Il Pdl deve rispondere alle sparate della Lega con misure economiche e fiscali

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Il Pdl deve rispondere alle sparate della Lega con misure economiche e fiscali

24 Agosto 2009

Alcuni amici, più addentro di me negli arcani della politica, mi hanno spiegato che le sparate dei dirigenti leghisti di questi giorni sono solo un modo criptico per conquistare spazi in vista delle regionali dell’anno prossimo. Tensioni interne alla maggioranza che non debbono preoccupare più di tanto. Mosse tattiche, per quanto scomposte esse siano, che non arriveranno al punto di rottura. Con ogni probabilità le cose stanno proprio così, tuttavia la nuova campagna d’agosto di Bossi merita qualche riflessione non condizionata dall’attualità.

Cominciamo con un ragionamento controfattuale. La politica, come la storia, non si fa per ipotesi, ma ragionare su quello che avrebbe potuto accadere può essere utile per meglio progettare il futuro. Se l’inverno scorso il PdL, sfidando le ire della Lega e rischiando la crisi di governo, avesse avuto il coraggio di far votare i referendum Guzzetta lo stesso giorno delle europee oggi saremmo in situazione ben diversa. Anziché passare il tempo a smentire o ridimensionare le demenziali alzate d’ingegno leghiste, tattiche o machiavelliche che siano, avremmo una legge elettorale più selettiva e funzionale, in grado di portarci in tempi ragionevoli a un riassetto del sistema politico. La chiusura della transizione sarebbe a portata di mano. Al di là delle ipotesi, la morale da trarre di questa favola è abbastanza semplice. Una scelta istituzionale oculata paga sempre e può essere risolutiva. Allora, facciamo tesoro dell’esperienza e teniamoci pronti per la prossima occasione.

Questo ci riporta al problema Lega. Per inquadrarlo in modo essenziale ci si può riportare a due considerazioni una di carattere culturale, l’altra di carattere economico.

La Lega non è un partito della seconda repubblica, ma un residuo incancrenito della prima. Lo mostra il fatto che i leghisti, apparentemente così lontani dalla politica romana e dai suoi rituali, si trovano a loro agio con i mille piccoli sotterfugi che il regime democristiano ci ha lasciato come triste eredità. La polemica fine a se stessa, l’inutile esasperazione dei toni, la mossa tattica furba sono il pane quotidiano del dirigente leghista. Non casualmente il partito di Bossi si trovava molto più a suo agio in una coalizione di governo ampia, come quella della XIV legislatura, mentre soffre la nuova situazione venutasi a creare dopo le elezioni del 2008 e la nascita del PdL.

Più a monte di questo sta poi la confusione di piani che è il tratto distintivo (il tatuaggio avrebbe detto Mario Vinciguerra) del leghismo. Il malcontento del nord nasce da una ragione economico-fiscale. A partire dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso, gli sviluppi della concorrenza internazionale hanno fatto sentire a molte piccole imprese del centro nord in modo assai vivo il peso di un tassazione elevata. Tale disagio è stato accresciuto dalla pessima gestione dei fondi destinati al sud. In questo processo il cosiddetto Irpiniagate, cioè lo sperpero di risorse per la ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia, ha avuto un ruolo decisivo.

Accanto a questo motivo fiscale c’è poi una ragione di tipo più propriamente economica. Gli studi sulle dinamiche dello sviluppo hanno mostrato che la piccola comunità territoriale è oggi la dimensione ideale per promuovere lo crescita economica. È quella che gli esperti chiamano la logica dei distretti. In un’area omogenea, territorialmente delimitata, le imprese fanno sistema. Sul piano delle committenza lavorano per clienti dello stesso tipo e spesso geograficamente omogenei. Per questo hanno bisogno di interlocutori istituzionali vicini che li aiutano nelle scelte da fare sul piano dei servizi e delle localizzazioni produttive.

La Lega si è posta come interlocutore di questa realtà, che non trovava ascolto nel mondo politico, ma lo ha fatto con un rivendicazionismo a base etnico territoriale che ha spostato il baricentro della questione. Così, rispetto alla necessità di attrezzare il territorio per meglio favorire l’internazionalizzazione della vita economica, si risponde con rivendicazioni localistiche. La comunità è invitata a chiudersi anziché a proiettarsi all’esterno.

Questo vizio di fondo che è nel Dna della Lega, può essere un ostacolo decisivo della politica italiana. Per contrastarlo non serve rintuzzare giorno per giorno le litanie leghiste ieri sui dialetti, oggi sull’inno di Mameli e magari domani sulla nazionale di calcio, ma serve un’iniziativa politica conseguente. Il PdL, componente maggioritario del governo, deve porre all’ordine del giorno la riduzione delle tasse (come si è fatto subito dopo le lezioni con l’Ici) e la salvaguardia del territorio. Solo così sarà possibile evitare che il leghismo diventi una micidiale palla al piede per il centro destra.