“Il Pdl dica più no agli sconfinamenti politici del governo Monti”

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“Il Pdl dica più no agli sconfinamenti politici del governo Monti”

31 Gennaio 2012

Il governo Monti ha una missione in un campo recintato: affrontare l’emergenza economico-finanziaria. In realtà, vi sono sconfinamenti che portano a ipotizzare un dilatamento del ‘commissariamento’ oltre il tempo e al di là dei compiti assegnati ai prof. Rischio concreto che Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno e autorevole esponente del Pdl intravede ad esempio nel decreto ‘svuota-carceri’. Su questo ed altro, sprona il partito a fare meglio e di più. Puntando i piedi, con dei no chiari e netti.

Onorevole Mantovano che giudizio dà del governo dei prof?

Una premessa: c’avevano detto che era giusto che il governo precedente pur non avendo avuto nessun vuoto di fiducia, dovesse dimettersi perché c’era una crisi internazionale di carattere economico- finanziario. Sono stati adottati provvedimenti, tuttavia c’è una tendenza ad allargarsi su fronti che non sono economico-finanziari ed hanno rilievo istituzionale. Vorrei capire se questo rientra nei patti – domanda retorica – e soprattutto vorrei che prima che si realizzi questo sconfinamento ci si confrontasse coi partiti che sostengono il governo.

A cosa si riferisce in particolare?

Leggo di ipotesi di cambio dei vertici di qualche forza di polizia e dei servizi, ma non leggo smentite da parte del governo.

Lo ha segnalato proprio ieri in una nota con l’onorevole Crosetto.

Abbiamo constatato in più d’un caso il superamento del recinto di quella emergenza economico-finanziaria per cui l’esecutivo è nato, con provvedimenti assai discutibili, in primis il decreto svuota-carceri. L’avvicendamento di uno o più capi di forze di Polizia, pur formalmente legittimo, proclama l’abolizione di quei confini, politici e di buon senso. Ripeto: è legittimo che un governo così come la legge prevede, decida di operare in questa direzione, però qui stiamo parlando di corpi di polizia e di designazioni fatte dal governo che ha ceduto passo. Ci sono ragioni di buon senso che sconsiglierebbero passi del genere.

Altro caso?

Il decreto che adesso è alla Camera dopo il varo del Senato, con misure rispetto alle quali mi chiedo con chi sono state coordinate e chi le ha condivise: in primis la questione delle camere di sicurezza. Ho l’impressione che vi sia una certa tendenza a dilatare il commissariamento, per usare un eufemismo, e certamente tutto ciò suscita delle perplessità.

Il Guardasigilli Severino ha detto che il tasso di civiltà di un paese si misura dalle condizioni dei suoi penitenziari. Non le sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda?

Se si intende muoversi in continuità con il lavoro svolto dal precedente governo così come il premier ha affermato che si sta facendo sul fronte economico, c’è da chiedersi perchè le risorse che vengono usate col decreto svuota-carceri per ripristinare le camere di sicurezza, non vengano impiegate per aumentare l’organico della polizia penitenziaria. L’Italia ha la popolazione penitenziaria più bassa al mondo in rapporto alla popolazione residente. La questione non è che ci sono troppi detenuti ma pochi posti disponibili. Il precedente governo aveva avviato un piano di edilizia penitenziaria che ha permesso di avere duemila posti in più, non risolutivi per il sovraffollamento ma pur sempre qualcosa di positivo. Ebbene, questi duemila posti non sono fruibili perché manca il personale. Sul decreto sono stati messi 56 milioni di euro, perché non sono destinati al reclutamento del personale magari scalando sugli idonei dei concorsi? Il che significa dedicarsi più alla risoluzione dei problemi contingenti piuttosto che dire che il carcere è brutto, come ciascuno di noi già sa.

Ci sarà pure una cosa che apprezza del piano sulla giustizia del ministro Severino?

Certamente sì. E’ in corso una ricognizione sulle sedi giudiziarie per una razionalizzazione. Sappiano di poter contare sul pieno appoggio di persone di buona volontà perché  il sistema funziona quando non disperde le sue risorse. Nel sistema giudiziario ci sono troppi tribunali e troppe sedi distaccate, oltretutto in un contesto in cui le comunicazioni sono di gran lunga migliori di quelle ai tempi in cui queste strutture sono state create. E’ un lavoro già in qualche misura avviato in precedenza dal ministro Nitto Palma e che ora trova la sua prosecuzione. In sintesi: tutto ciò in cui, nel merito, ci si pone in positiva continuità, c’è la collaborazione più ampia. Sull’ allargamento della missione assegnata, ci facessero sapere prima.

Sta dicendo che non c’è confronto tra governo e partiti della maggioranza?

Sullo svuota-carceri no. C’è stato in un secondo momento in parlamento, tanto è vero che al Senato ci sono stati problemi e credo di non essere profeta se dico che vi saranno pure alla Camera.

Quali sono le sue maggiori perplessità?

Le camere di sicurezza sono strutture chiuse venti anni fa sulla scorta dello stesso concetto di civiltà invocato oggi dal ministro Severino sulle carceri. Talvolta, prima di varare norme bisognerebbe conoscere la realtà su cui si legifera. Basta visitare una camera di sicurezza in una questura o in una stazione dei carabinieri per rendersi conto che si tratta di poco più di uno sgabuzzino dove oltretutto non è possibile garantire livelli di assistenza adeguati, anche sul piano sanitario. L’applicazione di questa disposizione fa sì che le forze di polizia pur di non rinchiudere le persone in luoghi del genere, tenda a ridurre al minimo gli arresti in flagranza e comunque se ci sono suicidi in carcere, cominciano a esserci anche nelle camere di sicurezza: è accaduto a Firenze non più tardi di sabato scorso.  

Quindi alla Camera voterete contro?

Dico solo: non si pensi che se c’è stato un iter travagliato al Senato se ne risparmi uno uguale alla Camera qualora si intendesse mantenere alcune misure.

Gli sconfinamenti del governo in altri ambiti la porta a pensare che Monti e alcuni suoi ministri potrebbero già pensare al 2013 per proseguire magari con un movimento o alla testa di un rassemblement centrista o di centrosinistra?

Se ciò accadesse sarebbe totalmente al di fuori dei patti. Con le dovute distinzioni, sarebbe come se Cincinnato allo scadere del sesto mese avesse detto ‘cari consoli, mi piace, non pensate di ricandidarvi al vostro mandato perché io resto, anzi mi candido da solo’. Tutti sanno che Cincinnato è entrato nella storia perché la sua missione è durata quanto doveva durare. Detto questo nessuno ha gli occhi bendati, per cui ad esempio, le tante deleghe concentrate su di un solo ministro – trasporti, infrastrutture e sviluppo economico – sono fonti di tentazione a guardare al dopo e magari a diventare punto di riferimento di uno schieramento ipotetico che potrebbe ripresentarsi alle elezioni.

Secondo lei in questa fase la politica è sospesa?

Non direi. Un po’ tutti i partiti attraversano una fase complessa. Non voglio fare i conti nelle tasche degli altri, ma certamente il Pdl vive la difficoltà di una scelta di responsabilità nel sostenere questo governo anche se magari non ne condivide alcune decisioni. Pur non essendo direttamente coinvolto nelle iniziative dell’esecutivo, vive una difficoltà accentuata dal dover giustificare provvedimenti dolorosi che, peraltro, non si sa quanto possono reggere in una situazione obbligata.

C’è il rischio di una scomposizione degli attuali assetti politici?

C’è ma come esiste il rischio di andare fuori strada se non guido l’auto con attenzione e prudenza. Lo si scongiura con la capacità di essere se stessi e di fare la propria parte pur negli spazi limitati a disposizione. Torniamo ad esempio alla tendenza allo sconfinamento da parte del governo su versanti istituzionali: a mio avviso il Pdl dovrebbe assumere una posizione più ferma e netta.

Come?

Da un lato puntando i piedi quando si verifica lo sconfinamento e il decreto svuota-carceri può rappresentare una sorta di incursione; dall’altro se è vero che stiamo con Pd e Udc a sostenere l’esecutivo ciò non vuol dire accogliere acriticamente quanto proposto da queste forze politiche.

Faccia un esempio.

Cito un atto parlamentare che giudico preoccupante. Alla vigilia della missione in Libia del premier Monti,  in parlamento ci sono state varie mozioni sull’immigrazione e sugli accordi con la Libia. Le mozioni di Pd e Udc sono state fortemente critiche nei confronti della politica di Berlusconi con toni pesantissimi in base ai quali siamo stati descritti come criminali che hanno buttato a mare i richiedenti asilo, cosa assolutamente falsa. In nome del congiunto sostengo all’esecutivo, noi non abbiamo fatto molta resistenza sulle mozioni che infatti sono passate con addirittura l’indicazione all’astensione da parte del Pdl, quando invece non dovevano essere presentate o comunque avremmo dovuto esprimere voto contrario. A parti invertite, tutto ciò non sarebbe mai successo. Queste materie non vanno trascurate: non dobbiamo cadere inavvertitamente nell’idea che quando eravamo al governo, di sicurezza si è occupata solo la Lega. Il Pdl dovrebbe rivendicare gli ottimi risultati raggiunti in tre anni. Ciò permetterebbe di farlo in maniera ancora più convinta quando in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario qualche presidente di Corte di Appello dica stupidaggini sul nostro conto, come accaduto a Milano o Lecce.

Parliamo del Pdl. Fibrillazioni specie tra gli ex An: c’è chi ipotizza gruppi parlamentari autonomi, chi vorrebbe staccare la spina a Monti. Molto attivo in queste settimane l’ex ministro La Russa. Che succede?

E’ necessario fare una distinzione tra la dimensione territoriale e quella nazionale. Il territorio sta vivendo una stagione con potenzialità molto positive perché per la prima volta si affronta seriamente il tema del futuro partito coi congressi che in queste settimane si stanno celebrando in tutte le province e con le primarie per la selezione dei candidati sindaco nei comuni al voto in primavera. Due novità senza precedenti nella storia del Pdl. Il partito è nato alla vigilia delle politiche, poi l’impegno al governo hanno portato il presidente Berlusconi a una scelta di necessità, anche attraverso nomine dall’alto: la mia non è una critica quanto la costatazione che in quelle condizioni non si poteva fare diversamente. In un secondo momento, è stato deciso di darsi regole e forme organizzative e questo sta provocando sul territorio scossoni positivi. Ricordo sempre l’espressione che più di una volta Berlusconi ha usato in pubblico e in privato quando parlava del Pdl come di una ‘monarchia anarchica’ nel senso che lui è il re e ciascuno fa ciò che gli pare. Senza mettere in discussione Berlusconi, adesso c’è l’occasione per evitare che questo schema si riproduca sul territorio per cui c’è il capetto locale che pensa di essere il monarca e gli altri che si ribellano. Il passaggio congressuale serve a verificare se c’è la possibilità di fare sintesi su posizioni diverse ma assolutamente legittime e fisiologiche per un grande partito, discutendone e riconoscendo a ciascuno la propria consistenza, oppure misurarsi con mozioni e candidati alternativi. Stesso discorso per le primarie, ed è bello vedere che questo meccanismo innestato, sta riuscendo a vincere resistenze e rendite di posizione.

Sì ma se gli ex An si agitano fino ad ipotizzare gruppi parlamentari autonomi, vuol dire che dopo tre anni l’amalgama nel Pdl ancora non c’è. Cosa risponde?

Sul territorio non esiste il concetto di provenienza An o Fi. Nella dimensione nazionale, invece, vedo qualche riflusso in questa direzione. C’è chi ritiene di parlare a nome di tutta la destra e non è autorizzato a farlo.

Sia più chiaro, a chi si riferisce?

L’area che si riconosce in Alemanno certamente non si sente rappresentata dalle uscite di La Russa. Se dalla dimensione nazionale si guardasse di più a come sta andando sul territorio si troverebbe più di un motivo per lasciarsi alle spalle certi velleitarismi.

Non giriamoci attorno: esiste concretamente il rischio che la destra italiana si ricomponga smarcandosi più o meno progressivamente dal Pdl?

Non esiste. L’unico rischio che vedo è che un eventuale partito del ministro delle infrastrutture eroda la parte più centrista del Pd e quella del Pdl.

Bene la stagione dei congressi, ma in Puglia andate allo scontro tra maggioranza e minoranza, col potenziale effetto che la regione resti a Vendola e molti comuni alla sinistra.

Il Pdl è un grande partito e al suo interno è fisiologico avere differenti posizioni. La differenziazione può essere ricomposta riconoscendo a ciascuno il proprio ruolo, altrimenti esiste il confronto democratico. In gran parte delle province pugliesi si va al confronto congressuale, poi ci sono le comunali in quattro capoluoghi: Trani, Brindisi, Taranto e Lecce, oltre a sfide in città importanti quali Martinafranca.

Non ha risposto. In questo modo non temete di consegnare la Puglia ancora per lunghi anni a Vendola e alla sinistra?

La scelta è tra canalizzare nella sede congressuale il confronto e le differenti posizioni che stanno dentro uno schema fisiologico per un grande partito, oppure continuare come accaduto finora nell’imposizione di candidati che non sono frutto di una condivisione e continuare a perdere.

Quindi la sfida congressuale tra maggioranza e minoranza la vede come un’opportunità per cambiare lo status quo?

E’ la strada per uscire dalla logica di un Pdl più prossimo al Pci della Bulgaria anni ’60 e più vicino a un partito democratico. Se, come immagino, nelle province pugliesi ci sarà un confronto tra maggioranza e minoranza, ciò rappresenterà l’affermazione, la vittoria di un metodo nuovo. La sconfitta è continuare con lo schema che se uno dissente deve uscire dal partito come purtroppo accaduto per personalità importanti e significative. Chi sta presentando liste alternative lo fa per permettere al Pdl di essere un grande partito e non un carciofo.

Cosa racconterà il Pdl agli elettori nel 2013?

Il quadro complessivo in questo anno e mezzo va completato, quindi ogni cosa a suo tempo.

Non la preoccupano i sondaggi che danno il Pdl tra il 22 e il 24 per cento, con un 45 per cento di indecisi o persone che non andranno a votare?

Leggo i sondaggi come materia su cui lavorare, nel senso che questi dati sono coerenti col risultato delle ultime amministrative. Se guardiamo a cosa è successo in città non marginali quali Milano e Napoli, ci rendiamo conto che l’elettorato di sinistra non è aumentato bensì leggermente diminuito mentre quello del centrodestra ha subito un forte decremento. Tuttavia gli elettori del centrodestra sono rimasti a casa, non sono trasmigrati altrove. Certamente nel dato del 45 per cento – punto più punto meno – dell’area del non voto c’è una parte significativa che ha votato centrodestra. Noi dobbiamo lavorare da qui al 2013 per ridare a questi elettori le ragioni del loro sostegno.

Monti taglierà il traguardo del 2013 o il Pdl staccherà prima la spina?

Rispetto al novembre scorso, il quadro non è cambiato e la politica italiana ha lo stesso grado di autonomia di una persona con una pistola puntata alla tempia. Se oggi noi staccassimo la spina ci ritroveremmo Monti per cinque anni eletto dagli italiani. Poiché la fase descritta e le sue finalità sono simili al modello Cincinnato, aspettiamo che i sei mesi si dilatino fino alla primavera del 2013 e arrivino a compimento.