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Il Pdl si deve stringere intorno alla voglia di cambiamento dei napoletani

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Primarie che vincono, primazie che perdono. La Campania, all’alba delle affollatissime consultazioni democrat, stenta a riconoscere la legittimità degli strumenti di cui ha ritenuto indispensabile dotarsi. Ranieri annuncia ricorsi, Oddati e Mancuso gli fanno eco, il Sindaco Iervolino deplora lo sciacallaggio, i leader regionali tacciono, Cozzolino si amareggia ma incassa la vittoria.

Napoli guarda e attende. Ma non senza palesare la propria legittima richiesta di partecipazione. Cinque anni di immobilismo pesano come un macigno dal quale è difficile non restare schiacciati e lo spettro del bassolinismo (e non solo quello) aleggia indisturbato, alimentando lo scetticismo di quanti rivendicano discontinuità.

Ma discontinuità da cosa? Dall’antiprogetto amministrativo che ha di fatto allontanato Napoli dalla regia del Mediterraneo, attanagliandola in un malcelato nepotismo senza prospettiva, o dalle logiche partitiche nelle quali, dalle diverse angolature, si stenta a riscoprire il merito?

Leadership contro membership: quando il metodo è la cooptazione, il risultato rischia di ledere il rapporto di interlocuzione con la base del partito; quando, al contrario, è la consultazione popolare a riscrivere le dinamiche interne anche di una campagna elettorale, la deriva possibile (e molto probabile) è quella del correntismo sfrenato.

Ma i 45mila napoletani in fila ai seggi, in una gelida domenica di gennaio, sono il simbolo evidente di un volontà che non tutti vogliono accettare: le primarie, svincolando lo strumento tout court da qualsiasi debacle mediatica imputabile ai singoli protagonisti, hanno un valore necessario.

I tempi stringono e le attese crescono. Al Popolo della Libertà, che ha già brillantemente dimostrato di saper vincere le più complesse scommesse elettorali, in ultimo quella di Santa Lucia, non resta allora che fare cerchio intorno ad un profilo alto. Il territorio è la chiave di volta. Nel tempo politico della precarietà, che rischia di tramutarsi in balcanizzazione, la risposta arriva da quanti, e sono tanti, chiedono a voce bassa di essere parte attiva di un processo di trasformazione che eluda il rischio dell’estinzione. E, per farlo, è necessario che le energie positive vengano riconosciute come ineludibili per una nuova strutturazione che, dopo la vittoria elettorale, voglia davvero governare.

Gli slogan assorbono gli umori, ma potrebbero non bastare a raccogliere consenso. Lo spazio di recupero, adesso, è garantito dalla reticenza dei democratici ad ammettere il risultato delle primarie alle quali, formalmente, nessuno vorrebbe rinunciare.

Mentre il Pd si diverte nel riconteggio e nella demagogia del riconteggio, il Pdl giochi a carte scoperte. Non ha saputo battere l’avversario d’anticipo, pur ereditando l’esperienza di anni di opposizione a Palazzo San Giacomo, dimostri allora di avere il piglio per viversi con intelligenza una competizione da condurre quartiere per quartiere, nello scenario metropolitano di una Napoli che è simbolo di tanto altro. Potrebbe essere anche l’occasione giusta per dare al partito quella organizzazione che gli consentirebbe non solo l’esistenza, ma la (quasi) infallibilità. Altrimenti, passato il Santo, si resta senza patroni. E pure senza festa.

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