza” prima con un accordo tra le parti sociali e poi con una legge quadro.

Sul fronte opposto il responsabile Welfare, Beppe Fioroni, che al partito chiede “coraggio” e ai critici verso Fiat ricorda che “conservare significa recedere e perdere tutto” ed Enzo Bianco, presidente dei Liberal Pd, per il quale “l’accordo di Mirafiori è qualcosa che va ben oltre un'intesa contrattuale. Qui c'è di mezzo la partita sulla competitività del sistema Italia". Senza dimenticare il conflitto in chiave “post-sindacale” tra Franco Marini – “da sindacalista avrei firmato l’accordo” – e Sergio Cofferati schierato invece con i duri e puri delle tute blu.

Così, nei giorni in cui, come in un prisma, appaiono tutte le facce di un partito alla ricerca di se stesso, il Pd si interroga su quali effetti questa prova di indecisione possa produrre sulle primarie di Torino. Il rischio di una pesante astensione è sotto gli occhi di tutti, così come quello di un inserimento di un candidato di Vendola pronto a incassare il conto delle indecisioni altrui e lucrare sui proclami roboanti e impregnati di conservatorismo di facile presa (pur su un elettorato nostalgico e minoritario) del governatore pugliese.

Come se non bastasse, questo passaggio fondamentale per la definizione identitaria del Pd - che dimostra plasticamente quanta poca strada sia stata fatta sui temi del lavoro e della rappresentanza dal ’90 ad oggi dalle parti della sinistra cosiddetta riformista - va a  cadere su un palinsesto complessivo interno di grande fragilità. C’è l'insofferenza dei veltroniani con cui fare i conti, così come il malessere degli ulivisti. Sintomi della difficoltà con cui la segreteria Pd gestisce la tregua interna siglata prima del voto di fiducia di metà dicembre.

Una tregua che di fatto si è rotta con Walter Veltroni pronto a una sorta di Lingotto Due e alla formalizzazione della sua leadership su un nuovo Correntone. Un passaggio che si andrà a consumare proprio nel momento in cui alcuni dei suoi meditano la scissione. Senza dimenticare l’uscita allo scoperto dei parlamentari ulivisti, che hanno messo nero su bianco - con una lettera pubblicata dal "Corriere della Sera" – il malumore per i segnali lanciati dal segretario Pd Pier Luigi Bersani su una possibile correzione del meccanismo delle primarie e sull'eventualità di un accordo con il terzo polo in chiave elettorale. Una missiva firmata da Arturo Parisi, Mario Barbi, Antonio La Forgia, Fausto Recchia, Andrea Papini, Giulio Santagata e Albertina Soliani e che fa capire quanto la preoccupazione per gli equilibri sempre più instabili di un partito trasformato, per dirla con Sandra Zampa, in una “somma di correnti dove ognuno agisce per conto suo” si stia diffondendo a più livelli. Nella missiva, gli ulivisti spiegano che la loro partecipazione alle riunioni del gruppo dirigente non sarà più garantita e fanno presente a Bersani che “quasi tutte le parole che negli ultimi diciotto anni hanno accompagnato, e guidato, il nostro cammino comune hanno perso il loro senso”.

Per gli ulivisti “dire che abbiamo perso il bandolo della matassa è il minimo ma, assieme a questa asserzione, ci pare fondamentale - sottolineano i firmatari della missiva - riconoscere la necessità di aprire una fase di ricerca, di una ricerca che non possa essere più contenuta nei rituali e nelle procedure di partito ma debba svolgersi, invece, in un clima di assoluta libertà tra i cittadini”. Mentre è improduttivo “continuare con la pratica di riunioni che precipitano in frettolosi voti unanimistici chiamati a confermare decisioni già assunte”.

L’alta tensione tra tutte le anime di partito, insomma, più che covare sotto traccia, è ormai evidente, palpabile e dichiarata. E questa volta si ha davvero l’impressione che non potrà risolversi nell’ennesimo moltiplicarsi di palcoscenici personali, nella forma di associazioni, fondazioni, movimenti e caminetti, ma dovrà portare a un chiarimento duro e probabilmente doloroso.

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