Il premier Maliki è il vero bersaglio della domenica di sangue in Iraq

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Il premier Maliki è il vero bersaglio della domenica di sangue in Iraq

26 Ottobre 2009

Ieri fonti del governo iracheno hanno fatto trapelare che gli attentati di domenica scorsa sarebbero stati orditi  all’interno dell’ultraprotetta “zona verde” della capitale Baghdad. Il premier Maliki ha ordinato una serie di arresti tra gli ufficiali della polizia e delle forze di sicurezza per “negligenza”. Gli attacchi, come quelli del 19 agosto scorso, sono stati molto più devastanti di tutti gli altri episodi di violenza accaduti nel corso del 2009. Chi sono i responsabili e i mandanti delle stragi? Da cosa deriva questa recrudescenza di sangue e morte? 

Gli americani si ritirano. Il 30 giugno in Iraq è stato un giorno di festa. Gli Stati Uniti iniziavano il ritiro dalle città del Paese e cessavano di essere responsabili per la sicurezza dei suoi abitanti. Da allora l’unico a tutelare l’ordine pubblico è stato Maliki, che lo scorso febbraio ha stravinto le elezioni amministrative con una serie di slogan sulla sicurezza. Ma da quando è iniziata l’exit strategy americana sono ripresi anche gli attentati. Il 19 agosto sono stati colpiti il ministero degli esteri e quello delle finanze. Anche gli attacchi di domenica hanno sventrato gli edifici governativi. 

Maliki non è così forte come aveva detto. A gennaio dell’anno prossimo si vota ma in Iraq agiscono contro-poteri che mirano a scalzare il premier con la forza. Le vecchie alleanze sono in crisi: i sunniti e gli sciiti dell’Islamic Supreme Council of Iraq – un partito appoggiato dall’Iran – non aspettano altro che un cambio al vertice del Paese. Le autobombe di domenica vanno quindi interpretate come un messaggio politico in vista delle elezioni. Diretto a Maliki in persona.

Il ruolo della Siria. Maliki ha accusato la Siria di essere la principale responsabile degli attentati del 19 agosto. All’inizio di settembre, ha denunciato che a Damasco si sarebbe svolto un incontro tra ex baathisti ed esponenti del fondamentalismo sunnita iracheno. Ma se anche fosse come si fa a sorvegliare i confini con la Siria da dove, fin dall’inizio della guerra in Iraq, si sono infiltrati guerriglieri della internazionale islamista e operativi di Al Qaeda? Come si fa se una delle due parti (Damasco) non mostra di avere alcuna volontà di provarci? L’alternativa sarebbe adottare misure estreme, ma è già così difficile riuscire a contenere i flussi migratori che arrivano dal Messico negli Usa o dal Nord Africa in Europa… figuriamoci cosa potrebbe fare Maliki. Usare le ronde e il filo spinato?

Bush aveva cercato di contrastare le ‘rotte del terrore’ seguendo la strada delle sanzioni contro Damasco (votate dal Congresso nel novembre del 2003). Negli anni successivi ci sono stati grossi sforzi diplomatici per cercare di coinvolgere Assad nel processo di stabilizzazione dell’Iraq. Nel 2008 il presidente Sarkozy ha invitato Assad al vertice euromediterraneo di Parigi. La Siria è un tassello fondamentale negli equilibri mediorientali e la linea dell’amministrazione Obama è di coinvolgerla nelle trattative per la pace in Palestina e la stabilizzazione dell’Iraq. Anche Israele sta seguendo almeno in parte questa strada. E’ difficile provare concretamente che i siriani abbiano favorito il passaggio dei terroristi diretti in Iraq. Tuttavia i sospetti si addensano sulla Siria. Che si parli di Teheran o Damasco, sarà sempre nell’interesse di questi due Paesi alimentare la destabilizzazione dell’Iraq.

Le tensioni interconfessionali. Un altro sbocco pericoloso degli attentati di domenica è la recrudescenza delle tensioni etniche e religiose che hanno seminato morte e terrore nel Paese negli anni scorsi. Se dietro gli attacchi di domenica ci fosse Al Qaeda l’obiettivo sarebbe esattamente questo: scatenare una guerra civile su larga scala tra sunniti, sciiti, curdi, mandando all’aria il puzzle iracheno. E’ un’ipotesi verosimile ma non è detto che sia quella giusta.

Gli scenari per il futuro. Che influenza avranno gli attentati sulla ricostruzione, il rafforzamento delle istituzioni democratiche, la ripresa economica, la resistenza del popolo iracheno? Le elezioni del gennaio 2010 sono centrali per la formazione di un nuovo governo nazionale, ma nuovi attacchi, così come la mancanza di una legge elettorale, rischiano di posticipare il voto – influenzando anche il ritiro delle truppe americane, che è collegato al processo politico-elettorale in atto nel Paese.

Il surge, l’aumento delle truppe voluto da Bush, ha funzionato; la nuova strategia, che ha iniziato a dare i suoi frutti nel giugno-luglio del 2008, ha determinato una enorme riduzione nel numero degli attacchi. Ma il surge non è mai stato pensato come una soluzione di per sé: doveva offrire sicurezza agli iracheni, proteggere la popolazione, aprire uno spazio politico che permettesse alla classe dirigente locale di prendere decisioni autonome sul petrolio e le ricchezze del Paese, sulla ricostruzione nazionale, sulla questione del Kurdistan… I politici iracheni hanno chiesto di poter agire da soli e l’hanno fatto, ma fino ad ora non ci sono riusciti al cento per cento nel loro intento.

Gli Usa, da parte loro, restano vincolati agli accordi stretti da Bush con Maliki nel dicembre del 2008 (la “partnership strategica”), rapporti confermati dalla nuova amministrazione: il ritiro delle truppe americane prima del dicembre 2011 e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Ma se le autorità irachene non faranno passi in avanti nel garantire la sicurezza, il disimpegno americano rischia di far tornare indietro di anni la situazione sul terreno.

L’idea del surge era di combattere l’insorgenza mentre si irrobustivano le capacità di governo, non soltanto dal punto di vista militare, ma anche attraverso l’addestramento delle forze civili su scala provinciale. Gli iracheni hanno voluto assumersi questa responsabilità e gli Stati Uniti continuano ad aiutarli. Ma dopo gli attentati di domenica viene da chiedersi se le bombe e la violenza non siano un modo, forse il peggiore, scelto dagli avversari di Maliki per ‘negoziare’ politicamente attraverso il terrore e la paura.