Il podio dell’ONU per i dittatori che non cadono mai come il vecchio Mugabe

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Il podio dell’ONU per i dittatori che non cadono mai come il vecchio Mugabe

25 Settembre 2010

È iniziato il 23 settembre a New York il dibattito della 65a Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in corso quest’anno dal 14 al 30 settembre. Come di consueto, man mano che i capi di stato e di governo dei 192 stati membri sfilano al Palazzo di Vetro, l’evento assume la piega di un attacco coordinato ai paesi più industrializzati e in particolare all’Occidente a cui i leader del cosiddetto Sud del mondo imputano la responsabilità di tutti i fallimenti e i traguardi non raggiunti. Questa volta l’attenzione si focalizza sul fatto ormai certo che non verranno realizzati entro il termine previsto del 2015 gli Obiettivi del millennio per sconfiggere la povertà, fissati dall’ONU dieci anni fa.

La colpa si fa ricadere sostanzialmente su un presunto mancato rispetto degli impegni finanziari assunti dai paesi ricchi i quali sarebbero inoltre responsabili di danni incalcolabili arrecati a quelli poveri dai cambiamenti climatici e dalla crisi finanziaria internazionale. È in questi termini che, uno dopo l’altro, si esprimono i capi di stato e di governo africani: nei loro interventi immancabilmente parlano di democrazia reclamando più potere in sede ONU, invocano con veemenza il rispetto dei diritti umani, condannano il modello di sviluppo occidentale e sollecitano contributi finanziari astronomici dall’Occidente a riparazione dei suoi misfatti. Tanto si mostrano fermi nel denunciare i torti inflitti dai paesi ricchi e nel deplorare le condizioni di povertà in cui versano i rispettivi paesi da far quasi pensare che siano convinti essi stessi di quel che dicono.

Invece molti di loro sono dittatori, conclamati o dissimulati, ai vertici di leadership corrotte e prive di scrupoli, arricchitesi attingendo senza ritegno alle casse pubbliche a spese dei loro connazionali su cui spesso infieriscono senza rimorsi quando osano protestare per le vie delle capitali o semplicemente tentando di liberarsi di loro quando sono chiamati alle urne. Modello ideale di due generazioni ormai di leader africani è Robert Gabriel Mugabe che dal 1980 – prima come primo ministro e poi, dal 1986, da presidente – è alla guida dello Zimbabwe. È arrivato a New York con una delegazione di 80 elementi, al costo di ben due milioni di dollari, una cifra enorme per un paese in cui il tasso di disoccupazione ufficiale è del 90%, mancano i soldi per pagare i dipendenti pubblici e, malgrado una debole ripresa delle attività economiche, 10 milioni di persone, su una popolazione di 13, tuttora vivono in condizioni di estrema povertà, privi dei beni essenziali.

Il tracollo economico dello Zimbabwe che per decenni è stato una delle più prospere realtà economiche del continente – esportava cereali, tabacco e altri raccolti ed era portato a esempio di sviluppo economico e sociale con tassi di scolarizzazione superiori all’80% e un reddito pro capite doppio della media continentale – è il risultato dell’applicazione del modello economico socialista imposto dal ‘compagno’ Mugabe in alternativa al capitalismo. Il colpo di grazia è arrivato nel 2000 quando, adducendo il pretesto di una doverosa riforma agraria, Mugabe ha ordinato l’esproprio di migliaia di fattorie, per lo più di proprietà di cittadini bianchi, che producevano per il mercato interno e internazionale. I terreni, un tempo fertili, da allora sono incolti o vengono coltivati con attrezzi rudimentali da famiglie che ne ricavano al meglio di che sfamarsi. Per il paese è stata la bancarotta che ha provocato una crisi umanitaria di proporzioni devastanti. Nel 2008 il tasso di inflazione aveva raggiunto i 12,5 milioni per cento e tre milioni di zimbabwani disperati avevano lasciato il paese quando Mugabe ha deciso di candidarsi ancora una volta alla carica di capo di stato.

Sconfitto dall’avversario storico, Morgan Tsvangirai, ha rifiutato di accettare il verdetto popolare prima rimandando per settimane la pubblicazione dei risultati elettorali e poi, dopo una cruenta campagna di intimidazione, imponendo un ballottaggio che ha vinto solo perché Tsvangirai ha deciso di non presentarsi temendo ulteriori ritorsioni sulla popolazione in caso di sua vittoria. Nel luglio del 2008, mentre una pagnotta di pane arrivava al vertiginoso costo di 100 miliardi di dollari zimbabwani, la crisi politica si risolveva con la formazione di un governo di unità nazionale che ha permesso agli avversari di Mugabe di spartire con lui la “torta” delle cariche governative.

Nel febbraio del 2009 Mugabe festeggiava il suo 85° compleanno regalandosi una villa in un complesso residenziale di Hong Kong costata 4,5 milioni di euro e pretendendo una festa pagata con denaro pubblico: ad accogliere gli invitati, una mensa ricca di 2.000 bottiglie di champagne Moet & Chandon e Bolliger, annata ‘61, 8.000 aragoste, 100 chilogrammi di scampi, 4.000 porzioni di caviale, 8.000 scatole di cioccolatini Ferrero Rocher e molto altro ancora. Nel frattempo la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa rimproveravano i donors internazionali per la lentezza con cui fornivano contributi, sostenendo di aver ricevuto soltanto il 45% dei sette milioni di euro richiesti.

Parlando all’Assemblea Generale nei giorni scorsi, Mugabe ha ancora una volta accusato Europa e Gran Bretagna: secondo lui tutta la colpa è delle sanzioni imposte allo Zimbabwe a partire dal 2002. Qualcuno dovrebbe ricordargli che erano state decise in seguito ai clamorosi brogli e alle violenze con cui lui e il suo partito, lo Zanu-Pf, avevano conservato il potere contro la volontà popolare alle elezioni politiche del 2002.