Il premier chiede rispetto per la volontà degli elettori e va avanti con le riforme
08 Ottobre 2009
Il day-after si snoda tra Quirinale e Palazzo Grazioli. A ventiquattrore dal “no” della Consulta al Lodo Alfano e il botta e risposta tra premier e capo dello Stato, il Pdl si concentra su due fronti: avviare il lavoro di ricucitura con il Colle e mettere a punto la strategia politica per i prossimi mesi (dopo aver incassato da Bossi la conferma di un’alleanza di ferro) .
Un faccia a faccia con i presidenti delle Camere al Quirinale, per svelenire il clima, mettere un punto fermo nelle fibrillazioni esplose dopo la sentenza della Consulta che ha bocciato il lodo Alfano e il botta e risposta tra Palazzo Chigi e il Colle. Ma l’obiettivo è pure quello di scongiurare una rottura degli equilibri nei rapporti tra vertici dello Stato, del governo e organi di garanzia. Così Giorgio Napolitano convoca nel pomeriggio Renato Schifani e Gianfranco Fini per un colloquio chiarificatore. A entrambi ricorda i passaggi istituzionali che hanno portato, nel 2008, al via libera al lodo Alfano e successivamente alla sua promulgazione, accompagnata dalle precisazioni sulle prerogative assegnate al Quirinale dalla Costituzione. Il capo dello Stato ribadisce di aver sempre motivato, anche pubblicamente, le sue decisioni e di aver mantenuto una posizione di assoluta osservanza dell’autonomia della Corte Costituzionale.
A vertice concluso, arriva la nota congiunta dei presidenti delle Camere che conferma un dato: la via del disgelo è aperta. Fini e Schifani "danno atto” a Napolitano del ”rigoroso rispetto delle prerogative che la Costituzione gli riconosce” ed auspicano che "tutti gli organismi istituzionali e di garanzia agiscano, in aderenza al dettato costituzionale e alla volontà del corpo elettorale, per determinare un clima di leale e reciproca collaborazione nell’ interesse esclusivo della Nazione”. In serata, il presidente della Repubblica si mostra fiducioso. ”Di momenti difficili ne ho vissuti tanti, supereremo anche questo”, afferma lasciando l’auditorium della Conciliazione, a due passi da San Pietro. Per il momento, nessun contatto diretto con il premier ma il fatto che qualche ora dopo il colloquio con Fini e Schifani nel documento politico approvato dall’Ufficio di presidenza del Pdl non vi sia traccia delle critiche al Colle mentre sono durissime quelle reiterate nei confronti della Consulta, si può leggere come un ulteriore passo in avanti, insomma, un segnale distensivo.
Il vertice del Pdl a Palazzo Grazioli. Toni pacati ma fermi sui punti chiave della strategia da qui ai prossimi mesi. Silvio Berlusconi parla allo stato maggiore del partito (coordinatori nazionali, capigruppo e vice di Camera e Senato, governatori) tracciando la linea. E’ un premier apparso più riflessivo, concentrato sulle cose da fare, a cominciare dalle riforme necessarie per modernizzare il Paese, capitolo giustizia in primis (come il Cav. aveva peraltro annunciato martedì) . Nessun passo indietro, conferma ai suoi, avanti così fino al termine naturale della legislatura. Nessun accenno alle parole di Fini che di prima mattina aveva invitato Berlusconi a rispettare Quirinale e Consulta pur riconoscendo il pieno diritto del presidente del Consiglio a governare. Parole che avevano suscitato le critiche del ministro Sandro Bondi e di Mario Valducci.
Berlusconi non nasconde perplessità sull’idea di una grande manifestazione di piazza cui chiamare il popolo di centrodestra e boccia categoricamente l’ipotesi di elezioni anticipate, anche perchè è convinto che saranno proprio le elezioni regionali di primavera a trasformarsi in un vero e proprio test politico. Ma c’è un punto sul quale il Cav. insiste: il rispetto che gli è dovuto in virtù della legittimazione istituzionale che gli viene direttamente dal popolo. "Sono l’unica carica eletta dal popolo" scandisce, un premier eletto per governare, un diritto-dovere nei confronti del Paese. Tutti chiedono rispetto, è il suo ragionamento, ma lo stesso rispetto si deve anche al presidente del Consiglio.
Il Pdl fa quadrato attorno al suo leader. Nel documento approvato dall’Ufficio di presidenza, il partito punta l’indice contro una sinistra diventata "addirittura succube di poteri extrapolitici: da una parte, del super partito di Repubblica e, dall’altra parte, di un movimento violentemente giustizialista ed eversivo come quello rappresentato da Di Pietro". Una sinistra che "da mesi alimenta una violenta campagna di stampa diffamatoria" contro il premier, prosegue la nota che in particolare stigmatizza la sentenza sul Lodo Mondadori sottolineando che "in concomitanza con questa prolungata e sistematica campagna di diffamazione e alla vigilia del pronunciamento della Corte Costituzionale, la decisione di un giudice monocratico del tribunale di Milano di condannare la Fininvest al risarcimento della cifra incredibile di 750 milioni di euro alla Cir, è apparsa non solo ingiusta e totalmente infondata, ma soprattutto come l’ennesimo tassello di un rigurgito di giustizialismo ad orologeria".
Durissimo il passaggio sul no della Consulta al Lodo Alfano. Per il Pdl il cambio di indirizzo della Corte "oltre che una scelta politica si configura anche come violazione del principio di leale collaborazione tra gli organi costituzionali che ha avuto la conseguenza di sviare l’azione legislativa del Parlamento". Certo, il responso dei giudici costituzionali "non si può non rispettare nel quadro di un sistema democratico che contempla un complesso sistema di garanzie e di equilibri di potere", ma per come questo responso si è manifestato "suscita inevitabilmente gravi e legittimi interrogativi, e rischia di alterare nel tempo il corretto equilibrio fra i poteri dello Stato, i quali traggono tutti origine e legittimità dalla sovranità del popolo", scrivono i vertici del Pdl ricordando come il Lodo Alfano sia stato approvato dal Parlamento "seguendo pedissequamente quanto dettato nel 2004 proprio dalla Corte Costituzionale, così come a più riprese attestato dal capo dello Stato". Per questo – si ribadisce – il mutamento di indirizzo della Corte "oltre che una scelta politica si configura anche come violazione del principio di leale collaborazione tra gli organi costituzionali che ha avuto la conseguenza di sviare l’azione legislativa del Parlamento". Quanto ai processi Mills e quello sui diritti tv Mediaset Berlusconi asssicura che li affronterà smontando tutte le accuse che gli muovono i pm milanesi.
Infine il nodo elezioni regionali. Entro la fine del mese sarà definita la griglia delle candidature, ma il lavoro è già a buon punto e il puzzle si va completando. Berlusconi mette il sigillo sulla Lombardia con Formigoni e sulla Calabria con Scopelliti, mentre tra le regioni chiave restano aperte le caselle nel Lazio (dove Fini gradirebbe la candidatura di Renata Polverini) e della Campania. Quanto al Veneto Berlusconi rilancia il nome di Galan, questione che sarà comunque chiusa nel confronto con la Lega (che se questo sarà il quadro definitivo per il Nord, dovrebbe ottenere il Piemonte con in pole position il presidente dei deputati leghisti Roberto Cota, la Liguria e probabilmente l’Emilia Romagna dove il Carroccio punta a consolidare il proprio radicamento). Per la sfida in Puglia sarebbe in pole position la candidatura del magistrato Stefano Dambruoso.
Dunque il Cav. serra i ranghi e chiede a Pdl e Lega il massimo impegno ipotizzando nei prossimi mesi uno scontro durissimo in Parlamento con l’opposizione. Al quale si predispone forte del consenso popolare che nonostante la campagna mediatico-giudiziaria scatenata dalla sinistra per fiaccarlo, resta altissimo.
