Il Pdl è pronto a scendere in piazza contro il disegno golpista anti-Cav.

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Il Pdl è pronto a scendere in piazza contro il disegno golpista anti-Cav.

05 Ottobre 2009

La controffensiva alla campagna d’ottobre anti-Cav. è sul tavolo del Pdl. Fabrizio Cicchitto svela per primo l’intenzione: chiamare a raccolta il popolo di centrodestra per dire basta e rispondere così alla manovra concentrica e “a orologeria” che vorrebbe ribaltare ciò che col voto è stato sancito democraticamente. 

 Un “assedio”, un “golpe anti-italiano” lo chiama Berlusconi. Ma se si mette in fila la sequenza degli eventi qualche sospetto viene: prima la grancassa sul D’Addario-gate con l’offensiva mediatica scatenata per mesi da Rep e L’Espresso, poi la manifestazione per la libertà di stampa trasformatasi nella sfilata di esponenti della sinistra in cerca d’identità e di una nuova legittimazione giocata di nuovo sull’anti-berlusconismo, unico collante per nascondere debolezza politica e lotte intestine in chiave pre-congressuale (vedi Pd). Con in più il paradosso che gli stessi che si ergono a paladini dell’informazione libera sono coloro che non esitano ad agitare la clava della censura contro l’editoriale di Minzolini, il direttore del Tg1 colpevole di non cantare col resto del coro intonato a piazza del Popolo.

 Il cerchio si chiude con la sentenza sul Lodo Mondadori che condanna Fininvest al pagamento di 750 milioni alla Cir di De Benedetti e ruota attorno al teorema (coniato ai tempi di Mani Pulite ma adattabile a qualunque stagione, come la cronaca di questi anni racconta) del “non poteva non sapere”  cucito addosso al premier che il giudice milanese Raimondo Mesiano considera “corresponsabile della corruzione” di Vittorio Metta, il giudice che assegnò la Mondadori al gruppo del Biscione. Infine il pronunciamento della Consulta sul lodo Alfano, attesissimo tra oggi e domani.

 Il Cav. rompe il silenzio di questi giorni per dire che non ci sta e per mandare messaggi precisi a quanti vaticinando il no della Consulta sul Lodo Alfano vagheggiano nuovi scenari ed equilibri politici per il dopo-Berlusconi – governissimi o ribaltoni – magari bipassando il ritorno alle urne. Il presidente del Consiglio non ci gira intorno quando definisce il verdetto che condanna Fininvest “una sentenza al di là del bene e del male, certamente una enormità giuridica”, si dice “allibito” ma ai suoi detrattori ribadisce che “il governo porterà a termine la sua missione quinquennale, non c’è nulla che potrà farci tradire il mandato che gli italiani ci hanno conferito”. E sarà così anche nel caso in cui la Corte Costituzionale dovesse indicare un percorso istituzionale per varare la norma: eventualità che nelle file della maggioranza viene valutata con una certa preoccupazione proprio per il clima alzo zero tra i due schieramenti che un nuovo passaggio in Parlamento potrebbe comportare. Dunque, il premier mette in chiaro che niente potrà sovvertire la volontà degli elettori che lo hanno votato e lo sostengono e non ci sarà alcun contraccolpo tale da portare ad una fine anticipata della legislatura. A dargli man forte è il presidente della Camera Gianfranco Fini d’accordo sulla necessità di andare avanti senza passare da soluzione tecniche. Seppure senza alcun riferimento diretto, nella sua lectio magistralis all’Università di Napoli ricorda che “nel nostro sistema la maggioranza è quella che esce dalle urne. Non a caso gli elettori che hanno votato nelle ultime politiche hanno trovato sulla scheda il nome del candidato premier”.

 Resta sullo sfondo l’ipotesi di voto anticipato. Pdl e Lega la brandiscono come arma per contrastare il tentativo di chi (politici e non) insegue disegni alternativi alla compagine che ha vinto le elezioni, magari prefigurando esecutivi tecnici o istituzionali. Il Carroccio, prima con Calderoli poi con Bossi, si dice pronto nel caso di “un golpe mediatico-giudiziario”, anche se poi il Senatur aggiunge che la legislatura durerà fino alla scadenza naturale e “andremo avanti a fare le riforme”.

E’ il momento di reagire, confermano da via dell’Umiltà dove nelle prossime ore l’idea della manifestazione di piazza sarà declinata in una data e in un location. Si pensa al mese di dicembre, anche per ricordare simbolicamente la mobilitazione popolare a Roma del 2006 contro le tasse di Prodi e si ragiona sulle date del 2 e 5, forse nella stessa piazza di allora:  San Giovanni . E’ probabile che dell’iniziativa si parli già oggi nel seminario sulla forma partito organizzato dal gruppo Pdl a Palazzo Madama coi tre coordinatori nazionali che anche ieri non hanno usato parole di velluto contro “la strategia mediatico-giudiziaria” e le tentazioni da “governissimo” rispolverate dall’opposizione (compresi Rutelli e Casini).  Sandro Bondi dice che è arrivato il momento di “difendere la libertà e la democrazia nel nostro paese”, Ignazio La Russa ripete che occorre “rispondere agli attacchi” e assicura che gli ex An non mancheranno all’appello, mentre Denis Verdini si scaglia contro la sentenza sul Lodo Mondadori: “Se ieri avevamo il sospetto che la sentenza civile fosse esclusivamente politica, oggi, leggendo le motivazioni, ne abbiamo la matematica certezza”.

Rincara la dose il ministro Maurizio Sacconi convinto dell’evidenza di una “campagna di intimidazione alla quale non ci piegheremo, è ora di difendere anche i diritti della maggioranza democratica del paese” e i vertici dei gruppi parlamentari di Camera e Senato ci vanno giù duro: “La tempistica e i contenuti di una sentenza che a 20 anni dai fatti arriva con sospetta puntualità rafforzano l’opinione di quanti, come noi, pensano che vi sia chi sta tentando, con mezzi impropri, di contrastare la volontà democratica del popolo italiano”, scrivono in una nota congiunta Cicchitto, Gasparri e i rispettivi vicepresidenti Bocchino e Quagliariello evidenziando il tentativo di delegittimare l’azione di un governo che “affronta con energia e consenso largamente maggioritario la realizzazione degli impegni assunti con gli elettori e ogni emergenza". Dunque il centrodestra andrà avanti “nella politica del fare e del governare, che nessun disegno eversivo potrà sconfiggere”.

 Immediata la replica del Pd con i capigruppo Antonello Soro (Montecitorio) e Anna Finocchiaro (Palazzo Madama) e i rispettivi vice Luigi Zanda e Marina Sereni che tuonano: “L’arrogante rivendicazione di impunità e la patetica denuncia di complotti da parte del Pdl – si legge nella nota congiunta  – segnala in modo impietoso la consapevolezza del fallimento nella prova di governo. I capigruppo Pdl di Camera e Senato stanno cercando di deformare una sentenza e di trasformarla in un atto politico di parte”.

 Clima arroventato tra i due schieramenti in attesa di un’altra giornata che si prospetta al fulmicotone. Ne è convinto l’ex Guardasigilli Roberto Castelli quando dice che la sentenza sul Lodo Mondadori “è solo l’assaggio” di una “battaglia giudiziaria in previsione di cosa dirà la Consulta”.