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I fatti e la narrazione

Il “potere del sapere”: Draghi e la comunicazione politica fondata sulla conoscenza

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Dichiarazione del Prof Mario Draghi al termine del colloqui con il Presidente Sergio Mattarella,al Quirinale.(foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Il potere per il (e del) sapere. Questa potrebbe essere la formula che riassume il senso profondo del discorso di Mario Draghi alle Camere. E’ un’espressione che aveva usato anche la filosofa Martha Nussbaum, in un articolo su The Times Literary Supplement, a proposito del declino del sapere umanistico e socratico. Draghi ha evocato il termine “potere” ma lo ha fatto per liberarlo dal suo significato negativo. “Il tempo del potere”, ha detto, “può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo”.

Quello che lui evoca non è il potere per il potere ma è il potere di fare le cose, di tradurre la conoscenza e i saperi in sviluppo attraverso un governo “senza aggettivi”, mosso da uno “spirito repubblicano”. Il rischio, dietro l’angolo, è che i discorsi di fiducia siano, sovente, elenchi di desiderata, di progetti (a volte utopici) e di obiettivi: quella che Eco chiama la “vertigine della lista”. Nel discorso di Draghi non c’è stato nessun elenco algido e tedioso ma si è snodata una riflessione sul (nuovo) metodo di governo e sui principi che lo guideranno.

L’ex presidente della Bce ci ha offerto, soprattutto, una visione del futuro fondata sulla conoscenza. “Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni”: il tempo di Draghi vuol essere un tempo di qualità e non di sterile quantità. Non poteva non esserci la pandemia al principio del discorso, “una trincea dove combattiamo tutti insieme” e dove il virus è il nemico di tutti. Solo che la lotta al virus non esclude l’innovazione e Draghi, citando Cavour, crede che le riforme al tempo giusto diano maggiore vigore allo Stato.

La pandemia e la crisi economica sono come Scilla e Cariddi: la nave di Draghi dovrà procedere senza finire nelle grinfie né dell’uno né dell’altro. Ecco perché, come ha osservato Quagliariello nel suo discorso al Senato, bisogna armonizzare tutela della salute pubblica e salvaguardia dell’economia, anche attraverso una nuova comunicazione che non getti nel panico cittadini ed operatori.

Quello della “biosicurezza” epidemica, e in più in generale della biopolitica, è diventato il nuovo volto dello Stato che ha dovuto prendersi cura dei suoi cittadini per proteggerlo dal rischio biologico della pandemia. Foucault era stato profeta allorché scriveva sul rapporto tra liberalismo e biopolitica e, in molte opere, aveva sostenuto che il controllo dei corpi (anche quando avviene per motivi di salute pubblica) delinea un nuovo dispositivo di potere che riscrive, nella sostanza, le regole democratiche. In tempi più recenti il filosofo Agamben, suscitando un ampio dibattito, evocava il rischio che lo stato d’emergenza, durante la pandemia, mutasse in stato d’eccezione.

In altri termini, il problema è sempre quello di contemperare il diritto alla salute pubblica con gli altri diritti della persona e naturalmente di farlo sempre nel recinto dello stato di diritto. A causa della pandemia la comunicazione politica è diventata comunicazione biopolitica e ha assunto una dimensione più ampia, più statuale. Se la comunicazione elettorale e lo storytelling del singolo leader cominciano ad apparire meno importanti, lo stesso non può dirsi della comunicazione dello Stato e di chi lo guida.

Il premier è diventato colui che ha cura della comunità: il suo è un heideggeriano “prendersi cura” di un popolo. Nei nuovi scenari pandemici, il premier di uno Stato deve mediare tra scienza ed economia, essendo il decisore politico per definizione. Gli si chiede, in altre parole, di essere il buon pastore di una comunità che soffre sia per il virus che per la crisi economica. Non si tratta più, come nella Prima Repubblica, di fare l’ago della bilancia di un governo effimero e “balneare”, sorretto da una forte partitocrazia, ma di caricarsi sulle spalle un compito “epocale”, quello di traghettare una nazione fuori da una crisi pandemica e di sistema, “sperando contro ogni speranza” per dirla con le parole dell’Apostolo. E nel discorso di Draghi si oscilla sempre tra la consapevolezza di una missione “epocale” di salvezza, il pragmatismo di chi sa che bisogna resettare un sistema e la visionarietà di colui che deve immaginare un Paese nuovo.

Non basterà a Draghi agire in modo efficace ma dovrà sapientemente evitare sia il rischio della scarsità di comunicazione (non comunicare o comunicare troppo poco lasciando campo aperto ad altri attori politici) sia quello del sovraccarico informativo e comunicativo (comunicare in modo eccessivo e talvolta contraddittorio). E in quest’ultima categoria può trovare posto una sorta di “demopatia” comunicativa (prendiamo a prestito l’espressione coniata dal politologo Luigi Di Gregorio nel suo libro Demopatia. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico, Rubbettino 2020). Come evidenziato l’11 novembre 2020 da Openpolis (“La politica degli annunci, quando comunicazione e realtà divergono”), accade che, mentre si ricorre a una costante decretazione d’urgenza (in qualche caso oggetto di critica da parte dei costituzionalisti), si possa scadere nella “politica degli annunci” per la quale può passare molto tempo tra l’annuncio di un provvedimento e la sua adozione formale. Sia la costante decretazione d’urgenza che una confusa politica degli annunci rischiano di confondere e destabilizzare cittadini ed operatori economici.

Una comunicazione politica efficace serve anche a combattere il fenomeno dell’infodemia. L’infodemia per fortuna non uccide ma è altrettanto nociva per la società, tanto più in uno scenario pandemico dove – come scrive il politologo Luigi Di Gregorio nel suo saggio nel libro Dopo (Rubbettino 2020) – occorre saper mettere in atto una “comunicazione di crisi”. L’infodemia si ha quando circolano velocemente troppe informazioni non verosimili, fuorvianti, quando una fake news si diffonde a tal punto da sembrare contro-informazione. Alla comunicazione non si chiede soltanto coerenza (se non sui contenuti almeno sul metodo), ma anche credibilità, un concetto che, come sostengono Gili e Panarari, potrebbe apparire “inattuale” ma che invece gioca un ruolo fondamentale, visto che chiama in causa un altro concetto: la competenza, il saper fare (La credibilità politica, Marsilio 2020).

Proprio perché governare la salute pubblica della nazione significa coniugare sapere politico, sapere medico e sapere socio-economico, esso non può essere appannaggio di un politico “puro” o di un realista della politica ma è il compito di un leader “trasformazionale”, quale è Mario Draghi: in grado sia di pilotare un atterraggio d’emergenza, senza mandare nel panico i passeggeri, sia di far ripartire l’aereo verso rotte più ambiziose.

Se allo scoppio dell’epidemia, nel marzo 2020, la risposta della nazione è stata omogenea e coesa, è perché un intero paese si è stretto intorno al governo. Gli esperti lo chiamano effetto “round the flag”: una guerra, una pestilenza, un attacco terroristico compattano, almeno nel breve termine, una comunità. E’ accaduto per l’America dopo l’11 settembre e l’attacco alle Torri Gemelle. I problemi iniziano dopo questa prima fase: cosa accade quando la pandemia dura per mesi e comincia a fare seriamente male all’economia di un paese? Come si fanno a prolungare le politiche rigide di tutela della salute pubblica senza mettere in crisi le imprese, la scuola, le attività culturali e come si riesce a non inimicarsi l’opinione pubblica?

Liberiamo il campo da un equivoco: non è la coerenza a tutti i costi che si chiede ad un governo. In uno scenario pandemico, soggetto inevitabilmente a variare e a richiedere continui aggiustamenti, la coerenza potrebbe rivelarsi letale. Le strategie possono (e devono) variare in ragione dei mutamenti di scenario: la coerenza non deve essere tanto sui contenuti quanto sullo stile di comunicazione. Se si cambia strategia, bisogna spiegare (bene) ai cittadini perché si sta cambiando e mettendo i dati a loro disposizione. Sono i dati e la loro lettura algoritmica a fare la differenza, come ci dimostra il caso virtuoso della Corea del Sud. Se, come scrive Michele Mezza nel Contagio dell’algoritmo. Le idi di Marzo della pandemia (Donzelli 2020), si riuscisse ad anticipare le dinamiche virali interpretando i dati sanitari e quelli messi a disposizione dai giganti del web (Google, Facebook, Twitter, ecc.), potremmo individuare in anticipo i focolai e prevenire il contagio.

Draghi è consapevole che gli si chiede non solo di garantire la sicurezza sanitaria ma di far tornare competitivo il sistema Italia. Il discorso al Senato ha fatto emergere la parola chiave: conoscenza. La “Nuova Ricostruzione” di cui parla Draghi è la traduzione del “tempo dei costruttori” del Presidente della Repubblica e si fonda sul primato della conoscenza. “Il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura” rappresentano la bussola del discorso di Draghi. Non c’è solo il super-ministero della transizione ecologica nel nuovo governo, ma anche quella “transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale”.

Draghi è un accademico di grande fama, uno studioso di economia e politiche monetarie, allievo di Federico Caffè e di Modigliani: chi meglio di lui può mettersi alla guida di un nuovo progetto per l’Italia che metta al centro la conoscenza come driver dello sviluppo? Draghi non ignora che il nostro dna è umanistico e che l’Italia sconta, purtroppo, un ritardo nella formazione tecnico-scientifica. Se per Martha Nussbaum “il potere del sapere” era quello dei saperi umanistici indispensabili anche nella società tecnologica e nell’economia di mercato, il discorso di Draghi vuole riporre al centro, pur non rinnegando le nostre radici classiche, le culture tecniche e scientifiche. Esiste un “fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale” che la nuova scuola dovrà fronteggiare.

“La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica” dice Draghi, “stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria”. Servono, in sostanza, più investimenti nella ricerca. Né possiamo buttare alle ortiche – sostiene Draghi – la buona esperienza della didattica a distanza che – ci piaccia o meno – ha permesso alla scuola di poter continuare a formare gli allievi.

Eppure quel sapere digitale che si è generato nell’emergenza dovrà essere riformulato, migliorato e integrato anche nella didattica in presenza allorché la scuola potrà ricominciare dappertutto con regolarità. Né apocalittico, né integrato: Mario Draghi punta a una visione moderna della scuola dove apprendimento in presenza e formazione a distanza devono interagire, scambiandosi informazioni e buone pratiche. “Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno”, continua Draghi, “sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza”.

Una comunicazione politica proiettata nel futuro. Lui lo aveva fatto già intendere: si comunicano i fatti ma, se non ci sono i fatti, non si comunica. Nell’era Draghi ci sarà probabilmente una decrescita comunicativa, almeno da parte del premier, perché ciò che davvero conta è la crescita economica che passa attraverso la soluzione del problema pandemico. A dover crescere in conoscenza non dovranno essere solo i giovani, ma anche i funzionari pubblici, la loro “preparazione tecnica, legale ed economica”: non si dà Stato che funzioni senza apparati (usiamo il termine in modo neutro) che agiscano secondo logiche di knowledge empowerment.

Si può quasi dire che Draghi annunci l’avvento di una “ecologia della conoscenza” e che intenda proporsi come un facilitatore dell’incontro tra diverse sfere (“digitalizzazione, energia, cloud computing, biodiversità”) nell’ottica di una “sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane”. La comunicazione di Draghi è, per un verso, concentrata sulle sfide di breve termine (vaccini, scuola, recovery plan) e, per un altro, tesa a porre le fondamenta di un’età della conoscenza. E’ la comunicazione della necessità del cambiamento, soprattutto per quei settori economici che dovranno necessariamente trasformarsi, in un processo inevitabile di riconversione.

Draghi dice che “compito dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione”. E’ un leader che porta con sé il germe della trasformazione: un leader trasformazionale che esercita la sua leadership nel cambiamento e grazie al cambiamento. Non partiamo ex nihilo perché “siamo una grande potenza economica e culturale” con “la profonda ricchezza del nostro capitale sociale”, indispensabile, come sostiene il politologo Marco Almagisti (La qualità della democrazia in Italia: capitale sociale e politica, Carocci 2011), nel fare da collante delle istituzioni democratiche e da volano per l’economia. Dentro il capitale sociale c’è il capitale umano, quei brillanti giovani in formazione a cui l’Italia deve garantire un futuro. Perché l’economia della conoscenza ha bisogno non solo di macchine e algoritmi, ma di cervelli che facciano funzionare quelle macchine e progettino quegli algoritmi.

Una pandemia causa paura, ansia, terrore, limitazioni dei diritti, oltre che effetti socio-economici devastanti: pandemia sanitaria, emotiva, informativa e socio-economica si fondono in un cocktail micidiale. Di fronte a questo c’è bisogno di un leader che sappia governare, anche dal punto di vista comunicativo, uno scenario di crisi. Non si può chiedere a Draghi di trasformarsi in un leader-coach super-empatico perché, di fondo, la sua è una leadership fondata sulla conoscenza, sebbene nel suo discorso egli abbia confessato che non vi era mai stato, nel corso della sua lunga esperienza professionale, “un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia”.

Per vincere la sfida della pandemia e della crescita economica non è sufficiente una macchina statuale che amministra risorse e assume decisioni di salute pubblica ma occorre stabilire una “connessione sentimentale” con la nazione, motivare i propri cittadini e indurli a condividere le decisioni dell’esecutivo non per fideismo ma con argomenti razionali. Senza, beninteso, degenerare nel populismo o nel paternalismo e senza dimenticarsi che i fatti, senza comunicazione, sono muti e che la comunicazione, senza fatti, è vuota. Ed è probabile che la leadership di Draghi saprà muoversi anche in questa direzione.

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