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Il pop-rock dei Pearl Jam è tutto nell’ultimo album “Back Spacer”

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Dopo la sostituzione del batterista che segnò il definitivo cambiamento di sound nel ’98, adesso, dopo più di dieci anni, si spiega la strada che i cinque hanno intrapreso, ed è una strada fantastica.

Era dai tempi di Yield, quinto album del gruppo, che la band non aggiungeva veramente qualcosa alla musica contemporanea. L’unico tentativo era stato fatto con Rioct Act nel 2002 ma il risultato era stato un album difficile e infatti incompreso. E tutti gli altri dischi in questi dieci anni sono stati pubblicati musicalmente “in difesa”.

Non è questo il caso di Back Spacer, disco che, nonostante i mix di tre stili diversi che non possono coesistere in un lavoro solo, è principalmente pop rock. Un pop rock d’autore.

Gli altri due stili sono il rock puro dei primi quattro pezzi e dell’ottavo, Supersonic, fatta eccezione per il singolo, The Fixer, che, a parte alcune schitarrate e il testo molto rock (Fight to get it back again dice il ritornello), è anch’esso soprattutto pop, con gli Yeh Yeh Yeh Yeh  (solo uno in più della famigerata She Loves You dei Beatles!) del ritornello e le tastiere di Brendan O’Brien (produttore e musicista, che ha ripreso il gruppo dopo averlo lasciato, guarda caso, dopo il quinto album), e le due parentesi acustiche di Just Breathe e The End, figlie dell’esperienza solista di Eddie Vedder nel film di Sean Penn, Into The Wild, per il quale ha curato appunto la colonna sonora.

I quattro pezzi mancanti, Amongst The Waves, Unthought Known, Speed Of Sound e soprattutto Force Of Nature, sono quattro perle di bellezza rara: basi pop con tastiere o giri di chitarra non troppo veloci, strumenti che aumentano strofa dopo strofa, voce di Eddie che si fa sempre più intensa, fino alle grida, e il grande momento dell’assolo, che parte sempre come una liberazione e, finalmente, torna a far volare chi lo ascolta, continuando a suonare anche durante l’ultima strofa. Come ai vecchi tempi.

Il titolo Back Spacer fa riferimento al "backspace", il tasto di ritorno delle vecchie macchine da scrivere che riporta indietro il carrello, ma è anche interpretabile come “colui che torna dallo spazio”, e questa ambivalenza tra passato e futuro spiega benissimo l’intero album.

Anche il concept è finalmente innovativo: disegnato dal fumettista Tom Tomorrow completamente a colori, sia in copertina che nel booklet (i disegni, fino a No Code escluso, album dal quale hanno preso piede le foto, erano stati una costante negli album dei Pearl Jam, ma sempre in bianco e nero), è composto da nove quadri surreali sulla facciata e uno centrale quando si apre la custodia. Più alcuni particolari degli stessi ripresi nel booklet.

Insomma, i Pearl Jam sono tornati, e lo hanno fatto alla grande, ma non alla grandissima. Ma per questo c’è tempo, l’importante è aver ritrovato la strada da percorrere. E, ascoltare per credere, loro l’hanno ritrovata e come.

 

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