Il Pdl blocca l’assalto di Fli al Senato e fissa il plenum per curare i maldipancia

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Il Pdl blocca l’assalto di Fli al Senato e fissa il plenum per curare i maldipancia

28 Ottobre 2010

Diciannove no a Fini. E ai suoi sovrintendenti, Bocchino e Granata, che sulle agenzie e nei talk politici aggiornano il loro “bollettino di guerra” sulla campagna acquisti, enfatizzando l’imminente trasformazione in futuristi del senatore pidielle di turno. Ieri, in diciannove hanno risposto “no, grazie” alle sirene finiane e a quanti pure dentro il partito, giocano a strumentalizzare malumori e insofferenze incentrati sulla gestione del partito, non sul progetto politico tantomeno sulla fedeltà al mandato ricevuto dagli elettori. Ma una novità nel baillame di dichiarazioni, riunioni, documenti, richieste, rivendicazioni, c’è: tra una settimana (giovedì) si riunisce la direzione nazionale del partito, la seconda dalla fondazione e dopo lo strappo con Fini. 

All’ordine del giorno ci sono le nuove regole di ‘democratizzazione interna’ chieste a gran voce dalla base (congressi, coordinamenti regionali, provinciali e comunali) e il rilancio del partito. Dopo giorni di silenzio, alla fine il Cav. ha “battuto un colpo”, commentano alcuni deputati pidiellini in Transatlantico. Ma sarà anche l’occasione per mettere un punto sulle fibrillazioni, interne ed esterne. Da un lato, una risposta al malumore di molti parlamentari, specie ex forzisti che mal digeriscono l’iperattivismo degli ex aenne-berlusconiani, in particolare quello di Andrea Augello (ex finiano), capo dei ‘pontieri’ nei rapporti con Fli, guardato con sospetto per aver puntato i piedi sulla necessità di un’alleanza col presidente della Camera e proprio per questo criticato da numerosi aennini che coi finiani non vogliono avere più nulla a che spartire.

Dall’altro lato, l’assemblea di giovedì servirà a consolidare l’argine all’offensiva lanciata da Fli al Pdl, perché la “manovra a tenaglia” si fa ogni giorno più serrata, non solo a Roma ma anche sul territorio col tour di Fini che dopo Bari e Milano, domenica riunirà le sue truppe nella Capitale (al teatro Adriano). Evento che suona come una sfida diretta nella roccaforte dei suoi ex colonnelli all’epoca di An. Da questo punto di vista, la direzione nazionale del Pdl sarà anche un modo per rinserrare e ricompattare i ranghi del partito. E non è un caso se ieri la giornata politica è stata contrassegnata dalle smentite dei senatori firmatari del documento dei 25 in cui si sollecita l’avvio della stagione congressuale, non risparmiando critiche sulla gestione del partito.

Il timore di fondo – spiegano – è quello di essere etichettati come truppe in partenza verso il mondo futurista. Così non è, scrivono in una nota Franco Bevilacqua, Domenico Benedetti Valentini, Maurizio Castro, Gennaro Coronella, Laura Bianconi e Cristiano de Eccher, sottolineando che quel documento lo hanno firmato per rafforzare il Pdl, non per abbandonarlo. “Confermiamo di dissentire profondamente dalle posizioni valoriali e culturali di Fli, un soggetto che ci auguriamo rimanga strutturalmente nell’area del centrodestra ma al quale non intendiamo nè aderire nè riferirci”.

A stretto giro, la nota pressoché identica di altri tredici senatori. Paolo Amato, Valerio Carrara, Ombretta Colli, Romano Comincioli, Raffaele Fantetti, Mario Ferrara, Enzo Ghigo, Vanni Lenna, Franco Orsi, Elio Massimo Palmizio, Fedele Sanciu, Aldo Scarabosio, Giancarlo Serafini considerano “inaccettabili i tentativi di strumentalizzazione di chi vuole far passare un documento volto a contribuire al rafforzamento del partito in un tentativo di adesione ad un altro gruppo parlamentare.

Il nostro impegno politico rimane all’interno del Pdl in un rapporto di lealtà verso il presidente Berlusconi, verso il gruppo al Senato e verso il mandato elettorale che i cittadini ci hanno conferito”. L’auspicio nel Pdl è che il vertice di giovedì segni un punto di svolta. Non a caso ieri il tema è stato al centro di due riunioni, alla Camera e al Senato tra i coordinatori nazionali, i ministri Fitto, Sacconi e Gelmini, il capogruppo a Montecitorio Cicchitto e i vertici di quello a Palazzo Madama, Gasparri e Quagliariello.

L’impegno è affrontare la questione nella direzione nazionale e al tempo stesso dare un segnale chiaro di confronto interno. Alle nuove regole sulle quali non tutti tra i parlamentari sono d’accordo (in particolare si contesta il meccanismo di elezione dei coordinatori regionali, cioè la formula dei grandi elettori) si lavora già da alcuni giorni: la commissione dello ‘Statuto del partito’ ha preso in esame “i contributi arrivati dal dibattito di questi giorni” spiega Gasparri.

Una delle opzioni per aumentare il livello di “pluralismo” è creare una cabina di regia composta da cinque persone da affiancare ai coordinatori locali e ai vicari. La verità è che la ‘pressione’ – politica e mediatica – sul Senato è direttamente proporzionale a quello che molti dirigenti vedono come ‘l’assalto finale’ dei finiani al Cav. Che tradotto vuol dire: tentare di erodere la roccaforte pidielle per racimolare i numeri necessari al ‘ribaltone’.

E se questo è l’obiettivo, l’ostacolo più grosso al suo raggiungimento è proprio il gruppo parlamentare di Palazzo Madama dove la maggioranza uscita dalle urne è fortemente autosufficiente.  Del resto, lo stesso presidente della Camera ha dichiarato che l’ipotesi di un governo tecnico non è “un colpo di stato, ma un problema di opportunità”.  Ipse dixit.