Il Pdl sonda Pd e Lega sulle riforme: primi sì su bipolarismo e stop a liste bloccate
08 Febbraio 2012
Di Pietro ci vede un sottoscala e dice no. Pdl, Pd e Lega un’occasione per giocare a carte scoperte e provare a fare riforme quanto più condivise. Del clima “oscuro e pericoloso” che il leader Idv evoca in realtà non c’è nulla, piuttosto c’è la consapevolezza che mai come in questa fase la politica non può predicare e poi non fare perché il rischio è che si auodissolva. Consapevolezza che diventa il filo da tessere nella due-giorni di bilaterali avviati dal Pdl con tutte le forze politiche, quelle che sostengono Monti e quelle che non stanno in parlamento. Prove tecniche di riforme: dall’architettura dello Stato alla legge elettorale.
Ieri la Lega, poi il Pd. Oggi l’Udc, la sinistra radicale e la Destra di Storace. La sintesi del primo round sta nella nota congiunta Pdl-Pd sui punti messi in chiaro: cambiare l’attuale sistema di voto, dare all’elettore più potere nella scelta dei propri rappresentanti, ad esempio col superamento delle liste bloccate, ma a patto che questo non venga barattato con la possibilità di scegliere governo e del premier. In altre parole, entrambi i partiti convergono sul mantenimento di un impianto bipolare, un bipolarismo tendenziale che assicuri stabilità e governabilità all’interno del quale dichiarare alleanze, programmi e candidato premier prima del voto e non dopo in parlamento. Adesso, il punto di caduta sta nel rendere accettabile questo schema anche per le altre forze politiche, in testa l’Udc. Lo schema attorno al quale si è cominciato a discutere è quello di un bipolarismo tendenziale che fisiologicamente e in condizioni normali garantisca la competizione e l’alternanza tra schieramenti ma che al tempo stesso, di fronte ad emergenze nazionali o internazionali (vedi la crisi economica), non escluda che le forze politiche possano temporaneamente operare insieme nell’interesse del paese.
Intesa di massima anche sul superamento della frammentazione della politica nei mille rivoli di partitini con percentuali da prefisso telefonico e la frantumazione della rappresentanza parlamentare. Una distorsione da superare innalzando le soglie attuali di sbarramento considerate “troppo esigue” e su questo si è registrata una convergenza di fondo, come su quella che resta la condizione fondamentale del tornare a parlarsi e a vedere se ci si può intendere sulle cose da fare: riforme costituzionali e legge elettorale devono andare di pari passo e, se c’è la volontà (come ieri è parso), procedere speditamente nei due rami del Parlamento da qui al termine della legislatura. La dimostrazione plastica sta nel testo sulla riforma dei regolamenti parlamentari firmato da Quagliariello (Pdl) e Zanda (Pd) sul quale si è discusso per due anni e si è presentato al Senato in una settimana.
I capitoli del libro sulle riforme sono già noti e tra questi, il superamento del bicameralismo perfetto, maggiori poteri al governo e un iter legislativo più rapido in parlamento, modifica dei regolamenti parlamentari, riduzione del numero di deputati e senatori. Tasto quest’ultimo sul quale la delegazione del Carroccio guidata da Calderoli ha spinto di più.
Certo, trovare la quadra sulle riforme istituzionali tra Pdl e Lega è fiosologicamente più facile per la delegazione pidiellina composta da Quagliariello, La Russa e Bruno, perché c’è un lavoro comune portato avanti in questi tre anni al governo e tradotto in atti e proposte di legge; ma la novità che in molti nel centrodestra salutano positivamente è la disponibilità a imprimere un’accelerazione arrivata dalla delegazione democrat guidata da Violante.
Quanto ai modelli elettorali che dovranno essere messi a confronto ed esaminati al tavolo delle trattative non c’è ancora nulla di definitivo e non poteva che essere così trattandosi del primo incontro (servito tra l’altro a ‘prendere le misure’) perché come osserva un autorevole esponente pidiellino “se alla fine di ogni incontro bisogna fare il gioco della torre non andiamo da nessuna parte”. Tuttavia, secondo i commenti bipartisan di numerosi parlamentari, Pdl e Pd avrebbero ragionato su un sistema tedesco-spagnolo da adattare alla realtà italiana. Siamo ancora ai titoli di testa, per carità, ma punti di contatto ce ne sono. Comuni denominatori messi in chiaro sui quali impostare l’agenda delle riforme.
Il Pdl ci punta molto, da un lato per portare a compimento nella maniera più condivisa possibile quanto avviato in questi tre anni; dall’altro togliere qualsiasi alibi a quanti sotto sotto vorrebbero tenersi il ‘Porcellum’ e sono pronti a imputare al Pdl un eventuale fallimento dell’intesa sulla legge elettorale.
Il faccia a faccia Pdl-Lega si è focalizzato sull’analisi delle cose che nell’attuale sistema di voto non vanno: non funziona il collegamento tra elettore ed eletto anche se questo non vuol dire automaticamente il ritorno tout-court alle preferenze viste la contrarietà del Carroccio e pure del Pd che Violante riassume così: “Assolutamente contrario”. Non funziona l’attuale soglia di sbarramento che non evita affatto la frammentazione della politica e della rappresentanza parlamentare e c’è bisogno di rimettere mano anche alla questione delle “maggioranze diverse tra Camera e Senato a causa della diversa attribuzione del premio di maggioranza”, come spiegano da Via dell’Umiltà.
I tempi della ‘road map’ sono contingentati, il Quirinale segue con attenzione la questione come pure Schifani e Fini che sollecitano una conferenza congiunta dei capigruppo di Camera e Senato, in agenda già oggi. “Se son rose fioriranno” commenta prudente Bersani, mentre Casini anticipa la sua ‘ricetta’: riforme costituzionali che fissino uno stop al bicameralismo perfetto e cento parlamentari in meno, oltre a una legge elettorale col parlamentare scelto dall’elettore. Nel Pdl si mantiene un cauto ottimismo ribadendo la volontà di lavorare in campo aperto e alla luce del sole per arrivare a una sintesi condivisa e più ampia possibile anche se questo non può dare a nessuno un diritto di veto permanente. Insomma, si cerca la migliore soluzione, ora che tutti si dicono convinti di un fatto: il governo Monti taglierà il traguardo del 2013.
