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La difficoltà della quarantena

Il peso del lockdown? Quasi tutto sulle donne

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La pandemia ha fatto emergere e accelerato disuguaglianze già in atto. Un’indagine Ipsos racconta che il 60 per cento delle donne italiane ha dovuto gestire completamente da sola il carico familiare in tempo di lockdown. Un dato che al Sud sale fino al 93 per cento. Si tratta di numeri che fotografano uno scenario inaccettabile per un Paese come l’Italia e che, al netto dell’emergenza, ci restituiscono una drammatica realtà: nel mercato del lavoro, le donne continuano ad essere quelle più penalizzate. E ora, anche rispetto alla crisi del 2008, rischiano di pagare il prezzo più alto per il post Covid.
In un Paese in cui gran parte degli oneri demografici di cura dei bambini e degli anziani ricadono sulle loro spalle, la crisi che stiamo vivendo fa di loro le vittime perfette, anche a causa dell’assenza di specifiche politiche di welfare. Proprio la ricerca di un equilibrio tra vita privata e carriera è una delle grandi sfide che le donne italiane che scelgono di diventare madri, in particolare al Sud dove oltre 1 mln sono occupate nel sommerso, sono chiamate ad affrontare.
Guardando più nel dettaglio ai numeri, sono 6,2 mln le mamme in Italia con almeno un figlio minorenne. Sempre meno giovani, in molte costrette a rinunciare alla professione, a vivere un eterno presente perché incapaci di immaginare un futuro di stabilità economica e di prosperità. Tre mln di lavoratrici hanno figli fino a 14 anni, 1,3 mln hanno bambini inferiori a 6 anni. Mentre nel 65% dei casi gli uomini sono concentrati in settori a basso rischio contagio, le donne solo nel 37% dei casi sono quelle più esposte. Anche perché i due terzi di loro fanno parte del personale sanitario. Ma di queste, ben 750 mila combinano al rischio per la propria salute il peso per il lavoro domestico e la cura dei figli e, con le scuole chiuse e i nonni fuori gioco, fungono da veri e propri ammortizzatori sociali. Porre rimedio a queste differenze è un obiettivo politico primario, non solo sociale e morale, nella ripartenza. Escludere o ridurre in modo significativo le potenzialità anche produttive dell’altra metà dell’universo umano significa comprimere le possibilità di un Paese come il nostro di contrastare i drammatici effetti della crisi post Covid. Ecco perché allineare la riapertura degli asili nido e della scuola con l’esigenza di far ripartire l’economia, garantendo la sicurezza di tutti, è un’operazione necessaria, e che deve essere accompagnata da un deciso rilancio di politiche per la famiglia. Misure serie e strutturali, non pubblicitarie e di facciate, che siano davvero in grado di favorire la natalità e soprattutto di ampliare gli spazi di crescita professionale per le donne-mamme-lavoratrici. Non basta certo lo smart working – che oggi viene declinato come strumento di prevenzione sanitaria anche a costo della compressione della produttività individuale – quanto piuttosto è necessaria una rimodulazione del welfare aziendale che finalmente coniughi la flessibilità temporale con quella organizzativa.
Questo non è il tempo in cui una società che voglia guardare con serenità al proprio futuro possa ancora permettersi che le donne sia costrette a scegliere tra lavoro e famiglia. Creiamo per le donne le condizioni per entrare e rimanere nel mercato del lavoro, acquistiamo consapevolezza che le donne rappresentano una risorsa economica supplementare e inespressa che ora deve essere utilizzata come volano di sviluppo. Solo dando valore a questo dato, l’Italia potrà davvero ripartire per dare nuovo impulso alla crescita economica. Ecco perché il primo passo da compiere è quello di restituire alle donne la libertà di scegliere e il coraggio della speranza.
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