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Tensione alle stelle nel partito

Il Pd inciampa su Bce, referendum e incapacità di scegliere

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Una strategia di massima di politica economica? Nessuna. Una visione del futuro che susciti partecipazione e speranze? Neppure a parlarne. Risposte sul merito dei problemi italiani? Non pervenute. Ricette di buongoverno? Vergate con inchiostro simpatico oppure semplicemente lasciate in bianco. Ipotesi concrete per la premiership? Niente, come sopra. In questo convulso finale di legislatura colpisce la capacità della maggiore forza di opposizione, il Partito democratico, di inchiodare se stesso al destino di sempre, di stampare ossessivamente la stessa fotografia, di ripetere senza soluzione di continuità la stessa strofa, un po’ come la litania bersaniana della richiesta di dimissioni indirizzata verso il presidente del Consiglio. 

Il copione sembra ripetersi all’infinito, con il segretario incapace di scegliere e sempre più ancorato al facile “ma-anchismo” veltroniano. L’ultima dimostrazione di confusione è arrivata ieri con la surreale querelle sulla scelta del candidato alla guida dell’Anci, con Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia, che alla fine di una giornata di passione, ha avuto la meglio sul primo cittadino di Bari, Michele Emiliano. Ma per dipanare la matassa è stato necessario ricorrere a una sorta di primarie interne visto che il dibattito si era ormai avviluppato nel correntismo spinto con gli amministratori locali confusi, arrabbiati, delusi. Pochi giorni prima, invece, era andata in scena la direzione del Pd con un ricco e litigioso menu: scontro sul referendum; divisione sul voto anticipato e, naturalmente anche sulla leadership. Una riunione definita “senza controllo” anche dai fedelissimi del segretario e da tanti dirigenti che hanno ammesso che “se continua così c’è da aver paura perché il nostro elettorato rischia di non seguirci più”. D’altra parte lo stesso Bersani, replicando amaro a tutti coloro che lo avevano messo sotto accusa per la “timidezza” dimostrata nel sostenere la raccolta delle firme per il referendum, aveva scandito: “Mi stupisce che dirigenti del Pd, invece che valorizzare il nostro contributo, lo azzoppino. Per me il Pd non è un optional. Io non sono il segretario di un optional”. 

La tensione, insomma, è ormai tornata ai livelli massimi in un partito le cui anime (Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Ivan Scalfarotto, Matteo Colaninno a favore; Stefano Fassina e Cesare Damiano contro) si sono presentate divise anche sulla lettera inviata in estate dalla Bce al governo. Senza dimenticare il derby sull’ipotesi di un “governo istituzionale”, con il trio Veltroni-Letta-Franceschini schierato a favore e il resto del partito contrario o più semplicemente impantanato nella palude dell’indecisione. E sullo sfondo di ogni animato confronto i veleni e i retropensieri assortiti su chi stia tirando la volata a questo o a quell’altro, su chi voglia fare le scarpe a Bersani per tirare la volata a Renzi e chi desideri invece provare a riportare in auge Romano Prodi. Senza dimenticare l’infinita querelle sulle alleanze che, senza improbabili colpi di scena, sembra destinata a chiudersi con l’accordo soltanto con Antonio di Pietro e Nichi Vendola.

Una chiusura nella ridotta della sinistra che rende ancora più temibile la prospettiva di governare il Paese in una fase, ancora lunga, di crisi economica e di tendenziale recessione con il Pd intrappolato in alleanze che appaiono come una garanzia di litigiosità, di logoramento e di sostanziale ingovernabilità del Paese. Se oggi, infatti, il giochetto di dichiararsi irresponsabili di fronte alle scelte concrete e impopolari della salvaguardia dei conti pubblici si risolve nello stare alla finestra e provare a lucrare decimali di consenso, domani, se il centrosinistra dovesse tornare al governo, questa scorciatoia non sarà più praticabile. E inevitabilmente, quella stessa disciplina europea diventata ora il grimaldello con cui violare le serrature di Palazzo Chigi, imporrà delle scelte. Scelte tanto più dolorose perché non preparate oggi attraverso l’assunzione di una accettabile quota di responsabilità. La stessa che potrebbe assicurare quel minimo sindacale di credibilità necessario ad affrontare quelle sfide - vedi debito da garantire e crescita da assicurare – che qualunque governo non potrà comunque eludere. Né esorcizzare a colpi di demagogia.

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3 COMMENTS

  1. E’ tutto vero purtroppo! Ma
    E’ tutto vero purtroppo! Ma il dramma peggiore è che, mutatis mutandis, le stesse cose possono essere dette della coalizione di governo: liti continue, nessuna strategia di politica economica che vada al di là del tentativo di sopravvivere, visione del futuro smentita impietosamente dalla realtà, ricette di buongoverno e risposte ai problemi del Paese ormai del tutto screditate. Quanto a premiership non siamo messi meglio: L’idolo, il taumaturgo che in passato, lo dico senza ironia, sarebbe stato acclamato dai suoi persino Imperatore a vita, mi sembra che sia, non precocemente, va detto, avviato al tramonto della sua parabola politica.

  2. il PD fa schifo, il PdL che tadisce gli elettori è ancora peggio
    Il PD è un partito assolutamente invotabile, appiattito nella difesa della spesa pubblica, incapace di sfornare proposte che non siano nuove tasse, asservito agli interessi della banda della Marcegaglia e dei furfanti sindacalisti e infarcito di tangentari dalemiani.
    Il PdL e Berlusconi avrebbero la vittoria alle prossime elezioni in tasca nonostante la crisi.
    Invece Tremonti e Berlusconi hanno fatto una manovra di tasse dettata da Bonanni e dai difensori della spesa pubblica: una manovra che colpisce il risparmio dei residenti italiani.
    Questo centro destra è riuscito a tradire e disgustare i suoi elettori a tal punto che quasi certamente non vincerà le elezioni. Non solo. Se per caso in Italia si presentasse una forza politica liberista e ispirata ai tea party, la Lega e il PdL corrono il rischio di estinzione. Ma già adesso perchè dovrei votare costoro se Tremonti-Visco presenta la stessa politica fiscale della sinistra? Oggettivamente tanto vale votare per Visco.
    E ora torna Scajola che ripropone l’alleanza col cattosocialista Casini. E per fare cosa? La patrimoniale, magari? Scajola farebbe bene a ritirarsi dalla vita politica visti i danni che ha fatto finora e invece eccolo a proporre qualche rattoppo di ambigua marca centrista.
    Il PdL è in declino totale perchè si è dimostrato incapace di attuare politiche liberiste e di centro destra: quello per cui era stato votato. I rattoppi al centro rendono solo ancora più schifosa questa mostruosità politica socialista chiamata PdL.
    Il PdL non si salverà con le alchimie da azzecagarbugli. L’unico modo possibile è tornare sui propri passi, rivedere la manovra, togliere le assurde e controproducenti tasse sul risparmio delle persone e inziare a tagliare veramente la spesa pubblica.

  3. svegliamoci
    oltre a incriminare Penati e passare alla controffensiva giudiziaria,per esempio a partire dal caso di Amanda,il comportamento sconsiderato della sinistra,non solo degli urlatori come DiPietro o Grillo si riflette nella pochezza dei loro programmi,già evidenti anche subito,per cui possiamo lavorare noi al loro interno

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