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Il Ponte di Genova è simbolo dell’Italia che riparte

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L’Italia riparte. E il simbolo di questa ripartenza è il nuovo viadotto di Genova che sorge sulle ceneri del ponte Morandi crollato il 14 agosto 2018, crollo che ha portato via con sé ben 43 vite umane. A 20 mesi di distanza da quell’accadimento, è terminato il varo della diciannovesima campata d’acciaio del nuovo viadotto sul Polcevera, lungo 1067 metri.

All’inaugurazione della nuova struttura, progettata dall’architetto Renzo Piano, erano presenti le principali istituzioni, sia nazionali che locali, in primis il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, giunto nel capoluogo ligure, ha ricordato che quello di Genova “è il cantiere dell’Italia che sa rialzarsi, che si rimbocca le maniche, non si lascia abbattere, non si lascia sopraffare”. Il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha chiarito che il ponte è “anche il simbolo di un’Italia che ce la fa a ripartire. Credo che questo sia qualche cosa di più di un ponte. E’ utile a questo paese. E’ la dimostrazione che insieme possiamo fare tante cose”. Orgoglioso del risultato dei lavori anche il sindaco Marco Bucci che ha ribadito l’importanza di esportare anche altrove – soprattutto nelle aziende private –  il modello Genova, ossia un modello in cui la burocrazia viene abbattuta e trionfano le buone pratiche.

E se è ancora vivo il ricordo delle 43 vittime del crollo del ponte Morandi, va detto che il completamento di questa struttura che ricongiunge la valle genovese è un segnale di speranza per l’Italia intera. Un’Italia, che si sa, vive un periodo storico difficilissimo, dettato dalla necessità di fronteggiare l’espandersi del Coronavirus, un nemico invisibile che non conosce confini. Due situazioni queste – il varo del nuovo viadotto e la crisi determinata dalla presenza del Covid-19 – che richiedono unità e compattezza da parte delle istituzioni da un lato e da parte della cittadinanza dall’altro. Non si può sconfiggere un “mostro” invasivo restando disuniti e slegati come non si possono issare in piedi tonnellate di cemento senza sacrifici e fatiche.

A distanza di breve tempo dal crollo del ponte Morandi infatti, una nuova opera è sorta laddove prima c’erano macerie. Attenzione: non si tratta di un’ovvietà. E non lo è soprattutto per un Paese – il nostro – in cui spesso la burocrazia la fa da padrone, contrapponendosi alla libera attività imprenditoriale che cerca in tutti i modi di esprimersi. Stiamo parlando pur sempre di un ponte, non di un’opera secondaria: il modello Genova è dunque davvero vincente e lo è almeno per un paio di motivi. Primo: come si è detto, la burocrazia è stata azzerata e questo ha permesso di agire in maniera spedita ma non per questo incerta. Secondo: i lavori sono andati avanti in un periodo di lockdown, cioè di isolamento e chiusura totale di ogni attività. Nonostante ciò, la voglia di ripartire è stata più grande di ogni ostacolo e a Genova è accaduto davvero qualcosa di importante. Si badi bene: in molti hanno utilizzato – e non a torto – il termine “miracolo” in riferimento al nuovo viadotto sul Polcevera. Non si tratta di un errore, per le ragioni evidenziate poco fa. Occorre invece che un simile modello venga replicato in più parti d’Italia, a testimonianza del fatto che è possibile operare bene e senza vincoli burocratici. Il che non vuol dire aggirare i cavilli legislativi, tutt’altro. Vuol dire tener conto delle norme che regolano un determinato settore per poi rapportarle con il fattore tempo che è la vera variabile determinante di questo rapporto. Di un rapporto in cui conta la piena soddisfazione dei cittadini e in questo la Regione Liguria, nella persona del Presidente Giovanni Toti, ne è uscita vincitrice.

Non dimentichiamo quindi che il nostro è un Paese che sa darsi e donarsi: agli altri e al resto del mondo. In primis sa però donarsi al suo prossimo, alla collettività di riferimento, agli italiani tutti. Salutiamo allora il nuovo viadotto di Genova con gioia, orgoglio e soddisfazione; non dimentichiamo che la nostra Nazione ha bisogno di opere pubbliche nuove, costruite con criteri che sappiano rispettare sì la modernità ma soprattutto le nostre bellezze artistiche. Non lasciamoci sopraffare dall’angoscia: alziamo gli occhi al cielo e benediciamo il nuovo ponte, con un pensiero a chi ha perso la vita ed ora non c’è più.

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